archivio

Archivi tag: pier paolo pasolini

Pasolini è seduto al tavolo coi gomiti stretti. Ha con sé un panino avvolto nella carta stagnola e un bicchiere d’acqua. Il bicchiere è macchiato da un filo di saliva, una traccia sottile come una larva. Aspira le briciole del pane con un gesto fragoroso della bocca che ricorda i rumori che fanno i bambini quando risucchiano la minestra dal bordo del cucchiaio. La quiete sepolcrale della grande sala ricoperta dall’intonaco azzurro è rotta solo da questi fruscii colmi di dolcezza. Il 5 marzo il “poeta” – come lo chiamano ancora da queste parti – ha compiuto ottantotto anni. Per l’occasione gli infermieri della casa di cura hanno organizzato una piccola festa, il direttore ha fatto arrivare un vassoio di Claps, i biscotti friulani fatti col burro e con le mandorle. Gli altri pazienti hanno intonato una canzone. Da allora è passato quasi un mese. Tra poco sarà di nuovo estate e le falene torneranno a trepidare nel giardino fiorito. La bella Vera, l’infermiera moldava che a ogni scoccare di primavera lo accompagna spingendolo sulla carrozzina durante le sue passeggiate nei boschi, gli racconta dei suoi amori sfortunati, anche se ha il sospetto che lui non la stia a sentire, o che preferisca ascoltare le voci che gli risuonano nella mente. Vera ogni tanto solleva il fazzoletto per pulirgli la bocca, poi gli concede un sorriso benigno, perché le fa una gran tenerezza questo vecchio psicotico con le guance scavate e la pelle secca come quella di un uccellino cotto al sole. Lei è convinta che a ridurlo così sia stata la psicoterapia, ma lei non ha diritto di contestare alcuna diagnosi, in questo caso il problema terapeutico è tutto speciale. Se provasse a dire una sola parola a riguardo rischierebbe il licenziamento. Così preferisce accompagnarlo a guardare i papaveri che a lui piacciono tanto, quei piccoli fuochi rossi che spiccano nel verde del prato. Lui ormai non parla quasi più. Non sono stati i farmaci ad annodargli la lingua, ma l’indifferenza della gente. Ormai sono passati trent’anni da quando con una sentenza politica l’hanno dichiarato pazzo, da quando hanno ritirato i suoi libri da tutti gli scaffali della nazione, da quando il silenzio sul suo nome si è sedimentato come la terra tra il vuoto e il pieno di una nuova generazione di uomini. Ma questa, per Vera, è una storia antica e sconosciuta. Qualche volta nelle notti di pioggia, quando le luci si spengono, lo sente piangere nel buio della sua stanza. L’ultima volta ha spinto la porta senza bussare, si è seduta sul bordo del materasso e gli ha messo le braccia intorno al corpo. Ha sentito sul suo seno la pelle scorticata dalla vecchiaia e dalle ossa troppo sporgenti, il raspare del mento ruvido di barba, il fiato veloce e caldo. Dopo un po’ lui ha smesso di piangere, il respiro è tornato calmo, e le lacrime versate sulla sua pelle si sono asciugate. L’indomani Vera non ha saputo tenere il segreto. E la caposala ha riferito al direttore, il quale ha ordinato di aumentare le dosi nel trattamento a base di litio e clozapina. Vera da quel giorno ha promesso a se stessa che non avrebbe più tradito un segreto. Nell’ultima settimana si è limitata a rimboccargli le coperte e a versargli l’acqua nel bicchiere che tiene sul comodino. La mattina presto lo solleva dal letto – è leggero come un capretto appena nato – e lo fa sedere in carrozzina, pulisce il pavimento, strizza lo straccio nel secchio e apre le finestre per arieggiare la stanza. In questi anni non è venuto nessuno a fargli visita. Dicono che non abbia più un parente in vita e che gli amici di un tempo, come spesso accade, siano troppo presi dalle proprie circostanze. Vera fa fatica a immaginare come fosse da giovane, nel pieno delle forze e delle facoltà, non osa neppure figurarsi di che genere fossero le sue poesie. Lei non sa niente di poesia, da quel poco che ha imparato nella vita sa che non ci si può fidare di chi fa un mestiere così inutile. Eppure le piacerebbe leggere le sue poesie, anche se sa che di quest’uomo non esiste più un solo verso sulla faccia della terra. Per un attimo lo guarda masticarsi le gengive, sbarrare gli occhi e ruotarli da una parte all’altra della stanza in cerca dei propri fantasmi. Quanto resisterà ancora questo piccolo mucchio d’ossa? – si domanda. Poi gli accarezza una mano e lo bacia sulla fronte. La fronte dei vecchi odora di carta bagnata. «Andiamo, signor Pasolini» gli fa, mentre osserva dalla finestra il bel sole di aprile. «Anche oggi la accompagno a vedere il mondo».

.

Vinko Möderndorfer, QUALCOSA RESTA

QUALCOSA resta
alla fine resta sempre qualcosa
un filo del pullover
un foglio dal diario
con la data 22 settembre
una bottiglia vuota
l’impronta delle labbra sull’orlo di un bicchiere
un biglietto sulla maniglia
VENGO ALLE CINQUE
e rimangono
tante parole non espresse
e tanti silenzi
alla fine resta sempre qualcosa
per piccolo che sia
per silenzioso che sia
per marginale che sia

“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”. Così scriveva Pasolini a proposito di Petrolio, il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi. Ciò che probabilmente non sapeva Pasolini è che quel libro lo avrebbe “impegnato” non soltanto per il resto della vita, ma anche oltre. Del resto, un testo così oscuro e ambizioso sul potere e sul male, intessuto di rimandi testuali tanto alla mitologia greca quanto alla cronaca storico-politica italiana degli anni Sessanta e Settanta, non poteva limitare la sua azione ai tempi dettati dall’industria editoriale. Così, quando due giorni fa Marcello Dell’Utri ha annunciato di essere in possesso di un dattiloscritto scomparso di Pasolini che avrebbe dovuto costituire un capitolo di Petrolio, di nuovo una luce sinistra si è accesa intorno all’incompiuta pasoliniana. Gianni D’Elia, autore del volume Il petrolio delle stragi, non ha tardato a commentare: “Quel capitolo del romanzo Petrolio, ritenuto dal giudice Calia un documento storico sulle stragi d’Italia, è stato rubato da casa di Pasolini. In termini giuridici è un corpo di reato. Se è vero, Dell’Utri deve dire come lo ha avuto, chi glielo ha dato, per quali fini”. Di certo c’è che un filo neppure tanto sottile sembra legare Eugenio Cefis, il fondatore della Loggia P2 e presidente dell’ENI (personaggio chiave, insieme a Mattei, di Petrolio) alla parte politica che detiene attualmente il potere in Italia e di cui il senatore Dell’Utri è esponente di spicco. Lo stesso D’Elia ha sottolineato: «Mai avrei creduto che un’eredità culturale e politica contemplasse anche il ricevere quelle carte, quel capitolo sottratto da casa Pasolini dopo la sua morte e che potrebbe anche averla giustificata, motivata». Resta allora da capire la ragione profonda e arcana del “ritrovamento”, i tempi dell’annuncio, se si tratta dell’orgogliosa rivendicazione di un bibliofilo solo incidentalmente invischiato nel fango del potere politico ed economico, o se invece c’è altro. Come cantava tanti anni fa Lucio Battisti: “Tu lo chiami solo un vecchio sporco imbroglio, ma è uno sbaglio, è petrolio”.

A volte ho la sensazione di vivere una notte eterna, un tempo in cui si spara a salve sui miraggi di nemici invisibili, in cui si trattiene a stento il battito delle giornate. Ogni giorno mi guardo sul viso, tra le unghie, tra le rughe, in cerca di una piega, un buco, nel nulla di uomo che siamo. Impreco spesso contro il mondo e i farabutti che lo abitano, e sembra che i farabutti siano in linea generale la classe dirigente del mondo. Perciò ho un bel bestemmiare io, che tanto i sacramenti non si alzano più su di un metro da terra, le imprecazioni sono più pesanti dell’aria, si gonfiano e ti ricadono addosso senza far male a nessuno. Stanotte ho sognato che Roma veniva sepolta da un’onda nera come l’inchiostro, e che gli uomini diventavano piccoli pesci marini spostati a branchi dalla corrente. L’anno scorso ho scritto un romanzo in cui ho riscritto Roma e un’epoca apocalittica di rivolte che non c’è mai stata, anche quello è stato un sogno, c’erano milioni di orfani bambini che arrivavano in massa come un mare nero, provenivano da una gigantesca bidonville cresciuta a dismisura sulla costa dalle parti di Ostia, ho immaginato che si chiamasse Mare della Tranquillità. E questi orfani storditi dallo sniffing di colla e di solventi chimici assaltavano la città. È bello inventare catastrofi agghiaccianti, è un gioco infantile che perpetuiamo ogni notte coi nostri sogni terrificanti, che ripetiamo col vizio di raccontare storie. Lo scrittore è l’essere meno serio che ci sia sulla faccia della terra. Pasolini diceva: “La serietà! Dio mio la serietà! Ma la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre”. Io scrivo come un criminale, ho tonnellate di rifiuti editoriali alle spalle, lettere fredde come la morte scritte da esseri freddi che pare non abbiano mai conosciuto uno stato di raptus in vita loro. Così inseguo la mia coda come un gatto pazzo, sono come gli ignavi di Dante, costretto a girare nudo per l’eternità attorno a una vana bandiera, punto da vespe e da mosconi. “Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna”.

.

Giorgio Caproni … PERCH’IO CHE NELLA NOTTE ABITO SOLO

… perch’io, che nella notte abito solo
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
che mi bagna la mente…
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo.

Stamattina sfogliavo un classico della poesia del Novecento, l’antologia del ’64 curata da Fernanda Pivano famosa come Poesia degli ultimi americani recentemente ripubblicata da Feltrinelli. Mi sono soffermato in particolare sui versi di Robert Creeley. C’è un passaggio in una poesia dal titolo I postini disonesti in cui si legge: “La poesia suprema, indirizzata al / vuoto – questo è il coraggio”. La cosa coincide perfettamente con una serata a cui ho partecipato ieri; l’occasione, la presentazione del disco di due amici jazzisti con il vizio della poesia e l’impegno per l’arte, Marco Colonna e Ivano Nardi. Durante la serata mi sono seduto in disparte su un divano ad ascoltare la musica e a scrutare le facce delle persone presenti in sala. Ho lasciato andare i miei occhi fra le ombre, mentre la musica accendeva bagliori, lucciole, fari di tragitti, e le immagini proiettate sullo sfondo del palco (il profilo di Victor Jara, il volto di Pasolini incorniciato tra le conchiglie, gli occhi lucenti di Billie Holiday) legavano il tempo e la storia. Nei volti dei miei amici c’era scolpita la passione che non chiede nulla in cambio, niente più che una piega della bocca, un sorriso minuscolo, una stretta delle palpebre a cadere nel buio della musica. E ho pensato che – sì – la loro è davvero poesia suprema indirizzata al vuoto, coraggio e bellezza. Ma l’ho pensato solo stamattina, perché ieri non c’era verso di trovare la giusta definizione. Avevo bisogno di consultare un libro di poesie per farmi suggerire le parole buone. Vorrei possedere la leggerezza dei miei amici quando penso al mio lavoro, quando mi chiudo per ore dentro me stesso per cavare pagine piene di spettri, vorrei avere anch’io quel coraggio e indirizzarmi al vuoto, senza fare calcoli, senza castigare commozioni né avere timore delle parole. Va bene, allora è questo che voglio fare oggi, mettermi seduto al tavolo e aspettare un postino disonesto, qualcuno che mi rubi le lettere, le getti nel fuoco e mi faccia dire, “non me ne importa, etc.”.

.

Robert Creeley, I POSTINI DISONESTI

Mi stanno rubando tutte le lettere, e
le buttano nel fuoco.
 
 
Vedo le fiamme, etc.
Ma non me ne importa, etc.
 
 
Bruciano tutto quello che ho, o quel poco
che ho. Non me ne importa, etc.
 
 
La poesia suprema, indirizzata al
vuoto – questo è il coraggio
 
 
necessario. Questo è qualcosa
completamente diverso.
 
 

Il mese scorso ho letto Il grande silenzio (Laterza), il bel libro-intervista ad Alberto Asor Rosa curato da Simonetta Fiori sulla dissoluzione di quel legame tra intellettuali e politica che ha contraddistinto il dibattito politico e culturale italiano fin dagli albori del Risorgimento. Il “grande silenzio” che dà il titolo al libro non è altro che la caduta del pensiero critico in un vuoto interminabile, in un silenzio, appunto, catastrofico e raggelante, rovinoso quanto il dominio incontrastato esercitato dalla cosiddetta “civiltà montante”, massmediatica e globalizzata, che domina la contemporaneità. L’intervista all’intellettuale Asor Rosa è un’occasione per una lunga passeggiata in un bosco in cui, di volta in volta, si incontrano gli infiniti occhi di personaggi celebri, come Togliatti e Pasolini, Berlinguer e Fortini, Eco e Calvino, e così via, finché – con la stagione del terrorismo – la strada si fa buia, le ombre si allungano e si spegne definitivamente l’illusione delle classi intellettuali di poter operare attivamente sulla realtà. È un libro importante, soprattutto per quelli della mia generazione, perché offre lo spunto per comprendere meglio le ragioni di alcune sostituzioni – la critica letteraria soppiantata dal marketing, l’audience come surrogato della qualità, la ricerca culturale scalzata dalle logiche industriali – che hanno trasformato lo scenario editoriale italiano in uno spaccio aziendale, nel discount di paccottiglia che ci appare oggi. I motivi che hanno condotto, in Italia, alla sconfitta storica del ceto intellettuale sono molteplici e variegati. Io credo (così come, con molta più autorità di me, lo crede Asor Rosa) che nella vicenda che ha portato alla sua dipartita, lo stesso ceto intellettuale non sia stato esente da colpe. Pasolini diceva: “Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. Ecco, io suggerisco di leggere questo libro, se non altro per essere informati, perché di fronte allo scandalo che proveremo di fronte all’inconsistenza delle prossime campagne condotte da qualche scialbo cartello di scrittori contemporanei accompagnati per mano da editor saccenti e compiaciuti, non si rischi di essere, per l’appunto, banali.

Un paio di giorni fa il capo della Squadra Mobile di Napoli in un’intervista al Corriere della Sera Magazine ha rivelato: “Sull’assegnazione della scorta a Saviano, il nostro parere fu negativo”. E poi ancora, riferendosi a Gomorra: “Il libro ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori”. A mio parere sono due gli elementi-chiave che assumono rilievo in questa notizia: primo, il fatto che la dichiarazione venga da un uomo che combatte la criminalità organizzata in prima linea, secondo che quelle parole rappresentano il sintomo pulsante di una lacerazione nel tessuto che dovrebbe reggere l’integrità morale di questo paese. Mi spiego meglio. L’Italia è una terra profondamente consumata in cui ogni giorno si fa più sfocato il delicato confine che separa ciò che è bene da ciò che è male. La libertà di mettere tutto in discussione, la licenza di ostentare senza più pudore opinioni in altri tempi insostenibili, confidando sempre nelle nostre orecchie ormai rotte al suono di ogni campana, sta facendo scivolare la zuffa quotidiana a un grado insopportabile. Oggi Saviano firma un pezzo su Repubblica in cui, tra le altre cose, dice: “Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere”. L’antipatia è un sentimento infantile, ma in mezzo agli artigli del nemico può diventare un fuoco d’odio. Nella classe intellettuale italiana da molti anni il coraggio è un luogo cancellato dalle mappe. Saviano, con la sua narrativa d’inchiesta, ha riportato in vita un genere letterario che in Italia, fino a qualche anno fa, era ancora vitale e si poggiava su una lunga e nobile tradizione. Eppure, nonostante il clamoroso successo editoriale, Gomorra non ha avuto emuli, la narrativa d’inchiesta è rimasta confinata nell’inferno quotidiano in cui vive questo scrittore di trent’anni, il genere letterario e il suo re-iniziatore continuano ad essere ammirati e compatiti come si farebbe allo zoo davanti a una specie rara che ci solletica i sentimenti più disparati. Questo atteggiamento generale dell’opinione pubblica italiana ha reso Saviano e la sua opera molto più vulnerabili ad attacchi come quello del capo della Mobile di Napoli. Io credo che il nostro destino civile e letterario passerà inesorabilmente dalla risposta che l’Italia saprà dare all’opera di Saviano, non tanto oggi, e non tanto in termini di vendite sul mercato editoriale, quanto piuttosto sul lungo termine, sulla capacità che avremo di costruire intorno a Gomorra un fronte ideale che abbia il crisma del coraggio e che segni la rinascita culturale e morale di questo paese.

.

Pier Paolo Pasolini, L’ALBA MERIDIONALE

Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l’epifenomeno (infimo)
dell’avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c’è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…

Ho letto in questi giorni commenti sfrenati sulla morte dei sei parà italiani in Afghanistan. L’arcobaleno dei toni andava dalla compassione più smodata alla contestazione polemica più becera. Senza entrare nel merito della vicenda, posso dire che la leva profonda che ha mosso pietà e antagonismo, allo stesso modo, è l’ansia di protagonismo. Oggi dirò che in Italia è morta l’opinione pubblica. In realtà è morta da tempo, ma è bene che se ne decreti l’ufficialità. Dire che l’opinione pubblica ha governato il mondo equivale a dire che la massa e la generale mediocrità hanno esercitato una costante violenza morale sulle minoranze. E questa affermazione è senz’altro vera, senonché ancora valida per la maggior parte dei popoli occidentali. Nell’Italia odierna, al contrario, si è compiuto un passo in avanti, ci si è spinti oltre un limite, e l’opinione pubblica è diventata qualcosa di mai visto prima. Pasolini diceva che “gli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere; perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione, e, con questa possibilità, essi fraternizzano”. L’Italia è un paese molto strano, è fatto di gente capace di emozionarsi oltre ogni decenza e di infischiarsene oltre ogni umana pietà. Oggi è anche un paese in cui quella stessa gente sa provare emozione e pietà solo se da esse ne deriva un tornaconto di natura personale. La libertà di esternare il dolore e di esercitare in pubblico la propria opinione (compresi i sentimenti dell’emozione e della pietà) ha trovato una nuova facilità nell’era di internet, questa facilità si esprime ogni giorno nella facoltà di porre commenti su qualsiasi cosa, di fare mercato dei sentimenti, di pronunciare il proprio giudizio del mondo. Esprimere pubblicamente un’opinione oggi, però, non è più un’attività finalizzata a contribuire in piccola parte alla costruzione di un’opinione pubblica (nell’accezione migliore del termine), tantomeno è l’esercizio di un diritto fondamentale riconosciuto all’uomo, tende in realtà alla resa pubblica della propria opinione, che è cosa ben diversa. Questa forma apparente di libertà è in realtà il più pericoloso strumento di conformismo che si possa immaginare. Dietro all’immenso palcoscenico su cui ognuno sgomita per mettere avanti il proprio individualismo si nasconde una forma subdola e violenta di mimetismo. Sigmund Freud ne Il disagio delle civiltà sosteneva che “ci sovrasta il pericolo di un condizione che potremmo definire la miseria psicologica della massa. Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale è stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri”. Così le scene che vedremo oggi durante i funerali di stato dei sei soldati italiani saranno l’ennesima celebrazione di una nazione incapace di sincerità, vuota e superficiale, che userà il pianto e le sue dubbie forme di pietà come ricatto morale, ben al di là di ogni giudizio segreto dell’anima e ben al di sotto del rispetto dovuto a chi quel dolore lo subisce in prima persona.

Le guerre seminate nel mondo dall’Occidente contemporaneo, si sa, sono il sistema più moderno e fruttuoso per permettere di fare affari a governi e multinazionali. L’Occidente è criminale in quanto sparge morte a fronte dello sfoggio volgare di edonismo e materialismo di massa. Da ciò ne deriva che la nostra piccola parte di mondo è fondata su una classe di mercanti di morte. Credo che oggi un poeta, per essere riconosciuto come tale, debba affermare una presa di coscienza netta, un allontanamento da quei valori, per inneggiare al coraggio, al dolore, all’innocenza dei poveri. Il poeta deve mettersi al servizio del futuro, fare quella che un tempo si chiamava “poesia civile”. In Italia l’assenza di una letteratura viva, non cerebrale, aderente ai problemi dell’uomo contemporaneo e della società, ha limitato negli ultimi tre decenni lo sviluppo di una nuova classe intellettuale capace di contrastare il nuovo fondamentalismo basato sulla regola del disimpegno e del piacere a tutti i costi. Pasolini nel ’62 scriveva: “Cos’è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità. Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come “normale”, privo della eccitazione e dell’emozione degli anni di emergenza. L’uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è. È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti”. Un impegno antagonista della poesia esiste anche qui da noi, è invisibile, sotterraneo, è ignorato dai sistemi che governano il mercato editoriale italiano, sistemi che spesso fondano la loro fortuna proprio sulla pretesa di apparire falsamente antagonisti. Lo “stato di emergenza” di cui parlava Pasolini oggi è percepibile nel fitto di questa boscaglia, ai margini di quella macchia disorientata che spesso coincide con l’universo della dispersione per antonomasia, il web.  I versi che seguono sono di una giovane autrice italiana, M0rgause. Sono versi densi, bellissimi, importanti proprio perché testimoniano di una necessità latente, del bisogno tra le generazioni più giovani di un altro genere di letteratura.

M0rgause, *TREDICI UOMINI SULLA CASSA DI UN MORTO, TREDICI UOMINI E UNA BOTTIGLIA DI RUM**

Quindici uomini sulla cassa del morto,
oh-yo! E una bottiglia di rum per conforto

“L’isola del tesoro” di Stevenson.

 

-Le cose in fondo non van poi tanto male-
dici tu
che hai lo sguardo viziato dai troppi guasti
del cuore.
E non vedi
-Giochi così bene a moscacieca con te stessa-
le carogne di Stato, i gioiellieri dalle attizzanti vetrine
-Venghino signori, venghino, oggi la morte si vende a modico prezzo-
dove rifulgono Kalashnikov, Dragunov e fiammeggia il Napalm,
il danaro consacrato agli altari
da papali banchieri compiacenti,
i cartelli colombiani di neve appesi come trofei
in piazzetta a Portofino all’ora dell’aperitivo
con al seguito puttane
tornate vergini grazie al dio denaro
-Miracolo, miracolo, inchiniamoci-
prestidigitazioni di capi di stato
che si giocano ai bussolotti
mille &+ mille vite
Chi disse: – Ho bisogno di un migliaio di morti
per sedermi al tavolo dei vincitori -?
che provano e riprovano il salto della quaglia
-Impiccagioni in prima visione che fanno tanto
audience, e poi Villon scriveva:
E non vi sdegni il nome
di fratelli,
anche se noi morimmo giustiziati.

Ma lui non conosceva Starss & Bars.
Tu ti sei fottuta l’anima
per un palco in prima fila
che importa se i ventri dei bambini di un altro mondo
si gonfiano
– Stasera saremo in 13 a tavola… devo assolutamente trovare un altro ospite…-
se 13 soldati stan sopra una ragazzina tredicenne
vietcong,
se 13 bombe mortaio sfracellano arti,
incendiano case
trasformandosi in sale sulle rovine,
se 13 son gli assassini che l’Agenzia “usa e getta”
manda a uccidere l’Uomo con la stella rossa…
Intanto tu per natale aggiungi ai tuoi gioielli un’altra pantera
dal prezioso bestiario di Cartier.
La differenza tra noi due non è negli anni:
io aspetto ancora di vivere
tra tumultuose guerre di ingorda giovinezza,
tu di finire con il tuo orecchio tardo
e la tua vista corta
come quelli di una vecchia/non vecchia
che dalla sua stessa noiosa indifferenza
è stata spinta fuori dalla vita
– Giochiamo a moscacieca, dai…-

Tredici uomini sulla cassa di un morto
tredici uomini e una bottiglia di rum…

Pasolini non è stato ucciso il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia. Pasolini è stato soppresso. Soppresso da uno stato che non ne ha mai riconosciuto la grandezza primaria, la memoria ridotta a un grezzo monumento di cemento eretto fra fango e acquitrini e il nome legato a un anonimo vicolo romano sulla Trionfale, una strada senza uscita che bisogna cercarla con pazienza e ostinazione. Pasolini in altri luoghi e in altri tempi sarebbe oggi di diritto nel pantheon di quei poeti che costituiscono le fondamenta culturali e sociali di una nazione, lo troveremmo senza alcuna esitazione accanto a nomi come Dante e Ariosto, Leopardi e Pascoli, Ungaretti e Montale. Invece no. Ho sempre pensato che il suo destino fosse una metafora perfetta di come in Italia è stata uccisa la cultura, aggredita da una banda di farabutti, bastonata e calpestata fino a romperle il cuore, poi data in pasto agli sciacalli in cerca di scandali e infine ripudiata e sepolta nel porcile dei nostri anni recenti. La sua presenza nel dibattito culturale italiano (o in quello che ne resta) è diventata via via sempre più superflua e sempre più assordante. Leggere oggi Pasolini fa un effetto strano, le sue parole sembra che spacchino la legna, che scoppino come tavole ardenti, generando subito dopo un senso di rabbia profonda, la stessa rabbia di un contadino che guarda con collera il suo campo inondato dalla povertà dei tempi, asciutto e arroventato dal sole. Allora, per onorare oggi la memoria di Pier Paolo Pasolini, ho scelto gli splendidi versi a lui dedicati da uno dei poeti che mi sono più cari, Jack Hirschman. Per il resto che mi riguarda delego il futuro a quell’epigrafe tratta dal “poeta delle ceneri”: “bisogna resistere nello scandalo e nella rabbia, più che mai”.

Jack Hirschman, L’ARCANO DEI GIORNI DEI MORTI (Poesia per Pasolini)

E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere, ma nel vivere: bisogna resistere nello scandalo e nella rabbia, più che mai. (Pier Paolo Pasolini)

1.
Non ho alcuna speranza alla luce di questo
“intrappolando” nel giorno
in cui morì,
non semplicemente ammazzato, ma – come per tutti quelli
che significano molto più di quello che furono –
come una intera nazione, persino un mondo, –
assassinato, il voto dell’America per rieleggere
una macchina da guerra per continuare a bastonare
e poi passare sopra interi popoli.
E dunque eccolo, uno dei più grandi poeti
italiani, che giace in questa tomba
a Casarsa, una piccola città in Friuli,
da ventinove anni. Sei piccoli allori su
lui e Susanna Colussi, sua madre,
che giace accanto a lui in commovente ironia.
E il suono che fa il dolore quando
cade attraverso se stesso e non tocca
fondo, con la sua tristezza di sangue
e la sua malinconia di mente in un mondo
dislocato, – non nel senso
di non avere uno spinello fra le dita
o seduto in un posto a bere
l’ingiustizia bell’e buona di questi giorni, ma –
volendo dire che una Costituzione comprata e pagata,
con una smorfia e una pistola alla nuca
del mondo, ha fra le altre cose
assassinato di nuovo Pier Paolo Pasolini.

2.
Che serie di Giorni dei Morti a venire!
Persino la sorellina Marilyn, che lui
mise in poesia così magnificamente, è nelle
quinte che rabbrividisce su questo cenotafio che
sto costruendo con piume di pavone azteco
lunghe sei piedi, foto di Marx, Lenin
vicino a una bandiera con falce e martello, Maria
Giuseppe e pure il Bambino Gesù, e Gesù
il Cristo. E ci metto dentro anche Rumi e King,
una montagna di capelli e una piramide
di scarpe. È l’inferno, è l’inferno, è
esattamente l’inferno, è l’inferno che governa il mondo.
Tanti occhi morti, penso che ce ne siano più
che le stelle in cielo, e sono anche qui,
raccolte sulla punta del mio pollice
e indice che tengono questa penna, tutte le stelle
che morirono anni e anni fa. Il mio voto
per corrispondenza è per loro. E Nader l’uno/né l’altro fra
due uomini di guerra. Ha da venì baffone. Ah,
eccoti là! Che sia un gran DeeoDee!
Diodi. O diodi. Ha da venì baffone.
Guarda quello scugnizzo di sei anni, una minuscola
fisarmonica fra le mani, una scatola di cartone
vuota davanti alle sue ginocchia accovacciate,
che canta sulla Farhadija Street alla folla
che passa, e gli unici che si accorgono di lui
sono una guardia della banca che lo fa spostare cinque
metri più in là (e lui ricomincia daccapo),
e un poliziotto che lo sovrasta e lui si alza e
scompare come in un film di Pier Paolo.

3.
Nudo fino alla cintola al sole caldo
su un balcone a Baronissi vicino Salerno, sento
il clop degli zoccoli, poi vedo – affianco alle macchine
che fanno il solito giro intorno alla piazza sottostante –
tredici cavalieri a cavallo, l’ultima è una donna,
qualcuno porta cappelli da cowboy, uno è avvolto
in una bandiera americana, vanno lungo la strada
come una banda di discepoli di Bush. O Giorno dei
Morti domani, quando sarà finita, America,
laggiù, laggiù, dove tutto è aggressione, follia
e abbandono. Che Giorno dei Morti
a venire! Pieno di corpi in tanti angoli roventi
del mondo, pezzi di shahid e le sue (di lui o di lei)
vittime, e le spacconate e le sciocchezze contorte
che cianciano le bocche dei media.
La Costituzione delle armi parla: Vota Guerra!
Vota Bandito per le bande di delinquenti che fanno cagnara
in questo deserto di consumismo. Vota Picchiatore
per continuare a tenere l’assassinio sulle labbra e far fuori quei
pompinari comunisti bastardi. Picchiarli
con mazze 2 x 4, passarci sopra con le loro stesse automobili!
Irrompere nelle case accovacciate, come la pioggia
di proiettili. In mezzo agli occhi. Prima persino che loro…
Ucciderli prima che ci raggiungano… e ci facciano saltare
in aria. Lo Zero dentro lo Zero è completo.
La Sinistra è un incorreggibile gracidio di rana, il guaito di un
cagnolino.
E la Destra è un sole sporco con un grosso occhio nero oleoso.
Ma le ceneri di Pasolini, dalle sue fiamme, lo spirito
in fiamme di Bestemmia sotto terra, le ceneri di Pasolini
si innalzano su ali di fenice di fiamma e urlano:
Bush-shit! Bush-shit! Avanti soldati crasstiani,
che marciano verso la paura. Nel pieno dell’autunno
con i vostri boccali e le bare.
Voi che bombardate e uccidete l’origine stessa dell’umanità,
voi che stracciate verità e stimolate appetiti da avvoltoio
di sangue in questo mondo carogna, ben presto fiuterete
i fiori della Vittoria. La loro fragranza vi incanterà,
irresistibilmente. Con adorazione cadrete in ginocchio per annusarli
e loro vi ringrazieranno esplodendo sulla vostra faccia
morta.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: