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Unione Sarda, 7  febbraio 2011
– Da pochi giorni è uscito in libreria un piccolo incantevole volume, di quelli che ormai si stampano sempre più di rado. Ha per protagonista la biografia di un uomo e, per estensione, di un secolo, il Novecento, filtrato attraverso la storia della narrativa e della poesia, della musica e dell’arte. Si intitola La letteratura è un cortile (ed. Giulio Perrone). L’autore è Walter Mauro, classe 1925, critico militante e allievo di Ungaretti, esponente di una generazione che credeva ancora profondamente nel rapporto tra cultura e società e che si riconosceva nella sacralità dell’atto creativo.
Lungi, per sua stessa ammissione, dal lasciarsi andare alla celebrazione dei bei tempi andati, Mauro convoca nel cortile in cui ha trascorso tutta la sua vita, il cortile della letteratura appunto, i personaggi che hanno scritto la storia culturale del Novecento, richiamando alla memoria gli incontri, le conversazioni, gli aneddoti più gustosi, fino a tratteggiare una vita, la sua, tra le più ricche e irripetibili. Non manca davvero nessuno a questo appello. Si parte da lontano, dai compagni del liceo, il Quinto Orazio Flacco di Bari, con cui il critico condivise l’esperienza dell’antifascismo e dal successivo periodo di prigionia nel carcere di Carrassi, dove il tempo trascorreva attraverso lezioni di filosofia e tornei di calcio tra detenuti politici ed ergastolani (“Inutile dire che per forza fisica e caparbietà gli ergastolani risultavano imbattibili”). Poi Roma, Parigi, New York e quel mondo meraviglioso di fermenti uscito dalle ceneri del dopoguerra.
Ecco allora le lezioni di Ungaretti (un secondo padre per lui) all’Università di Roma, le serate nella casa del poeta con i samba di Vinícius de Moraes, la passione per il jazz e l’improvvisazione di When the saints go marching sulla pista dell’aeroporto di Ciampino per accogliere l’arrivo di Louis Armstrong in Italia. Tanta musica, che si intreccia negli anni alla poesia, all’arte e alla politica, da cane sciolto, nel Pci.
Ma nel cortile di Mauro ci sono soprattutto i giganti della letteratura. Il gruppo degli esistenzialisti francesi, Éluard, Queneau, Sartre, inseguiti nei caffè e nelle loro case del Quartiere Latino. Il viaggio a New Delhi con Moravia, Elsa Morante e un Pasolini che spariva dopo cena preda di un “delirio erotico, attratto dallo sporco, dal sudicio, dalla miseria” di quelle strade. E ancora la particolare collezione di Zavattini, centinaia di quadretti piccolissimi, dipinti da artisti come Braque, Picasso, Modigliani. La malinconia di Pavese. Sciascia, al quale “bisognava togliere le parole di bocca”, a meno che non si parlasse di mafia. Montale, che lascia in eredità il suo cappotto al poeta Elio Fiore, il quale lo indossava anche a ferragosto, solo per il gusto di dire “Ho la stoffa di Montale”. La solitudine di Philip Roth, “la persona più scontrosa che abbia mai conosciuto”.
Un viaggio che arriva fino ai giorni nostri. Con la contemporaneità, però, il tono cambia. Gli accenti si fanno amari. Mauro non entra nel merito delle ragioni che hanno condotto all’attuale, impietoso, degrado della poesia, della narrativa e della saggistica italiana. E non risparmia neppure il Saviano di Gomorra che viene ricollocato nella sua naturale categoria di appartenenza, che è a suo dire quella doverosa della cronaca. E non il cortile che è la letteratura.

ANDREA POMELLA

“Quello che ci fa illudere è questa linea di vivi nella quale ci troviamo, che avanza verso ciò che chiamiamo futuro solo perché un nome siamo stati costretti a darglielo, traendone incessantemente i nuovi esseri, abbandonando incessantemente gli esseri vecchi che abbiamo dovuto chiamare morti perché non emergano dal passato”. J. Saramago

Ho estratto questa frase da La zattera di pietra di Saramago pensando a Pasolini, ai trentacinque anni che oggi ricorrono dalla morte. In molti si chiedono cosa penserebbe Pasolini, se fosse ancora vivo, di questo paese sventrato dal triviale. Qualcuno dice che forse starebbe ancora combatendo per definire una norma di dignità. Ma in ogni caso, noi, come dice Saramago, li chiamiamo morti proprio perché non emergano dal passato. Tempo fa ho praticato anch’io questo gioco, ho immaginato come sarebbe Pasolini oggi davanti alla grande catastrofe della nostra incultura odierna. Il mio sforzo di fantasia, però, non ha saputo trarre niente di meglio che un ospizio per vecchi o per matti in cui un vecchio interdetto e considerato matto, la cui fronte odora di carta bagnata, tace senza più emozioni, perfino di fronte alle cure amorevoli di un’infermiera moldava. Non è quello che si dice un omaggio, è una mia personale presa d’atto, un po’ fuori dal comune, dettata forse dalle ragioni dello sconforto.

Alla fine resta sempre qualcosa

Pasolini è seduto al tavolo coi gomiti stretti. Ha con sé un panino avvolto nella carta stagnola e un bicchiere d’acqua. Il bicchiere è macchiato da un filo di saliva, una traccia sottile come una larva. Aspira le briciole del pane con un gesto fragoroso della bocca che ricorda i rumori che fanno i bambini quando risucchiano la minestra dal bordo del cucchiaio. La quiete sepolcrale della grande sala ricoperta dall’intonaco azzurro è rotta solo da questi fruscii colmi di dolcezza. Il 5 marzo il “poeta” – come lo chiamano ancora da queste parti – ha compiuto ottantotto anni. Per l’occasione gli infermieri della casa di cura hanno organizzato una piccola festa, il direttore ha fatto arrivare un vassoio di Claps, i biscotti friulani fatti col burro e con le mandorle. Gli altri pazienti hanno intonato una canzone. Da allora è passato quasi un mese. Tra poco sarà di nuovo estate e le falene torneranno a trepidare nel giardino fiorito. La bella Vera, l’infermiera moldava che a ogni scoccare di primavera lo accompagna spingendolo sulla carrozzina durante le sue passeggiate nei boschi, gli racconta dei suoi amori sfortunati, anche se ha il sospetto che lui non la stia a sentire, o che preferisca ascoltare le voci che gli risuonano nella mente. Vera ogni tanto solleva il fazzoletto per pulirgli la bocca, poi gli concede un sorriso benigno, perché le fa una gran tenerezza questo vecchio psicotico con le guance scavate e la pelle secca come quella di un uccellino cotto al sole. Lei è convinta che a ridurlo così sia stata la psicoterapia, ma lei non ha diritto di contestare alcuna diagnosi, in questo caso il problema terapeutico è tutto speciale. Se provasse a dire una sola parola a riguardo rischierebbe il licenziamento. Così preferisce accompagnarlo a guardare i papaveri che a lui piacciono tanto, quei piccoli fuochi rossi che spiccano nel verde del prato. Lui ormai non parla quasi più. Non sono stati i farmaci ad annodargli la lingua, ma l’indifferenza della gente. Ormai sono passati trent’anni da quando con una sentenza politica l’hanno dichiarato pazzo, da quando hanno ritirato i suoi libri da tutti gli scaffali della nazione, da quando il silenzio sul suo nome si è sedimentato come la terra tra il vuoto e il pieno di una nuova generazione di uomini. Ma questa, per Vera, è una storia antica e sconosciuta. Qualche volta nelle notti di pioggia, quando le luci si spengono, lo sente piangere nel buio della sua stanza. L’ultima volta ha spinto la porta senza bussare, si è seduta sul bordo del materasso e gli ha messo le braccia intorno al corpo. Ha sentito sul suo seno la pelle scorticata dalla vecchiaia e dalle ossa troppo sporgenti, il raspare del mento ruvido di barba, il fiato veloce e caldo. Dopo un po’ lui ha smesso di piangere, il respiro è tornato calmo, e le lacrime versate sulla sua pelle si sono asciugate. L’indomani Vera non ha saputo tenere il segreto. E la caposala ha riferito al direttore, il quale ha ordinato di aumentare le dosi nel trattamento a base di litio e clozapina. Vera da quel giorno ha promesso a se stessa che non avrebbe più tradito un segreto. Nell’ultima settimana si è limitata a rimboccargli le coperte e a versargli l’acqua nel bicchiere che tiene sul comodino. La mattina presto lo solleva dal letto – è leggero come un capretto appena nato – e lo fa sedere in carrozzina, pulisce il pavimento, strizza lo straccio nel secchio e apre le finestre per arieggiare la stanza. In questi anni non è venuto nessuno a fargli visita. Dicono che non abbia più un parente in vita e che gli amici di un tempo, come spesso accade, siano troppo presi dalle proprie circostanze. Vera fa fatica a immaginare come fosse da giovane, nel pieno delle forze e delle facoltà, non osa neppure figurarsi di che genere fossero le sue poesie. Lei non sa niente di poesia, da quel poco che ha imparato nella vita sa che non ci si può fidare di chi fa un mestiere così inutile. Eppure le piacerebbe leggere le sue poesie, anche se sa che di quest’uomo non esiste più un solo verso sulla faccia della terra. Per un attimo lo guarda masticarsi le gengive, sbarrare gli occhi e ruotarli da una parte all’altra della stanza in cerca dei propri fantasmi. Quanto resisterà ancora questo piccolo mucchio d’ossa? – si domanda. Poi gli accarezza una mano e lo bacia sulla fronte. La fronte dei vecchi odora di carta bagnata. «Andiamo, signor Pasolini» gli fa, mentre osserva dalla finestra il bel sole di aprile. «Anche oggi la accompagno a vedere il mondo».

Quando passo il mio tempo in una località di vacanza ho sempre la sensazioni costante di aver perduto delle possibilità nella mia vita. Questo è senz’altro vero in linea di massima, ma quando sto nella mia casa, nel mio quartiere e nelle mia città, tutto mi sembra impagliato, come se alle mie centinaia di vite alternative io non dessi mai troppa attenzione. Stamattina presto ho fatto una corsa sul lungomare, ho osservato le facce dei turisti che passeggiavano nei pressi del porticciolo, ognuno di loro dava il meglio di sé. Ho ripensato a una frase di Pasolini: “Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti”. Più tardi ho visitato una casa immersa in un bosco a strapiombo sul mare. Lì c’era ancora un altro me stesso, seduto come in una cattedrale, alle prese con la sua storia implacabile.

Da bambino l’immagine del traliccio bianco che saliva pieno di maestà, alto e terribile, navigando sulle nuvole e sugli astri, mentre il cielo dietro di lui crollava lentamente, con tutti i suoi angeli e arcangeli, mi atterriva. L’accompagnamento musicale era dato da un brano del compositore fiorentino Roberto Lupi, si intitolava Saturno, e dopo di lui esisteva solo il silenzio della notte. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che il brano di Lupi fosse ispirato agli scritti dello scrittore ed esoterista austriaco Gustav Meyrink, un personaggio singolare vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, figlio illegittimo di un ministro e di un’attrice ebrea e sedotto dalle pratiche dell’occultismo e dello spiritismo. Vero o non vero che fosse, alla fine di quella sigla, dentro la Tv, appariva in sovraimpressione una scritta in corsivo, Fine delle trasmissioni, e da quel momento in poi mi aspettava una strada infinita tutta al buio. Spesso mi sono anche domandato, cercando tra la nebbia del ricordo forse una risposta, cosa ha lasciato dentro gli uomini della mia generazione quel traliccio bianco, e il cupo senso di catastrofe imminente che strozzava la gola e il petto al suo apparire sugli schermi bombati dei nostri televisori. Alla luce degli anni che seguirono, oggi sono convinto che Saturno l’infausto annunciò il compimento della profezia di Pasolini: “È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo”. L’ascesa e l’estasi del traliccio bianco coi suoi rami puliti e taglienti che negli anni Settanta penetrava nelle case degli italiani, sconvolgendo i bambini e terminando con quelle sole tre parole umane che mettevano fine alla messa in onda, era forse il presagio, o peggio, la dichiarazione spietata dell’avvento di una nuova dittatura. Così, quando il traliccio svaniva e rimaneva il cielo nudo, noi restavamo soli – come lo siamo oggi – a credere nel nulla, perenne e immutabile.

Forse arriverà un giorno in cui gli storici dovranno rivedere un po’ di cose, forse perfino tornare su antiche definizioni ed aggiornare le grandi epoche con cui gli studiosi hanno suddiviso la storia della società umana. Leggevo stamattina alcuni dati secondo cui in Italia la metà della ricchezza totale del paese è detenuta dal 10% della popolazione complessiva. Questo significa che se a dieci persone sedute intorno a una tavola viene servito un pollo, una metà del pollo andrà di diritto a un solo commensale, mentre gli altri nove dovranno dividersi la restante metà. La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi che detengono il potere, l’economia di lusso di questa classe e l’insicurezza sociale dilagante, sono temi che agli occhi dell’uomo contemporaneo sembrano strettamente connessi alla realtà del presente. In realtà questa era esattamente la situazione nella tarda antichità, ossia nel periodo storico che precedette immediatamente la seconda grande periodizzazione in cui viene tradizionalmente suddivisa la storia d’Europa: il medioevo, per l’appunto. Sotto l’aridità statistica di risultati affidati a inchieste di macroeconomia, si nasconde una verità che invece non ha precedenti nella storia dell’uomo. In un’epoca come quella che viviamo, caratterizzata da una spaventosa disuguaglianza e dove le distanze sociali sono siderali, la classe che detiene il potere ha introdotto un elemento che ha finito per caratterizzare tout court la contemporaneità. Si tratta di un sortilegio, una stregoneria sottile, che può essere definita come una falsa democratizzazione dei beni di lusso. In buona sostanza, attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione di massa e in particolare della pubblicità, le grandi masse dei cosiddetti ceti medi hanno avuto l’illusione di poter vivere secondo i canoni di agiatezza delle classi sociali più elevate. L’illusione ha consentito di assumere i portamenti e i simboli dei ceti ricchi, senza tuttavia avere mai accesso ai veri pilastri della ricchezza, ma al contrario contraendo debiti sempre più alti e aumentando quell’effetto di disturbo che nelle scienze psicosociali viene definito “fattore di desiderabilità sociale”. L’Italia berlusconiana in questo senso è il paradigma della contemporaneità edonistica, un paese – come aveva già intuito Pasolini – consumistico, individualista al punto da neutralizzare e cancellare le sue piccole e molteplici identità collettive. Questo è il presente. E in futuro? Un tempo le classi meno agiate erano abituate a destreggiarsi nelle situazioni di indigenza, la povertà era una realtà scomoda ma alla quale, in qualche modo, gli uomini riuscivano a sopperire. Allora la domanda che si impone è radicale: oggi, assuefatti come siamo ai codici culturali e dominanti della ricchezza, saremo ancora capaci di essere poveri?

Pasolini è seduto al tavolo coi gomiti stretti. Ha con sé un panino avvolto nella carta stagnola e un bicchiere d’acqua. Il bicchiere è macchiato da un filo di saliva, una traccia sottile come una larva. Aspira le briciole del pane con un gesto fragoroso della bocca che ricorda i rumori che fanno i bambini quando risucchiano la minestra dal bordo del cucchiaio. La quiete sepolcrale della grande sala ricoperta dall’intonaco azzurro è rotta solo da questi fruscii colmi di dolcezza. Il 5 marzo il “poeta” – come lo chiamano ancora da queste parti – ha compiuto ottantotto anni. Per l’occasione gli infermieri della casa di cura hanno organizzato una piccola festa, il direttore ha fatto arrivare un vassoio di Claps, i biscotti friulani fatti col burro e con le mandorle. Gli altri pazienti hanno intonato una canzone. Da allora è passato quasi un mese. Tra poco sarà di nuovo estate e le falene torneranno a trepidare nel giardino fiorito. La bella Vera, l’infermiera moldava che a ogni scoccare di primavera lo accompagna spingendolo sulla carrozzina durante le sue passeggiate nei boschi, gli racconta dei suoi amori sfortunati, anche se ha il sospetto che lui non la stia a sentire, o che preferisca ascoltare le voci che gli risuonano nella mente. Vera ogni tanto solleva il fazzoletto per pulirgli la bocca, poi gli concede un sorriso benigno, perché le fa una gran tenerezza questo vecchio psicotico con le guance scavate e la pelle secca come quella di un uccellino cotto al sole. Lei è convinta che a ridurlo così sia stata la psicoterapia, ma lei non ha diritto di contestare alcuna diagnosi, in questo caso il problema terapeutico è tutto speciale. Se provasse a dire una sola parola a riguardo rischierebbe il licenziamento. Così preferisce accompagnarlo a guardare i papaveri che a lui piacciono tanto, quei piccoli fuochi rossi che spiccano nel verde del prato. Lui ormai non parla quasi più. Non sono stati i farmaci ad annodargli la lingua, ma l’indifferenza della gente. Ormai sono passati trent’anni da quando con una sentenza politica l’hanno dichiarato pazzo, da quando hanno ritirato i suoi libri da tutti gli scaffali della nazione, da quando il silenzio sul suo nome si è sedimentato come la terra tra il vuoto e il pieno di una nuova generazione di uomini. Ma questa, per Vera, è una storia antica e sconosciuta. Qualche volta nelle notti di pioggia, quando le luci si spengono, lo sente piangere nel buio della sua stanza. L’ultima volta ha spinto la porta senza bussare, si è seduta sul bordo del materasso e gli ha messo le braccia intorno al corpo. Ha sentito sul suo seno la pelle scorticata dalla vecchiaia e dalle ossa troppo sporgenti, il raspare del mento ruvido di barba, il fiato veloce e caldo. Dopo un po’ lui ha smesso di piangere, il respiro è tornato calmo, e le lacrime versate sulla sua pelle si sono asciugate. L’indomani Vera non ha saputo tenere il segreto. E la caposala ha riferito al direttore, il quale ha ordinato di aumentare le dosi nel trattamento a base di litio e clozapina. Vera da quel giorno ha promesso a se stessa che non avrebbe più tradito un segreto. Nell’ultima settimana si è limitata a rimboccargli le coperte e a versargli l’acqua nel bicchiere che tiene sul comodino. La mattina presto lo solleva dal letto – è leggero come un capretto appena nato – e lo fa sedere in carrozzina, pulisce il pavimento, strizza lo straccio nel secchio e apre le finestre per arieggiare la stanza. In questi anni non è venuto nessuno a fargli visita. Dicono che non abbia più un parente in vita e che gli amici di un tempo, come spesso accade, siano troppo presi dalle proprie circostanze. Vera fa fatica a immaginare come fosse da giovane, nel pieno delle forze e delle facoltà, non osa neppure figurarsi di che genere fossero le sue poesie. Lei non sa niente di poesia, da quel poco che ha imparato nella vita sa che non ci si può fidare di chi fa un mestiere così inutile. Eppure le piacerebbe leggere le sue poesie, anche se sa che di quest’uomo non esiste più un solo verso sulla faccia della terra. Per un attimo lo guarda masticarsi le gengive, sbarrare gli occhi e ruotarli da una parte all’altra della stanza in cerca dei propri fantasmi. Quanto resisterà ancora questo piccolo mucchio d’ossa? – si domanda. Poi gli accarezza una mano e lo bacia sulla fronte. La fronte dei vecchi odora di carta bagnata. «Andiamo, signor Pasolini» gli fa, mentre osserva dalla finestra il bel sole di aprile. «Anche oggi la accompagno a vedere il mondo».

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Vinko Möderndorfer, QUALCOSA RESTA

QUALCOSA resta
alla fine resta sempre qualcosa
un filo del pullover
un foglio dal diario
con la data 22 settembre
una bottiglia vuota
l’impronta delle labbra sull’orlo di un bicchiere
un biglietto sulla maniglia
VENGO ALLE CINQUE
e rimangono
tante parole non espresse
e tanti silenzi
alla fine resta sempre qualcosa
per piccolo che sia
per silenzioso che sia
per marginale che sia

“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”. Così scriveva Pasolini a proposito di Petrolio, il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi. Ciò che probabilmente non sapeva Pasolini è che quel libro lo avrebbe “impegnato” non soltanto per il resto della vita, ma anche oltre. Del resto, un testo così oscuro e ambizioso sul potere e sul male, intessuto di rimandi testuali tanto alla mitologia greca quanto alla cronaca storico-politica italiana degli anni Sessanta e Settanta, non poteva limitare la sua azione ai tempi dettati dall’industria editoriale. Così, quando due giorni fa Marcello Dell’Utri ha annunciato di essere in possesso di un dattiloscritto scomparso di Pasolini che avrebbe dovuto costituire un capitolo di Petrolio, di nuovo una luce sinistra si è accesa intorno all’incompiuta pasoliniana. Gianni D’Elia, autore del volume Il petrolio delle stragi, non ha tardato a commentare: “Quel capitolo del romanzo Petrolio, ritenuto dal giudice Calia un documento storico sulle stragi d’Italia, è stato rubato da casa di Pasolini. In termini giuridici è un corpo di reato. Se è vero, Dell’Utri deve dire come lo ha avuto, chi glielo ha dato, per quali fini”. Di certo c’è che un filo neppure tanto sottile sembra legare Eugenio Cefis, il fondatore della Loggia P2 e presidente dell’ENI (personaggio chiave, insieme a Mattei, di Petrolio) alla parte politica che detiene attualmente il potere in Italia e di cui il senatore Dell’Utri è esponente di spicco. Lo stesso D’Elia ha sottolineato: «Mai avrei creduto che un’eredità culturale e politica contemplasse anche il ricevere quelle carte, quel capitolo sottratto da casa Pasolini dopo la sua morte e che potrebbe anche averla giustificata, motivata». Resta allora da capire la ragione profonda e arcana del “ritrovamento”, i tempi dell’annuncio, se si tratta dell’orgogliosa rivendicazione di un bibliofilo solo incidentalmente invischiato nel fango del potere politico ed economico, o se invece c’è altro. Come cantava tanti anni fa Lucio Battisti: “Tu lo chiami solo un vecchio sporco imbroglio, ma è uno sbaglio, è petrolio”.

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