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Vent’anni fa moriva Tondelli. Thomas Bernhard una volta disse questo: “Non si sa mai chi si è. Non sono gli altri che ti dicono chi sei? Questo ti viene detto milioni di volte e se vivi una vita lunga alla fine non sai più chi sei. Ognuno dice qualcosa di diverso. Anche tu dici a te stesso qualcosa di diverso in ogni momento”. Tondelli non ha vissuto una vita lunga, però abbiamo avuto vent’anni, da quando è morto, per dire chi fosse. Da altre parti ho scritto che Tondelli rappresenta compiutamente la grande occasione perduta dalla narrativa italiana, la possibilità di rimanere al passo coi tempi e con la grandezza della sua tradizione novecentesca. Questo è il mio pensiero. Se Pier Vittorio (ci sono autori, chissà perché, che ti viene spontaneo chiamare per nome, come se fossi stato loro amico, come se ne avessi condiviso percorsi di vita) fosse vissuto oltre la miseria numerica di quei trentasei, intensissimi, anni, forse oggi leggeremmo cose diverse, conosceremmo nomi di autori diversi, avremmo alle spalle vent’anni di qualcosa, anziché vent’anni di niente. Qualcuno penserà che la mia sia un’immagine idealizzata, la mitizzazione di un autore che non ha potuto esprimere in pieno le proprie potenzialità, un discorso sterile quindi, di quelli che non portano da nessuna parte. Ma io appartengo a una schiera di uomini, gli uomini di oggi, che vivono nell’impasse, quelli che chiamano “individui postmoderni”, che dedicano la loro vita a una sopravvivenza piena di inconsistenze e vanità. Allora concedetemi la vanità di immaginare cosa avrebbe scritto Tondelli dopo quel prodigio che fu Camere separate. Datemi la possibilità di perdermi in questa nostalgica ucronia. In fondo non è peccato, e non fa male a nessuno.

Non ci stava male Andrea Pazienza quando avevo vent’anni. Non ci stava male per un sacco di motivi. Non ci stavano male i suoi eroi negativi e le sue folgoranti illuminazioni sul senso della vita, non ci stava male la sua comicità dissacrante e il senso di tragedia imminente, non ci stava male come a quell’età non ci stanno male, in generale, tutti i cosiddetti cattivi maestri. Sono passati ormai due decenni da quando Andrea Pazienza è scomparso. Apparteneva a una categoria di italiani tutta speciale, una categoria di anarchici senza gloria, come Rino Gaetano, un altro artista bambino, un altro che frugava nelle paludi profonde italiane senza sporcarsi mai le mani. Leggevo le storie di Paz in metropolitana, quando tornavo da scuola, quando lui era già morto da qualche mese. Per me e per quelli della mia generazione si faceva fatica a leggere quelle storie pensando che l’autore che le aveva immaginate e disegnate avesse già lasciato questa terra. Pier Vittorio Tondelli disse di lui: “la morte di Andrea mi mette spietatamente davanti a questo: il lato negativo di una cultura e di una generazione che non ha mai, realmente, creduto a niente, se non nella propria dannazione. Molti altri, vittime e interpreti di quegli anni, sono scomparsi. C’era qualcosa che non andava allora, ed era il mito dell’autodistruzione. Qualcuno ne è saltato fuori, qualcun altro no e ha pagato carissimo”. C’è una tavola di Andrea Pazienza che condensa in maniera simbolica tutta la sua vicenda. È all’inizio di una storia (l’ultima) rimasta incompiuta della saga di Zanardi. Nella tavola ci sono due versi di una poesia di Sandro Penna: “Forse la giovinezza è solo questo / perenne amare i sensi e mai pentirsi”. Pochi mesi dopo avere iniziato quella storia, Paz moriva improvvisamente nella sua casa di Montepulciano. Aveva solo trentadue anni.

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