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Archivi tag: povertà

La settimana scorsa ho visto un questuante al semaforo, uno di quelli vestiti col saio, gambe, polpacci e piedi nudi, ma questo era giovane, grasso, coi capelli rasati di fresco, le braccia coperte di tatuaggi sofisticati, aveva un aspetto indolente, sbuffava fra le macchine, ai piedi portava un paio di Havaianas con la bandierina del Brasile.

A Napoli hanno fatto la tac alle vittime dell’eruzione di Pompei avvenuta duemila anni fa. Mangiavano sano e avevano denti perfetti; ma comunque non è bastato.

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Questo è un estratto dal mio “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” (Laurana, 2012), è il capitolo dedicato alle povertà migranti e agli orrori legislativi italiani in materia di immigrazione.

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Quando si parla di immigrazione alla maggior parte degli italiani vengono in mente le immagini delle carrette del mare che solcano il canale di Sicilia facendo rotta su Lampedusa, imbarcazioni gonfie di esseri umani disidratati e in stato di choc che spesso invadono le cronache dei telegiornali per via di naufragi devastanti, o per una conta dei morti che suona scabrosa e seccante per tutto l’Occidente sviluppato (val bene ricordare che a partire dal 1988 il numero delle vittime nel Mediterraneo ha superato la quota delle sedicimila unità).

Per i mass media un migrante subsahariano è principalmente questo: un naufrago scampato a una traversata infernale, un clandestino alle prese con le schedature del Centro di Identificazione ed Espulsione che possiede nient’altro che il proprio vestito impregnato di salmastro.

Quello che viene taciuto, e che si riesce a immaginare solo parzialmente, è il prima e il dopo. Il prima: il deserto, il mare, la scelleratezza di un trattato, quello italo-libico siglato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi, che a fronte dell’impegno italiano a pagare la Libia affinché i migranti africani non sbarcassero sulle nostre coste, chiudeva entrambi gli occhi sui lager libici di Zitlen, Misratah e Sebha, dove le donne intercettate sulle rotte per l’Europa venivano stuprate, e gli uomini lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e in parte dall’Unione Europea. Il dopo: il reclutamento nei ranghi delle organizzazioni criminali, lo spaccio di droga, la vendita di merci contraffatte, la prostituzione, le mutilazioni e le infermità permanenti esposte per ottenere meglio la carità. Read More

Una recensione di Gianni Montieri a “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” pubblicata su Qui Libri (numero 14 – Novembre/Dicembre 2012).

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Chiudo il bel libro di Andrea Pomella e mi faccio subito qualche domanda: “Io dove sto? Sono un nuovo povero? Potrei diventarlo? Da che parte della barricata ci troviamo io e i miei amici? Quanto è sottile il confine tra relativo benessere e povertà? A che gioco sta giocando Pomella, scrive i dieci modi per imparare a essere poveri e invece di darmi delle risposte mi fa porre delle domande?” Lo scrittore non gioca, perché il ragionamento che fa in questo piccolo, prezioso, saggio, possiede la limpidezza di chi, con onestà e lucidità, si accorge di quel che succede nel nostro tempo, lo analizza mediante la scrittura ponendosi domande, appunto.

Con ogni probabilità ogni lettore, arrivato in fondo a questo libro, se ne porrà. Domande che scaturiranno proprio da ciò che ha imparato, che è un nuovo modo di riflettere sulle cose. Chi sono i nuovi poveri? Padri separati con figli, gli indebitati, i pensionati soli, quelli che hanno perso il lavoro, i precari, i neo laureati. Siamo noi che pensavamo di star bene perché godevamo dell’accesso al credito. Il famoso compri adesso e paghi tra un anno e poi tra un anno non li hai. Il viaggio che potevi concederti (non parliamo del lusso) e che adesso non puoi più. La fatica nuova di non riuscire a pagare l’affitto, allora vendi la macchina. Oppure la tieni per dormirci dentro. Se il nuovo povero non sei tu, quasi sicuramente, è il tuo vicino di metropolitana, che è vestito uguale a te, che non lo diresti mai e, invece, è indebitato fino al collo perché ha dovuto pagare cure carissime per una compagna malata. O è la ragazza da sola con un figlio. Tutta gente che stava bene fino a ieri, gente che dovrà reinventarsi. Le istruzioni per l’uso per questa maniera diversa di vivere prendono forma (fluida e modificabile) in queste pagine.

Andrea Pomella con ritmo da racconto e precisione da saggio, ci mostra il suo pensiero. Scrive di ciò che ha visto e attraverso una dura critica alla Società e a noi singoli individui, prova a condurci nel paese della rinuncia. Imparando a privilegiare la nostra essenza, cercando la nostra forza interiore (san Paolo), potremo ottenere una nuova libertà, che passa dal non provare vergogna, dal far durare tre volte le scarpe che buttavamo seminuove.

Occorrerà scavare sotto la pelle per scoprire una diversa fragilità, un’esposizione al rischio che non avevamo previsto. Bisognerà uscire di casa e vedere come si fa. Pomella si muove tra politica, storia e letteratura, e rende evidente ciò che per molti così evidente non è. Siamo stati educati al superfluo, dobbiamo rieducarci al necessario. «Se una mattina mi svegliassi povero, per prima cosa mi siederei al tavolo – sempre ammesso che io abbia ancora un tavolo a cui sedermi – per cercare di capire cosa ho perduto, di così fondamentale, da avere questa nuova e assoluta certezza di essere povero.» Questo è l’incipit del libro, cosa abbiamo perso di noi per arrivare a quel “cosa ho perduto?”

GIANNI MONTIERI

Ieri c’era quest’uomo in piedi davanti al banco dell’accoglienza del centro per l’impiego. Aveva una giacca infangata che gli cadeva da tutte le parti, e un vecchio cappello marrone, marcio, sciupato. “Lei lavora?” gli ha chiesto l’impiegata. “Sì”, ha risposto lui. “Che lavoro?” L’uomo si è leccato le labbra: “Respirare, ha presente?” L’impiegata ha sbuffato perché non aveva voglia di scherzare. Ma l’uomo non scherzava affatto anche se ha riso un po’. L’impiegata ha sbuffato ancora, con un’insofferenza mortale. Al che l’uomo si è stretto nelle spalle ossute, ha preso fiato e ha detto: “Lei invece, scommetto, glielo leggo in faccia, lei non respira neanche più”.

Sabato mattina a Roma ho partecipato a un bel convegno, io dovevo parlare della differenza che c’è tra le parole povertà e miseria. Il convegno era in un posto dove di solito non si fanno i convegni, nella sala mensa di un centro di accoglienza per senza dimora. Il pubblico era composto da studenti delle scuole superiori e dagli ospiti del centro di accoglienza. Prima del convegno mi sono fermato a parlare con un altro relatore, eravamo entrambi sulla rampa d’ingresso della sala mensa. Sotto la rampa c’era un uomo con uno strano cappello e una lunga barba grigia che compilava un questionario, nel questionario Read More

Una recensione di Ivano Porpora a “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” pubblicata su La nottola di Minerva della quale vado molto fiero. Qui il link all’articolo originale.

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Lo dirò nel modo più brutale che mi viene: da persona un tempo asservita a enumerazioni e liste – dai tempi dei motivi per cui valga la pena vivere di Cuore, per intenderci – detesto ormai qualsiasi forma di vertigine da lista e, quindi, normalmente evito ogni forma di lista mi venga sottoposta. Anche perché le liste mi danno, all’interno di quella stessa vertigine, una sorta di sensazione di esclusione, la certezza che all’interno Read More

Una recensione di Michele Mancino a “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” pubblicata sul numero di settembre di “Valori”.

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Il cinema italiano del secondo dopoguerra sfornò una serie di film rimasti nell’immaginario collettivo. Uno di questi era “Poveri ma belli”, diretto da Dino Risi, a cui seguirono “Povere ma belle” e “Poveri milionari”. La domanda che scaturiva da quella trilogia era semplice e complicata al tempo stesso: che cosa serve Read More

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