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La mia ossessione poetica è il mondo prima della comparsa dell’uomo. Per assecondare la mia ossessione qualche volta vado su Wikipedia e cerco le definizioni delle ere geologiche più remote. Leggo frasi così: “La base del Famenniano, è fissata alla prima comparsa negli orizzonti stratigrafici dei conodonti della specie Palmatolepis triangularis. Questo limite è appena al di sopra dell’evento di estinzione di massa, noto come Kellwasser Event, che ha portato all’estinzione di tutti i conodonti dei generi Ancyrodella e Ozarkodina e di quasi tutte le specie di Palmatolepis, Polygnathus e Ancyrognathus”. Lo faccio perché mi sento attratto da questo linguaggio scientifico così impassibile e freddo,  un linguaggio che liquida milioni di anni di storia in un soffio di parole. Di quei millenni non so proprio niente. Mi faccio delle domande ma non so niente. La memoria della specie umana, di cui conservo nei condotti genetici, come ogni creatura vivente su questo pianeta, una particella infinitesimale, non ha conservato nulla di queste epoche remotissime, del vento che batteva le lande disabitate del mondo, delle piogge preistoriche che bagnavano la solitudine cosmica, o di qualsiasi altra cosa. È un paradosso spettacolare, lo so. Tutto questo tempo – questa volume sterminato, abnorme, di tempo – è passato, e questo timido, fugace e caldo essere umano che sono diventato cerca di ricordare, di condensare in un’immagine un paesaggio terrestre inviolato, abbacinante e limpido come una stella appena nata. Il ricordo della preistoria è caldo e pacifico. Il paradosso, dicevo, è che la poesia precede la storia.

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