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Non mi piacciono i cantanti che fanno i comizi, per me i cantanti che fanno i comizi sono tali e quali ai politici che fanno i cantanti, non mi piace chi esprime un particolare tipo di pensieri sapendo che quei pensieri sono grossomodo gli stessi che hanno in testa le settecentomila persone che hai di fronte, non mi piacciono quelli che usano la parola “cannoni” con riferimento alle canne, e non perché non mi piacciano le canne, ma perché la parola “cannoni” mi suona di una vecchiezza malinconica e disperata, non mi piace che uno che di mestiere fa la rockstar dica: “Non vogliamo elemosine da 80 euro”, non mi piacciono i rocker costretti nel cliché che li vuole per forza esagerati e che però il discorsetto se lo devono scrivere sul foglio perché sennò non ricordano le parole, non mi piacciono le canottiere, non mi piace Renzi ma penso che “boyscout di Licio Gelli” non sia un giudizio dettagliato né tantomeno che sia una conclusione fondata su dimostrazioni inconfutabili, anzi, penso che sia uno slogan, non mi piacciono gli slogan, non mi piace che si parli di troppe cose in poco tempo, per esempio non mi piace che in cinquantatre secondi si parli di morti sul lavoro, della cultura che in Italia non dà da mangiare, dei disoccupati, dei lavoratori di Piombino, di quelli di Porto Marghera, dell’Ilva di Taranto e del Sulcis, della morte del poliziotto che ha fatto la lotta alle ecomafie, del decreto Irpef, degli F35 e delle spese militari, della P2, della corruzione, del voto di scambio, della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra, non mi piace Toro Loco, diciamo pure che quest’ultima è la cosa che mi piace meno di tutte.

Il fatto che si chiami “primo maggio” mi ha sempre fatto pensare che poi viene un altro maggio. Ma poi non viene mai un altro maggio. E in fondo si chiama “primo maggio” proprio per questo, perché anche l’anno prossimo sarà di nuovo il “primo maggio”, e anche l’anno dopo ancora. Il primo, sempre il primo. E noi fermi senza progresso, senza mutamenti, al palo delle rappresentazioni.

Dirò forse qualcosa di impopolare, ma a me sembra che il concertone del 1° maggio di piazza San Giovanni ormai sia diventato un ghetto. Uso l’espressione “ghetto” nella sua accezione più comune, ossia per intendere un’area perfettamente circoscritta in cui una minoranza di persone sopravvive, insieme alle proprie idee invise al potere, in regime di reclusione. Mi è bastato guardare le immagini che rimbalzavano sulla rai ieri sera, ascoltare l’inondante retorica sul tricolore, i quattro residui stanchi dell’epoca d’oro del veltronismo che declamavano slogan agghiaccianti e vuoti, i musicisti sul palco che facevano a gara a chi buttasse là la provocazione politica più irriverente, per avere l’impressione desolante di trovarmi di fronte a una riserva, all’ampolla che conserva in vitro un mondo ormai perduto. Gli attacchi frontali, la durezza di certe dichiarazioni, in un contesto così circoscritto che sopravvive da anni in modo autoreferenziale, mi sembrano banalmente aderenti e funzionali alle logiche di potere che sorreggono questo paese. Nel circuito ramificato del neofascismo mediatico, la concessione, che avviene una volta l’anno, di uno sfogo di massa in cui far convogliare gli ultimi rigurgiti di un’ideologia di sinistra al collasso e incapace di rinnovarsi, rappresenta una specie di valvola di sicurezza che preserva il potere. Personalmente non ho a cuore la sopravvivenza di questa fucina di slogan da social network che spesso nasconde i più arroganti e dispotici messaggi promozionali (chi ricorda due anni fa Sergio Castellitto che arringa la folla e poi piazza una spudorata tirata all’ultima fatica letteraria della moglie Margaret Mazzantini?). Credo invece che la dimensione associativa di massa della sinistra italiana vada reinventata, che sia giunto il tempo di uscire dalle logiche dell’intrattenimento e dei grandi riti di purificazione, per riappropriarsi delle idee in maniera individuale, concreta, quotidiana. Non una volta l’anno. Ma ogni giorno. In ogni istante. Sempre.

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