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In certi pomeriggi della mia infanzia, quando Dio sembrava voler mandare sulla terra tutta l’acqua del mondo, io facevo un gioco sconcertante. Il mio gioco consisteva nell’allestimento di una piccola passione di Cristo. Mi servivo di due fucili giocattolo che usavo per approntare la croce, poi mi sdraiavo tendendo le braccia tese sull’asse orizzontale, e di tanto in tanto mi passavo un asciugamano sul viso, sulla bocca, sulle lacrime, simulando come un attore consumato le sofferenze estreme del sacrificio. Al cospetto di questo, ogni altro gioco mi sembrava superfluo e puerile. Il motivo per cui trovavo così attraente il gioco della croce era dovuto al fatto che fossi completamente sedotto dalla figura del crocifisso. Nessuno poteva capire fino in fondo la strana espressione che si componeva sul mio viso, il latrato che sussurrava la mia voce, come di un animale in gabbia lontano dal luogo di appartenenza. Il cattolicesimo mandato a memoria durante le ore infinite della mia infanzia era penetrato così a fondo dentro di me che il profilo del naso di Cristo, la forma del suo corpo, degli occhi, erano diventati gli oggetti di un desiderio mimetico al quale non era consentito opporsi. Se – come sostiene René Girard – l’uomo è ciò che è perché dal desiderio di imitazione viene tutto il meglio e il peggio dell’essere umano, allora potrei dire che io sono quel che sono perché da bambino ambivo all’essere di Gesù Cristo nell’ora del suo martirio. Con l’età adulta, come molti, ho scelto la via dell’ateismo, eppure non ho mai smesso di pensare alla sconvolgente bellezza di tutte quelle storie bibliche. A volte, ancora oggi, se non ci fosse il buonsenso a guidare le mie azioni, credo che potrei, per cinque minuti, distendere le braccia, lasciare che il mio viso ricada sul petto, socchiudere gli occhi e contemplare attraverso le ciglia l’orizzonte dal Golgota e le mura di Gerusalemme.

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