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Negli anni Novanta la riscoperta fra i giovani lettori di un autore come Beppe Fenoglio fu sorprendente. Ricordo in quegli anni le lezioni di Bianca Maria Frabotta all’Università di Roma che vertevano su Una questione privata, romanzo postumo pubblicato nell’aprile del 1963 due mesi dopo la morte di Fenoglio, e che registravano la partecipazione appassionata di un gruppo notevole di studenti di Lettere. A una di quelle lezioni venne in qualità di ospite Marco Lodoli di cui avevo appena letto il romanzo d’esordio Diario di un millennio che fugge. Mi sono interrogato spesso sulle ragioni di quella silenziosa adesione di un’intera generazione ai modi letterari di un autore così appartato e la cui opera è per certi versi riluttante alle leggerezze della contemporaneità. Sarà che quel suo carattere riassunto nella famosa frase autografa, “A me basteranno le due date che sole contano e la qualifica di scrittore e partigiano”, ben si addiceva al feroce nichilismo di quegli anni. Per quanto mi riguarda, prendendo in prestito i versi di una canzone di Ivano Fossati, io “non ho mai tradito la mia giovinezza, perché la vita si alimenta di poco, non dura eterna”. E così, ancora oggi, in certi pomeriggi d’autunno in cui il cielo si riversa sulla città, e intorno a me sento stracciare ogni giorno di più i miti della Resistenza e la decenza del cosiddetto popolo italiano, io mi apparto sul divano e frugo tra le pagine de Il Partigiano Johnny, e trovo frasi come questa, che a parer mio andrebbero vergate a chiare lettere sulla Costituzione italiana:

“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno”.

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Se gli uomini fossero privi di nome sarebbero indicati a dito, si troverebbe per ciascuno una peculiarità fisica o caratteriale, un surrogato della propria essenza umana. I nostri nomi tuttavia sono così effimeri da durare, quando va bene, il tempo di tre generazioni, poi scompaiono nella pioggia dei secoli. Oggi mi sono imbattuto in una bella poesia di Gianni Rodari, una di quelle cose che generalmente si trovano archiviate alla voce “Poesie della Resistenza”. Eppure, a spingermi ad approfondire la lettura di questi versi, non sono tanto considerazioni di ordine storico o politico,  quanto la ragione propria dei nomi, “quei sette nomi scritti con il fuoco”, piantati nel cuore “come sette olmi”. I nomi sono l’ultima traccia che resta di noi, insieme al nostro lavoro, agli affetti che abbiamo saputo coltivare e a poco altro. Uno scrittore quando sceglie un nome per un personaggio del suo racconto cerca un suono che assomigli al carattere e al volto che ha concepito per lui, il nome diventa la maschera e l’espressione, serve ad accompagnare l’orecchio del lettore alla terra sulla quale ascolterà come un indiano d’America l’arrivo delle tempeste. In alcuni versi di Iacyr Anderson Freitas c’è scritto: “non avere passato e nome / essere allo stesso tempo / fine e principio”. A volte abbiamo fretta di nominare le persone, chiediamo loro sbrigativamente il nome, salvo, nove volte su dieci, dimenticarcelo un minuto dopo. Se mi metto a pensare a tutte le mani che ho stretto in vita mia nell’atto delle reciproche presentazioni e a quanti, poi, di quei nomi si sono conservati nella mia memoria, ne provo quasi vergogna. Quelli che ricordo sono in una percentuale drammaticamente insufficiente. L’indicazione che ne traggo è che il nome di un uomo, fra tutte, è la cosa più facile da dimenticare.

 

Gianni Rodari, COMPAGNI FRATELLI CERVI

Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata :
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.

Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi :
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore ?

Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d’Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.

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