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Quando avevo nove anni pensavo che le canzoni dovessero per forza parlare d’amore. Pensavo che fossero come le favole, che parlano di orchi e di fate, o come i romanzi picareschi, insomma pensavo che la canzone rappresentasse un genere predeterminato nel quale non c’era posto per altri temi che non avessero riferimenti sentimentali. A casa mia si ascoltava i grandi successi di Julio Iglesias, Riccardo Fogli, qualcosa di Cocciante, diluvi di melassa come “Pensami / Tanto tanto e intensamente / Con il corpo e con la mente…”. Mi sembravano parole che mostravano l’assoluta semplicità della vita adulta, che nella mia immaginazione da bambino prefiguravano sconfinati orizzonti di libertà. Non conoscevo niente di quello che si suonava all’estero, non capivo una parola d’inglese e certe realtà di musica alternativa erano per me tabù. Le canzoni uscivano dai piatti di vecchi giradischi, dalla televisione in bianco e nero, dalla radio che ascoltava mia madre le mattine d’estate mentre faceva le pulizie in casa. Quelle canzoni lì non trattavano altri argomenti che non fossero strettamente collegati al tema dell’amore. Non credevo che gli altri popoli della terra fossero davvero sensibili alla musica come lo eravamo noi italiani, almeno per il concetto che avevo io di sensibi­lità musicale. Pensavo forse che gli altri la trasformassero (quella sensibilità) in impulsi o in energia, per mezzo di qualche ghiandola di cui noi non eravamo dotati, o in visioni che andavano oltre i nostri sensi. Mentre per noi la sensibilità musicale era in primo luogo sentimento, una forma che ci inculcavano fin da bambini. Le cose, oggi, sono molto cambiate, la fruizione della musica è diventata più confidenziale, e ciascuno può trovare ciò che più gli piace negli infiniti canali che la contemporaneità ci mette a disposizione. Ma quelle storie di piccoli e grandi adulteri, di passioni indomite e fiere, di arrendevolezze, riecheggiano ancora nella mia testa. Gli anni Settanta erano un meccanismo d’amore impazzito, un secolo dentro a un altro secolo.

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