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Eppure in giro non vedo grandi atti di ribellione. La rivolta mi sembra più che altro un argomento invocato da coloro che si annoiano nel tempo che gli resta dopo aver saziato i propri bisogni privati. Se le cose stanno così, vuol dire che la rivolta oggi è una parola priva di speranza. In quei piccoli atti concreti di ribellione che si scorgono tra le pieghe del nostro tempo, io intravedo più che altro rassegnazione, e la rassegnazione, si sa, è all’opposto della ribellione. Due esempi che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni: la protesta degli studenti contro la riforma universitaria e il suicidio di Mario Monicelli. Due rivoluzioni a loro modo bellissime, ma che includono al loro interno la radice amara della rassegnazione. Questo perché le strutture del potere corporativo, liberista, capitalista, hanno costretto sempre più il ribelle entro un perimetro ristretto in cui esercitare la propria rabbia, l’impegno morale a cui è vincolato non gli consente di intuire la cattività della propria condizione, così accade che perfino quella sua rivolta diventi vantaggiosa per il sistema di potere contro cui si pronuncia (la bagarre che si è scatenata ieri alla Camera sul tema del fine vita durante il ricordo di Monicelli ne è una riprova). Così, nel nostro tempo, io vedo sempre più miraggi di rivoluzioni che non offrono niente e non promettono niente, che poi, come ben sapeva Orwell: “ogni opinione rivoluzionaria attinge parte della sua forza alla segreta certezza che nulla può essere cambiato”.

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Gli italiani non sanno cambiare democraticamente il proprio presente e il proprio destino. Non lo hanno mai saputo fare. Le loro rivoluzioni sono sempre state opera di eventi esterni ineluttabili, passaggi drammatici della storia, cataclismi politici. Mai e poi mai il voto democratico ha saputo spezzare la morsa di un potere costituito. È stato così al tempo della caduta del fascismo per la quale c’è voluto un evento catastrofico come la seconda guerra mondiale con i suoi 55 milioni di morti. È stato così per il collasso del sistema democristiano di governo avvenuto a seguito del più grande scandalo della storia repubblicana. Gli italiani lasciano passare anni, lustri, decenni, ere geologiche della politica, cristallizzandosi sulle proprie posizioni, ignorando il buono e il cattivo governo, sordi a ogni genere di indecenza, di oscenità, di corruzione, di clamore, incapaci perfino di distinguere il momento in cui avviene la propria morte morale. In questo modo deprezzano il più grande strumento democratico che è stato concesso loro dalla storia, il diritto di voto, lo sviliscono fino a renderlo superfluo. A differenza delle altre democrazie mature in cui l’alternanza di governo è cosa naturale e garanzia di progresso civile, in Italia si instaurano di volta in volta decennali monarchie, si radicano poteri inespugnabili che si aggrovigliano nel tessuto sociale come intestini marci in un ventre molle. Gli italiani non sono mai stati capaci di una rivoluzione popolare pulita, onesta, di proporre una primavera della democrazia, piuttosto hanno sempre preferito che qualcuno scegliesse per loro. Allora non vedo perché, anche stavolta, anche nella monarchia attuale, gli italiani avrebbero dovuto levare un grido di sconcerto di fronte alle barbarie, facendo sentire la propria voce nelle urne, diventando protagonisti di un rovesciamento politico da realizzare in nome della civiltà. Coloro che credono ancora in questa possibilità sono degli illusi. Anche l’ultima monarchia d’Italia (come quelle che l’hanno preceduta, e come la prossima e quella che verrà dopo ancora) cadrà per mano di eventi magmatici, di tracolli epocali, di smottamenti che lasceranno sul campo intere schiere, più morte che vive, e tutti noi saremo ancora lì a chiederci come abbiamo fatto a non decifrare neppure questo. Per gli italiani l’unica democrazia possibile è la somma delle proprie fughe nel territorio dell’immaginazione.

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Cesare Pavese, da LA TERRA E LA MORTE

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

A volte ho la sensazione di vivere una notte eterna, un tempo in cui si spara a salve sui miraggi di nemici invisibili, in cui si trattiene a stento il battito delle giornate. Ogni giorno mi guardo sul viso, tra le unghie, tra le rughe, in cerca di una piega, un buco, nel nulla di uomo che siamo. Impreco spesso contro il mondo e i farabutti che lo abitano, e sembra che i farabutti siano in linea generale la classe dirigente del mondo. Perciò ho un bel bestemmiare io, che tanto i sacramenti non si alzano più su di un metro da terra, le imprecazioni sono più pesanti dell’aria, si gonfiano e ti ricadono addosso senza far male a nessuno. Stanotte ho sognato che Roma veniva sepolta da un’onda nera come l’inchiostro, e che gli uomini diventavano piccoli pesci marini spostati a branchi dalla corrente. L’anno scorso ho scritto un romanzo in cui ho riscritto Roma e un’epoca apocalittica di rivolte che non c’è mai stata, anche quello è stato un sogno, c’erano milioni di orfani bambini che arrivavano in massa come un mare nero, provenivano da una gigantesca bidonville cresciuta a dismisura sulla costa dalle parti di Ostia, ho immaginato che si chiamasse Mare della Tranquillità. E questi orfani storditi dallo sniffing di colla e di solventi chimici assaltavano la città. È bello inventare catastrofi agghiaccianti, è un gioco infantile che perpetuiamo ogni notte coi nostri sogni terrificanti, che ripetiamo col vizio di raccontare storie. Lo scrittore è l’essere meno serio che ci sia sulla faccia della terra. Pasolini diceva: “La serietà! Dio mio la serietà! Ma la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre”. Io scrivo come un criminale, ho tonnellate di rifiuti editoriali alle spalle, lettere fredde come la morte scritte da esseri freddi che pare non abbiano mai conosciuto uno stato di raptus in vita loro. Così inseguo la mia coda come un gatto pazzo, sono come gli ignavi di Dante, costretto a girare nudo per l’eternità attorno a una vana bandiera, punto da vespe e da mosconi. “Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna”.

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Giorgio Caproni … PERCH’IO CHE NELLA NOTTE ABITO SOLO

… perch’io, che nella notte abito solo
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
che mi bagna la mente…
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo.

Le foto della rivolta di Rosarno pubblicate oggi dai giornali d’Italia sono il documento di un tempo e di un’epoca che non respira, sono una ferita, una scottatura ai margini di un corpo ricco e grasso ma inconsapevolmente ammalato. Ci sono ragazzi in maglietta a mezze maniche (anche in Calabria siamo nel mese di gennaio) sorpresi in corpo a corpo con gli uomini dei reparti mobili della polizia (a loro volta con casco e manganello). A uno di quei ragazzi nella colluttazione sono addirittura calati i pantaloni. Nell’immaginario occidentale calare i pantaloni è il segnale della resa, in quella foto è l’impronta di una disgrazia. C’è qualcosa che fa male oltre ogni dire in quel particolare dei pantaloni calati, qualcosa che rimanda a un bambino vestito con troppa fretta, o con quel poco che c’è, o comunque sopraffatto da una forza alla quale non può in alcun modo opporsi. C’è un fiume di articoli, oggi, che parla di questi diseredati, di questi fantasmi neri che vagano nei campi del sud Italia a vendere le loro braccia per venti ore al giorno in cambio di qualche euro buono appena per comprarsi il pane, vite spremute dalle mafie italiane, maschere senza speranza che vagano la notte fra tende, casolari e fabbriche abbandonate. Secondo una buona maggioranza di miei connazionali sono loro il “problema”, il “pericolo” che ci rende le notti insonni, il “nemico” da combattere con ogni mezzo, o – come disse quel consigliere comunale della Lega di Treviso – coloro contro i quali “bisogna usare lo stesso metodo delle SS”. La realtà è che i fatti di Rosarno sono l’anticipo di quello che avverrà se un bel giorno queste masse di diseredati prenderanno forza e coscienza dei loro diritti di uomini ribellandosi alle catene dello sfruttamento e della prevaricazione. Sarà allora l’inferno. Anche se, come diceva Flaiano, “per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo”.

La notizia della chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese nel 2011 è stata annunciata facendo ricorso alla sottile arte della diplomazia linguistica, così abbiamo sentito parlare di “conciliazione” di “costi industriali”, di “responsabilità sociale”. Ma poiché il gioco della lingua è una coperta che serve a nascondere l’avvio di un processo che rischia di sconfinare nel dramma sociale (in una terra già universalmente nota per i suoi drammi causati dalla sopraffazione, dalla tirannia criminale, dal sopruso e dall’oltraggio ai più deboli fra i deboli) io auspico una rivolta della lingua. Sì, ho detto bene. Una rivolta della lingua, parole che marciano scandendo il senso del loro mandato, una sollevazione dei significanti per ristabilire ordine nei significati, un tumulto della parola contro coloro che la strumentalizzano ai fini dell’utile e del profitto. Io immagino un lungo corteo di vocaboli, una marcia fonetica che sfidi proiettili di gomma, gas lacrimogeni e spray al peperoncino. Un serpentone di definizioni e di voci che raggiunga le piazze del potere, che si contrapponga alla distorsione del senso, che imponga un’assunzione di responsabilità a chi usa il linguaggio per addolcire la pillola alle vittime delle proprie malefatte. È un paradosso, certo, una stravaganza della sorte o una bizzarria da vocabolario, che a Termini si ispiri la “rivolta dei termini”, avendo fiducia che – come si è soliti dire – non si passi subito dopo dalle parole ai fatti.

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Luigi Di Ruscio, da POESIE OPERAIE

anche se dopo la fatica il cervello
è ancora in balia di questa furiosa costruzione
che a me fa costruire chiodi che non si saprà mai
a quale cristo andranno a crocifiggere
e ancora possiamo incatenarli i mostri
vincerli e digerirli per la notte e per la gioia
nella tua casa in confusione dove ti attende moglie figlia e pranzo
dopo aver alzato posate come se alzassi utensili
io nella mia camera tre metri per cinque
pareti bianche e migliaia di fogli bianchi da mettere in croce
in lotta con la stanchezza e lo sporco ed è tutto presso di noi
non aspettare il sabato inizio del riposo d’iddio
il riposo sia per dio e questo inferno per noi

Cos’è un poeta rivoluzionario? Verso la fine degli anni Settanta Oriana Fallaci sosteneva che “il poeta ribelle, l’eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara”. E io credo che questa sia una definizione efficace, soprattutto se riferita al tempo storico in cui fu coniata. Ma ha ancora un senso, oggi, parlare di poeti rivoluzionari? Certamente sì, se si attribuisce ancora un minimo di valore alla parola “rivoluzione”. Se invece l’assuefazione ai metodi e ai modelli culturali egemoni è tale da rendere questa parola come uno sbiadito residuo di un’epoca passata di lotte ideologiche, allora non ha più senso affibbiare alla parola “poeta” l’aggettivo “rivoluzionario”. Io credo che la verità stia nel mezzo. La poesia – e più in generale la letteratura – è ancora uno strumento efficace per perseguire le rivoluzioni del pensiero, che in genere precedono le rivoluzioni sociali. Oggi più che mai i poeti hanno a disposizione platee potenzialmente sterminate di lettori, uditori di proporzioni inimmaginabili (pensiamo un momento al numero di lettori e ai mezzi di cui disponevano, per esempio, i poeti vissuti nella prima metà del novecento). La rete è uno strumento magnifico di diffusione e condivisione, è per sua natura conforme alla misura della poesia, si adatta meglio della carta stampata alla produzione di versi. Al contrario della narrativa, genere per il quale l’oggetto libro rimane il dispositivo naturale, la poesia ha trovato nel web la sua nuova casa, la sua rivoluzione inavvertita. Eppure i poeti, specialmente in Italia, continuano ad essere autoreferenziali, si attorcigliano su se stessi, si cercano fra loro e al tempo stesso si contendono spazi sempre più piccoli, invece di aprire la loro sfida al mondo, difendono quel poco di attenzione che è rimasta su di loro. Il poeta rivoluzionario invece osa, nello scrivere non si rivolge ai suoi colleghi – o meglio, non solo – ma al mare ostile di chi per sua natura è poco incline alla poesia. Ecco, io credo che il vero poeta rivoluzionario oggi sia l’“eroe solitario” che usa gli strumenti della modernità per soffiare la poesia nei luoghi senza vento, dove ci sono uomini distratti e assuefatti, dove è radicata la mediocrità.

Jack Hirschman, SAIDICHESTOPARLANDO

 

Quanti figli e figlie
di tutte le centinaia di uomini e donne del Congresso
stanno combattendo in Irak? Due.

Bene, si tratta di un esercito volontario
e gli uomini e le donne del Congresso, malgrado i loro
impegni e i loro investimenti privati,
sono per la maggior parte milionari.
Saidichestoparlando

I loro figli non hanno bisogno
di un lavaggio militare perché sono stati sporcati
da calunnie razziste, crivellati dalla paura della galera,
perseguitati dalla povertà, come il 20 per cento
degli Afro-Americani nelle forze armate
(gli Afro-Americani rappresentano solo
il 12 per cento della popolazione),
o come la forte percentuale di Latini
e bianchi poveri, che prendono ordini,
lavorando in un paese la cui metà della popolazione
sono bambini di 15 anni o più piccoli.
Saidichestoparlando

E io dovrei sentirmi patriottico
ed abbracciare questa spinta verso la minaccia planetaria
dalla parte di quella giunta militare di teste-morte
che quotidianamente fanno galleggiare le sue infamie morali
sui canali della nostra disperazione?
La paura nucleare ha riportato indietro Dio dalla morte,
e le Guerre Sante si guardano l’un l’altra nelle loro bugie,
mentre i bambini qui e i bambini là
sono devastati fino alle radici dei loro ancora possibili
sorrisi innocenti.
Nelle loro piccole teste, nelle loro entrate e letti,
si augurano di potere, si augurano che potranno
seppellirti, tu nullità assassino,
per tutti i bambini che hai ferito,
e getteranno sporcizia felice sul tuo cadavere,
Mr. President. Saidichestoparlando!

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