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Mi sembra che ci sia in giro una gran voglia di ridere, più che in ogni altro tempo. Io stesso passo le giornate ad avere voglia di ridere, a cercare il comico in ogni cosa. Questo non significa che siamo persone allegre. Anzi, secondo me significa l’esatto contrario.

“Il cavallo, se così si può dire, ha quattro ascelle e perciò soffre il solletico il doppio dell’uomo”. (Robert Musil, ‘Ridono i cavalli?’, in Pagine postume pubblicate in vita, Einaudi, trad. di Anita Rho).

Se ho un modello letterario, un’aspirazione, un’idea di come dovrebbe suonare la musica impeccabile delle parole, quel modello è qualcosa di molto simile a questo:

“Adesso ti sei sfilata le scarpe. Ma ecco che le calze vanno avanti e indietro sul tappeto morbido, come le scarpe poco fa. Versi acqua nel bicchiere, tre, quattro volte di seguito, non mi so spiegare perché. Da molto tempo la mia fantasia ha smesso d’immaginare tutto l’immaginabile, mentre tu evidentemente trovi sempre qualche altra cosa da fare. Ti sento infilare la camicia da notte. Ma siamo ancora lontani dalla fine. Ci sono cento faccende da sbrigare. So che ti spicci per riguardo a me; dunque si vede che tutto è necessario, che fa parte del tuo ‘Io’ più profondo e come il muto affaccendarsi degli animali il tuo movimento non si arresta dal mattino alla sera; con piccoli gesti incoscienti e innumerevoli, di cui non sai renderti conto, tu t’immergi in un vasto spazio dove nemmeno un soffio di me stesso ti ha mai raggiunta”.

(Robert Musil, da ‘Pagine postume pubblicate in vita’, Einaudi. Traduzione di Anita Rho).

Ogni scrittore cerca di raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Tuttavia la scrittura pone dei confini molto ben definiti, confini di lingua, di genere, confini geografici, eccetera. Si è tentato di annullare questi confini coniando il termine “modernità”. Con questo termine si è creata una categoria esclusiva e privilegiata, che nel volgere dei decenni ha estromesso tutte le altre, fino a ottenere una sorta di monopolio sulla letteratura. Tutto ciò che non rientra nei canoni della modernità non è degno di pervenire alla gloria letteraria, rimane un sottoprodotto della – appunto – modernità. Stiamo parlando, si badi bene, di un periodo storico che si apre con Kafka e Musil e che perdura fino ai giorni nostri. Elemento distintivo di questa supremazia della modernità sulla letteratura è la componente etica. Ogni scrittura deve contenere un giudizio morale sulla propria società di riferimento. Anche prodotti culturali apparentemente sprovvisti di “moralità” contengono in realtà un giudizio di natura etica su ciò che accade nel mondo contemporaneo. Lo “sguardo morale” accompagna e definisce la modernità, ne traccia i confini. Il problema è che oggi la modernità si è ridotta a una mera confezione commerciale entro la quale vengono racchiusi i libri che possono essere pubblicati (poiché li esige il mercato), definisce inoltre ciò che “si può” da ciò che “non si può” chiamare letteratura. Anche all’interno di generi letterari come il romanzo storico devono emergere messaggi moderni. Questa modernità drogata dall’economia di mercato è però una falsa modernità. Ma nella società capitalistica dei consumi sembra essere l’unica possibile.

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