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L’unica figura pubblica di un certo peso che in Italia sta facendo opposizione, che definisce la qualità e i confini del dissenso, che obietta colpo su colpo con la fermezza e il coraggio che servono, replicando alle coglionate quotidiane del governo, che vi piaccia o no, è Roberto Saviano. Ma le derisioni continue sugli intellettuali, sul loro presunto silenzio di fronte allo svuotamento di civiltà in atto, o al contrario sul loro impegno (sempre “troppo poco”, sempre “vano”, sempre “ipocrita”), si sprecano. Ricordate che questo è lo strumento di cui, da che mondo è mondo, si serve la destra più reazionaria per azzerare il pensiero critico e l’uso della ragione al servizio dei principi di solidarietà. E se quando si alza la voce di un intellettuale vi sentite in diritto di non prenderla sul serio, di pensare che tanto è inutile, di dire “da che pulpito” o “da che attico”, tenete a mente questo: siete complici e state spegnendo una luce, piccola o grande che sia. “Salvini è il ministro della crudeltà”, “Un altro passo verso la Russia di Putin”, “Il governo finanzia i torturatori libici”, sono frasi che ha pronunciato un intellettuale. Non il segretario di un sindacato, non il capo politico dell’opposizione, ma uno scrittore, ossia uno che fa un mestiere che non tenete in nessun conto, che disprezzate, come disprezzate l’intelligenza in ogni sua manifestazione, quella altrui e la vostra.

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“Gli togliamo la scorta” è una cosa che fa molto schifo, come lo è la maggior parte delle cose che dice Salvini. “Gli togliamo la scorta” però fa un po’ più schifo. Ma non è questo il punto. Sappiamo che Salvini fa spesso di queste cose, le fa per stimolare i più lugubri istinti primordiali degli elettori. Si dice che la Formula Uno sia uno spettacolo noioso, ma la gente lo guarda solo perché aspetta segretamente di assistere all’incidente. Salvini, se ne avesse il potere, farebbe correre bendati i piloti di Formula Uno. Salvini compiace i più lugubri istinti primordiali degli elettori, come gli antichi imperatori romani compiacevano il popolo dando i condannati in pasto alle belve. Si tratta di capire cosa sono, per Salvini, gli elettori; se sono il popolo, le belve o i condannati. È questo il punto.

Su Repubblica di oggi Saviano scrive del suo incontro con Garri Kasparov, campione di scacchi e tra i maggiori oppositori politici di Putin. Introduce il pezzo raccontandoci della sua passione per gli scacchi, passione che risale all’infanzia. Al secondo capoverso Saviano scrive: “Il gioco degli scacchi è un gioco violento, forse il più violento tra gli sport”. È indiscutibilmente una definizione d’effetto, ma chiunque si sia interessato al gioco almeno un poco in vita sua sa che non è una frase di Saviano. Tuttavia Saviano non la riporta come tale, ma la fa sua aggiungendo un ulteriore giudizio: “[…] anche se io non riesco a considerarlo uno sport”. Non sarà peccato mortale, va bene, ma mi chiedo cosa sarebbe costato a Saviano inserire la frase tra virgolette – tanto più ripensando alle precedenti accuse di plagio, ai peccatucci di copia e incolla che hanno distratto il pubblico dei lettori dall’effettiva portata delle sue opere – e rammentarci che quella definizione, in realtà, è proprio di Kasparov, ossia non di un anonimo estensore di aforismi, bensì dello stesso personaggio di cui Saviano si accinge a fare il ritratto. Alfonso Berardinelli su Avvenire ha scritto che Saviano copia da ingenuo, non da furbetto. L’ingenuità di Saviano in questo caso sta, oltretutto, nell’aver “citato” una definizione degli scacchi talmente famosa da risultare perfino banale. Io – per dire – avrei adoperato una frase di Bufalino (la stessa che Fabio Stassi mette in esergo al suo “La rivincita di Capablanca”, uscito qualche anno fa per minimum fax) che diceva: “Gli scacchi non sono semplicemente un gioco. Sono guerra teatro e morte. Cioè, tutt’intera, la vita”.

 

Ieri ho letto un post di Gianluca Morozzi su Ilfattoquotidiano.it in cui si parla del bel libro di Marco Rossari L’unico scrittore buono è quello morto (edizioni e/o) che qualche mese fa ho recensito anch’io, sempre sul Fatto (qui), e ho notato come Morozzi abbia sottolineato più volte che il libro di Rossari, a suo dire, è un romanzo. Da parte mia, nella recensione che dicevo, rimarcavo il fatto che non di un romanzo si tratta, bensì di “una miscellanea di arguzie, calembour, parabole surreali (o iperreali) sulla letteratura e i suoi eroi, veri o presunti”. Mi capita sempre più spesso di far caso a come venga usato impropriamente il termine “romanzo”, anche dagli addetti ai lavori, per indicare libri che romanzi non sono. Ho provato allora a discuterne su Facebook cercando di capire quale fosse il motivo di questo lapsus continuo che tende ad azzerare i generi e a definire qualsiasi cosa come “romanzo”. Uno degli scrittori italiani contemporanei di cui ho maggiore stima, Sergio Garufi, mi ha replicato citando il caso di Gomorra di Saviano, evidenziando che alla sua uscita in tanti (tra cui Saviano stesso) si affrettarono a definire “romanzo non fiction”, finendo paradossalmente per aderire al giudizio che ne diedero, con tutt’altri scopi, i suoi peggiori detrattori, ossia i camorristi di Casal di Principe che provocarono Saviano dicendogli: “Hai scritto proprio ‘nu bello romanzo”. Su questo punto ho sempre ritenuto che uno dei meriti di Gomorra fosse l’aver riportato in auge un genere nobile della tradizione letteraria italiana del Novecento, il reportage, ma l’ostinazione nel volerlo etichettare come “no-fiction novel” (la cui definizione è già di per sé uno stridere d’unghie su un vetro) fa pensare che la parola “romanzo” riesca ancora a conferire a uno scritto un sovrappiù di dignità e di decoro, anche laddove non ce ne sarebbe bisogno. Quindi, tagliando corto, il romanzo – da genere – pare sia diventato uno status, ossia per un testo si cerca una posizione che prescinde dalla sua natura, dalle categorie della critica a cui apparterrebbe di fatto. Insomma, come accade con gli oggetti di consumo, anche nel caso del romanzo, oggi, il principale veicolo non sembra essere più il testo in sé ma l’etichetta che gli si dà. Che mi sembra una cosa sulla quale vale la pena riflettere.


Unione Sarda, 7  febbraio 2011
– Da pochi giorni è uscito in libreria un piccolo incantevole volume, di quelli che ormai si stampano sempre più di rado. Ha per protagonista la biografia di un uomo e, per estensione, di un secolo, il Novecento, filtrato attraverso la storia della narrativa e della poesia, della musica e dell’arte. Si intitola La letteratura è un cortile (ed. Giulio Perrone). L’autore è Walter Mauro, classe 1925, critico militante e allievo di Ungaretti, esponente di una generazione che credeva ancora profondamente nel rapporto tra cultura e società e che si riconosceva nella sacralità dell’atto creativo.
Lungi, per sua stessa ammissione, dal lasciarsi andare alla celebrazione dei bei tempi andati, Mauro convoca nel cortile in cui ha trascorso tutta la sua vita, il cortile della letteratura appunto, i personaggi che hanno scritto la storia culturale del Novecento, richiamando alla memoria gli incontri, le conversazioni, gli aneddoti più gustosi, fino a tratteggiare una vita, la sua, tra le più ricche e irripetibili. Non manca davvero nessuno a questo appello. Si parte da lontano, dai compagni del liceo, il Quinto Orazio Flacco di Bari, con cui il critico condivise l’esperienza dell’antifascismo e dal successivo periodo di prigionia nel carcere di Carrassi, dove il tempo trascorreva attraverso lezioni di filosofia e tornei di calcio tra detenuti politici ed ergastolani (“Inutile dire che per forza fisica e caparbietà gli ergastolani risultavano imbattibili”). Poi Roma, Parigi, New York e quel mondo meraviglioso di fermenti uscito dalle ceneri del dopoguerra.
Ecco allora le lezioni di Ungaretti (un secondo padre per lui) all’Università di Roma, le serate nella casa del poeta con i samba di Vinícius de Moraes, la passione per il jazz e l’improvvisazione di When the saints go marching sulla pista dell’aeroporto di Ciampino per accogliere l’arrivo di Louis Armstrong in Italia. Tanta musica, che si intreccia negli anni alla poesia, all’arte e alla politica, da cane sciolto, nel Pci.
Ma nel cortile di Mauro ci sono soprattutto i giganti della letteratura. Il gruppo degli esistenzialisti francesi, Éluard, Queneau, Sartre, inseguiti nei caffè e nelle loro case del Quartiere Latino. Il viaggio a New Delhi con Moravia, Elsa Morante e un Pasolini che spariva dopo cena preda di un “delirio erotico, attratto dallo sporco, dal sudicio, dalla miseria” di quelle strade. E ancora la particolare collezione di Zavattini, centinaia di quadretti piccolissimi, dipinti da artisti come Braque, Picasso, Modigliani. La malinconia di Pavese. Sciascia, al quale “bisognava togliere le parole di bocca”, a meno che non si parlasse di mafia. Montale, che lascia in eredità il suo cappotto al poeta Elio Fiore, il quale lo indossava anche a ferragosto, solo per il gusto di dire “Ho la stoffa di Montale”. La solitudine di Philip Roth, “la persona più scontrosa che abbia mai conosciuto”.
Un viaggio che arriva fino ai giorni nostri. Con la contemporaneità, però, il tono cambia. Gli accenti si fanno amari. Mauro non entra nel merito delle ragioni che hanno condotto all’attuale, impietoso, degrado della poesia, della narrativa e della saggistica italiana. E non risparmia neppure il Saviano di Gomorra che viene ricollocato nella sua naturale categoria di appartenenza, che è a suo dire quella doverosa della cronaca. E non il cortile che è la letteratura.

ANDREA POMELLA

Io, se fossi Saviano, avrei lasciato Mondadori da un pezzo. L’avrei fatto per dare segno e forza ulteriori alla battaglia delle idee e dell’integrità etica di cui lo scrittore napoletano è protagonista ormai da qualche anno. L’avrei fatto soprattutto per non arrivare ad essere messo alla porta con un’uscita pubblica come quella di Marina Berlusconi. Sì, conosco tutti gli argomenti degli scrittori di sinistra che pubblicano i loro libri con le case editrici del premier, li conosco uno ad uno e non ne condivido nessuno. Come ben sapeva il grande Saramago, diktat e censura, nel caso Italia, si esprimono solo contro gli scrittori realmente nocivi alla causa del berlusconismo(e Saviano è appunto uno di questi, l’unico dopo Enzo Biagi). E tra gli autori italiani che pubblicano con Mondadori ed Einaudi, a parte Saviano, non vedo nomi così altisonanti capaci di levare la voce oltre lo sterile chiacchiericcio sulle cause minori e sul pettegolezzo contro le opposte lobby letterarie. Ovvio che nessuno, in Mondadori, abbia mai torto loro un capello. La questione è più vasta e generale e riguarda la finta guerra mossa dall’intellighenzia italiana contro il berlusconismo, una simulazione che continua a fare gioco tanto agli autori stessi quanto al più potente editore italiano. Un gioco delle parti che trova terreno fertile nella grande maggioranza del pubblico dei lettori, incapace, a quanto pare, di giudicare l’assoluta insufficienza delle piccole offensive mosse dai falsi “resistenti” contro l’incultura demagogica della neodestra italiana. Per questo io, se fossi Saviano, eccetera eccetera.

Un paio di giorni fa il capo della Squadra Mobile di Napoli in un’intervista al Corriere della Sera Magazine ha rivelato: “Sull’assegnazione della scorta a Saviano, il nostro parere fu negativo”. E poi ancora, riferendosi a Gomorra: “Il libro ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori”. A mio parere sono due gli elementi-chiave che assumono rilievo in questa notizia: primo, il fatto che la dichiarazione venga da un uomo che combatte la criminalità organizzata in prima linea, secondo che quelle parole rappresentano il sintomo pulsante di una lacerazione nel tessuto che dovrebbe reggere l’integrità morale di questo paese. Mi spiego meglio. L’Italia è una terra profondamente consumata in cui ogni giorno si fa più sfocato il delicato confine che separa ciò che è bene da ciò che è male. La libertà di mettere tutto in discussione, la licenza di ostentare senza più pudore opinioni in altri tempi insostenibili, confidando sempre nelle nostre orecchie ormai rotte al suono di ogni campana, sta facendo scivolare la zuffa quotidiana a un grado insopportabile. Oggi Saviano firma un pezzo su Repubblica in cui, tra le altre cose, dice: “Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere”. L’antipatia è un sentimento infantile, ma in mezzo agli artigli del nemico può diventare un fuoco d’odio. Nella classe intellettuale italiana da molti anni il coraggio è un luogo cancellato dalle mappe. Saviano, con la sua narrativa d’inchiesta, ha riportato in vita un genere letterario che in Italia, fino a qualche anno fa, era ancora vitale e si poggiava su una lunga e nobile tradizione. Eppure, nonostante il clamoroso successo editoriale, Gomorra non ha avuto emuli, la narrativa d’inchiesta è rimasta confinata nell’inferno quotidiano in cui vive questo scrittore di trent’anni, il genere letterario e il suo re-iniziatore continuano ad essere ammirati e compatiti come si farebbe allo zoo davanti a una specie rara che ci solletica i sentimenti più disparati. Questo atteggiamento generale dell’opinione pubblica italiana ha reso Saviano e la sua opera molto più vulnerabili ad attacchi come quello del capo della Mobile di Napoli. Io credo che il nostro destino civile e letterario passerà inesorabilmente dalla risposta che l’Italia saprà dare all’opera di Saviano, non tanto oggi, e non tanto in termini di vendite sul mercato editoriale, quanto piuttosto sul lungo termine, sulla capacità che avremo di costruire intorno a Gomorra un fronte ideale che abbia il crisma del coraggio e che segni la rinascita culturale e morale di questo paese.

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Pier Paolo Pasolini, L’ALBA MERIDIONALE

Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l’epifenomeno (infimo)
dell’avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c’è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…

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