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Nell’occasione del trasloco che sto facendo ripenso sovente a quante cose davvero poco importanti conserviamo nel posto che ci siamo scelti come casa. Mentre stipo oggetti dentro infinite scatole di cartone di grandezza  e consistenza variabili, ogni tanto mi fermo a riflettere su questo o quello. La maggior parte di quegli oggetti sono foglie dai lembi teneri che marciscono nella posizione che un bel giorno di tanti giorni fa ho scelto per loro. Probabilmente non mi sono mai stati utili, hanno resistito con pazienza e caparbietà per tutto questo tempo, lontano dalle mie occupazioni quotidiane, hanno esercitato un ruolo passivo nella fuliggine azzurra dei giorni che si sono susseguiti, se avessero avuto occhi, essi, quasi certamente, adesso saprebbero molte cose di me che io neppure sospetto. Eppure, nonostante l’inutilizzo a cui li ho destinati, in una parte di me ho sempre creduto che fossero qualcosa di cui prima o poi avrei avuto bisogno. Non c’è altra ragione per spiegare la mia ostinazione a non disfarmene. Gli esseri umani hanno la tendenza ad accumulare per il solo scopo di appagare il proprio desiderio di possesso, fanno questo senza porsi domande sull’opportunità delle cose, ogni tanto fanno come i cigni stizziti che talvolta alzano le ali scuotendole forte e subito dopo trovano una nuova posizione più comoda. Le cose che ci servono nel presente sono una minuta parte del tutto che stipiamo intorno a noi, che comprimiamo su scaffali e dentro ripostigli, che ammassiamo a testimonianza del nostro passato. Tutto quello che ci serve (che ci serve veramente) potrebbe essere contenuto in una valigia, il bagaglio che teniamo sempre pronto per il giorno in cui decideremo di partire, di fuggire in fretta. Quei pochi oggetti potrebbero raccontarci molte cose sul nostro conto, e senza fronzoli. Per esempio che siamo soli, che lo siamo sempre stati, e che in verità non abbiamo mai avuto per davvero bisogno di niente.

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Roger Robinson, VALIGIA

Mia madre mi dice che per anni
ha tenuto una valigia pronta

nel cofano della macchina, caso mai
avesse dovuto partire in fretta.

La valigia quadrata di pelle azzurra
è rimasta appoggiata contro la ruota di scorta.

Chiedo che c’è dentro? Lei la apre,
e solleva la parte di sopra.

C’è una fotografia in bianco e nero
di mia sorella e me quando avevamo

otto e sei anni, indossavamo magliette
bianche e pantaloncini uguali,

mia sorella sta piangendo ed io
porto un taglio afro con la riga di lato.

Ci sono quattro reggiseni bianchi di Marks and Spencer,
misura trentadue C, ancora impacchettati.

Una copia della Bibbia, Nuovo Testamento
in pelle nera liscia, sotto vuoto.

Due candele al profumo di limone
ed una pila arancione.

Un certificato di nascita ingiallito ed un certificato
di matrimonio leggermente strappato dov’è stato piegato.

Un spazzolino da denti colore acquamarina e un
rossetto marrone scuro Fashion Fair.

Una spazzola per capelli di legno con setole rigide.
Un’agenda con gli indirizzi e i numeri

di sua madre, dei fratelli e delle sorelle
scritti in rosso.

Venti buste da lettera per posta aerea
con i bordi a strisce rosso e blu.

E carta per scrivere marrone riciclata
macchiata con i petali di fiori viola.

Questo è tutto quello di cui aveva bisogno.

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