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È già sera, al telegiornale mandano il servizio su Salvini a Tor Sapienza, Salvini è contornato da cronisti e da individui che solitamente sui giornali vengono classificati come “cittadini” e che invece andrebbero classificati come “gente”, ossia come accozzaglia di persone di tutte le condizioni e natura in special modo di natura ignobile. Si leva la voce d’una vecchia che strepita: “Bruciamoli tutti!”, laddove l’oggetto dell’auspicato rogo è l’insediamento rom del campo nomadi di via Salviati. La voce è stridula, vocetta di vecchia rancorosa, un tipo umano che m’ha trapassato la vita e il respiro in questa piena di quarant’anni che ho tutta trascorsa nella città di Roma, città popolata per la gran parte da questa sottospecie italiana fatta di piccoli felini da latteria, abitati dal non pensiero, eternamente calati in una condizione di vita stabile e senza sofferenze o con una quantità giusta di sofferenze che loro tendono a ingigantire perché nella latteria si fa la gara ogni mattina a chi ha da esibire più sofferenza, e poi si fa la gara ogni mattina a chi ha più veleno sulla punta del canino, capitolini limati nel cattolicesimo rozzo e incondito da borgata diffusa, fascisti per istinto di natura che fanno correre la chiacchiera e con la chiacchiera stanno ogni giorno sull’orlo della cronaca nera, teppisti reazionari e pettegoli  che formano la litosfera della società umana. Ora io mi chiedo se alla vecchia di Tor Sapienza vada applicata l’idea che ricavò per esempio Hannah Arendt, ossia che il male perpetrato dai nazisti fosse dovuto non a un’indole maligna, ma a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni, oppure se alla vecchia di Tor Sapienza sia ben chiaro invece il significato, per esempio, dell’espressione “bruciamoli tutti”, ossia se lei – che ha arso presumibilmente innumerevoli zampe di gallina sulla fiamma della macchina del gas – sappia invero in che consiste lo sfrigolio del tessuto rosolato, quale sia il colore dell’osso carbonizzato, e se posta di fronte a un braciere con un attizzatoio in mano conosca per filo e per segno tutti i trucchi che servono per arrostire un individuo di origine rom, e così io dico che la vecchia è consapevole e che il male è banale – vero – ma non perché banale è l’essere che lo teorizza o che lo pratica, perché banale è il sistema morale e sociale a cui esso si richiama, perché l’essere che lo teorizza o che lo pratica risponde a un disegno preciso di comunità, una comunità dentro la quale mi tocca fluttuare, come un pesce infelice nell’acqua tiepida della mediocrità, per il resto di questi schifosissimi giorni.

Succede più o meno un anno e mezzo fa che un Bossi allora esponente di spicco del governo Berlusconi quater si lascia andare a una dichiarazione che rappresenta uno dei suoi cavalli di battaglia politici: “La maggior parte dei furti li fanno i rom”. La dichiarazione mi ricapita sotto mano quasi per caso mentre leggo un pezzo di cronaca locale in cui si parla con toni altisonanti di un furto sventato in un supermercato di Roma. “La giovane” – si legge nel pezzo – “si era impossessata di diversi generi alimentari ed eludendo i controlli si era poi allontanata. Ma i suoi movimenti non sono sfuggiti alla responsabile del supermercato che l’ha inseguita e braccata. […]Fortunatamente per lei e malauguratamente per la ladra, è prontamente intervenuta una pattuglia di servizio dei Carabinieri”. Toni da 007 Missione goldfinger. Ora mi chiedo come mai chi viene colto a rubare per fame viene mostrato a dito e giustiziato dall’opinione pubblica e dai mezzi di informazione, mentre chi usa i soldi pubblici per mettere benzina alla Porsche, comprare lauree e ristrutturare ville private ha diritto alle garanzie processuali e soprattutto lessicali per cui ci si guarda bene (soprattutto nei media) dal definirlo “ladro”? Senofonte diceva: “Quanto più uno è ladro tanto più è autorevole”. È allora più ladro un rom sorpreso a scippare o un governante in giacca e cravatta che fa uso privato del denaro pubblico?

La strada è costruita su un terrapieno, una lunga striscia di asfalto soleggiato che accompagna le anse del fiume in direzione della periferia nord della città. La corsa è come sempre un’occasione per osservare le cose del mondo. Da queste parti è tutto un fiorire di circoli sportivi, campi di pallone in erba sintetica, tennis e piscine, qualche bel laghetto artificiale contornato da panchine e attrezzi per il fitness. C’è nell’aria un silenzio così puro che sembra cospargersi sulla terra insieme alla luce del sole. I polmoni in affanno e qualche piccolo dolore alle caviglie mi consigliano di rallentare l’andatura. Così mi soffermo a guardare una partita di pallone. Le squadre sono composte da due gruppi distinti di allegri cinquantenni con le tempie grigie e le belle maglie in poliestere tese sui ventri rotondi e sporgenti. Nella goffagine dei loro movimenti mi ricordano una nidiata di pulcini che rincorrono a passettini sbilenchi il becco della chioccia. Eppure, nonostante gli evidenti limiti fisici, questi uomini esibiscono un’ostinazione febbrile, si dannano l’anima incalzandosi l’un l’altro sul perfetto prato all’inglese. I loro suv neri tirati a lucido sono ben custoditi nel parcheggio attiguo al campo, c’è un asiatico piccolo di statura e con un paio di occhiali scuri da sole che fa la ronda dal cancello all’ingresso degli spogliatoi. Tutto contribuisce a dare un senso di efficienza e di affidabilità che serve ad elargire, a questi ricchi dilettanti, l’ebbrezza di una domenica mattina da professionisti del pallone. Continuo a correre alla mia andatura ridotta, venti metri più avanti la scena cambia. Il greto fangoso del fiume si apre su un pianoro largo circa cinquanta metri e invaso di erbacce e nugoli di insetti. Le rovine di un’infinità di elettrodomestici abbandonati e i resti di qualche barcone naufragato brillano sotto i raggi del sole primaverile. Da quelle parti si gioca un’altra partita, contrapposta e speculare a quella dei ricchi cinquantenni al circolo sportivo. Tre ragazzini rom, due maschi e una femmina, rincorrono i resti di un pallone ridotto ormai alla sola copertura in lattice sventrata. I tre si azzuffano come gattini, scivolano continuamente nel fango, si rialzano inzaccherati e riprendono a correre. La loro energia è cosa ben diversa, è un vigore naturale che chiede soltanto di essere rappresentato, nella loro corsa non c’è finzione. Quando la loro partita sarà finita non avranno spogliatoi e docce calde, sala massaggi e costosi aperitivi, al massimo si toglieranno il fango di dosso con l’acqua del fiume. Man mano che mi allontano correndo lungo la mia strada percepisco le loro grida come una musica interrotta; le voci delle più colossali ingiustizie, come si sa, si perdono nel vento.

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E quante volte può un uomo volgere il capo
e fingere di non vedere?
La risposta, amico mio, soffia nel vento,
la risposta soffia nel vento.

(Bob Dylan, BLOWIN’ IN THE WIND)

E prima di scrivere di Polansky – poeta americano classe ’42, ma anche fotografo e operatore culturale – pensavo a De André, a quella parte dell’umanità che attraversa tutta la sua opera, a Khorakhanè, a “Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere”. Polansky è un poeta con una vita avventurosa e varia alle spalle, uno che vive da anni nei Balcani per dare voce poetica al popolo più maltrattato e oppresso della storia, quello “rom”, uno che si è rifiutato di combattere in Vietnam perché aveva visto “troppi bravi compagni di scuola tornare rovinati da quella guerra”. Nei suoi scritti c’è l’esperienza di sessantasette anni di vita vissuti intensamente e l’impegno a salvaguardia di una cultura, quella gitana, che la civiltà occidentale da sempre tende a cancellare. Nel 1994 il Comune di Weimar, in Germania, ha concesso a Paul Polansky il prestigioso Human Rights Award, consegnatogli dal Premio Nobel Günther Grass. La notizia è che Polansky sarà in tour in ottobre in occasione della pubblicazione del suo libro antologia “Undefeated / Imbattuto” per Multimedia Edizioni. Per gli approfondimenti www.casadellapoesia.org.

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Paul Polansky, IL POZZO

Mi presero al mercato
dove la mia gente una volta vendeva abiti,
dove gli albanesi ora fanno contrabbando.
Quattro uomini mi gettarono nel sedile di dietro
di una Lada blu, gridando “Ve lo abbiamo detto,
niente più zingari a Pristina.”
Mentre mi spingevano sul pavimento,
sentii la canna di una pistola nel mio orecchio sinistro. Era così fredda
che sobbalzai proprio mentre qualcuno premeva il grilletto.
Il sangue mi schizzò sulla faccia
dalla ferita sulla spalla.
Caddi giù, fingendo di essere morto.
Pregai la mia amata e defunta madre,
tutti gli spiriti, che quegli uomini non si accorgessero
da dove fuoriusciva il sangue.
Quando arrivammo, mi tirarono fuori
per i piedi. La testa sbatté per terra
rimbalzando su alcune pietre.
Mi gettarono a testa in giù in un pozzo.
Non toccai l’acqua.
C’erano troppi corpi.
Rimasi rannicchiato, quasi incosciente
fino a che l’odore della calce umida
mi fece riprendere i sensi.

Trattenni il fiato finché sentii
la macchina ripartire, poi mi sentii soffocare
dal fetore che mi circondava.
Con una sola mano, mi tirai su
arrampicandomi su gambe rigide
che mi fecero da scala.

La mia faccia, le mani, il mio intero corpo
bruciava per la calce. Usai dell’erba
per pulire quello che potevo,
poi camminai barcollando lungo una strada sporca
verso una lunga fila
di luci che si muovevano lentamente.

Venti minuti più tardi ero sull’autostrada
guardando i camion e le jeep color oliva,
che mi passavano accanto come se fossi un palo del telefono.
Alla fine crollai davanti a due fari.
Non so dire se l’ultimo suono che sentii
fu uno stridio o un grido.

Il giorno dopo in un ospedale militare
NATO fui interrogato per qualche minuto.
L’interprete albanese fece ridere i soldati.
A mezzogiorno stavo camminando
attraverso i boschi seguendo un sentiero per carri
che nessuno usava più,

tranne gli zingari
che fuggivano da un paese
in cui avevano vissuto
per quasi
settecento anni.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

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