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Qui c’è questa cosa che ho scritto per doppiozero.

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“Lo stile è una differenza, un modo di fare, un modo di esser fatto. Sei aironi tranquilli in uno specchio d’acqua, o tu, mentre esci dal bagno nuda senza vedermi”. Questo verso l’ha scritto Bukowski, e penso che sia la cosa migliore che si possa immaginare riguardo alla questione dello stile. Pensavo allo stile perché pensavo a Roma, e ci pensavo mentre la attraversavo, come ogni mattina, per andare a lavoro, passando sulla tangenziale est che sorvola i quartieri come una lugubre giostra delle montagne russe, e come ogni mattina il pensiero che ho fatto è stato: «È una città ossessivamente brutta». Però c’è qualcosa di peggio della bruttezza, esistono al mondo città terribili, monumenti eretti in nome dell’ingiustizia sociale, agglomerati di tristezza che sembrano la giustificazione ideologica dell’emarginazione o dell’esclusione. Eppure molte di queste città sono salvate dallo stile, da quella cosa che per Schopenhauer era “la fisionomia dello spirito”. Roma invece no, la Roma di oggi non ha stile, è una città a cui è stato espropriato lo spirito, la cui unica vocazione è la resistenza al presente, le persone che la abitano sono sottoposte a un incessante logorio, soggiogate da un senso di insicurezza che genera un modo di pensare manicheo e che produce alla fine autoritarismo, un autoritarismo che non è solo politico, ma governa i rapporti quotidiani, le piccole dispute, le fondamenta del vivere domestico. Roma è perduta perché non ha un’idea di sé, non ha una visione, da ieri non ha neppure un sindaco, perché quello che aveva è stato deposto al termine di una manovra di strangolamento ordita all’interno del suo stesso partito, qualcosa che non ha precedenti nella storia dell’Italia repubblicana. Gli uomini e le donne che ieri hanno preso d’assalto il Campidoglio brandendo cartelli con scritto “Marino pagate er vino”, agitando bottiglie di Frascati, allestendo lo spettacolo della politica al tempo presente, la pagliacciata, l’opera buffa, erano attori di una messinscena meschina allestita su una moltitudine di piani invisibili. Una ristrutturazione a lungo termine dello spazio politico di questa città è impensabile. Oggi Roma non si fa vedere nuda mentre esce dal bagno, si fa vedere per quello che è, ubriaca, malata, stanca di svegliarsi ogni mattina in un’altra alba dove l’immaginazione non può tramutare il pantano in qualcosa che assomigli neppure vagamente al futuro.

Vado ad assistere alla presentazione di un libro, a un certo punto si parla del rapporto tra cinema e letteratura, di come scrittori e cineasti hanno raccontato Roma, una persona del pubblico prende la parola, dice di non capire l’interesse degli artisti per le terrazze romane, dice che la peculiarità di Roma non sta nel mondo dei salotti, dice che non si spiega perché, per esempio, gli artisti non si interessano mai del papa, dice pressappoco così, dice che il papa sarebbe un argomento interessante.

Nel Grande Nulla ultimamente si lavora a un progetto per trovare un’occupazione ai rifugiati politici, c’è un impiegato che si rifiuta di lavorare al progetto, dice che lui “coi negri nun ce lavora”, l’impiegato ha un computer su cui poltrisce tutto il giorno, sullo schermo ha la foto della cancellata d’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz con la scritta “Arbeit macht frei”, l’impiegato ha sempre freddo, in ufficio si è portato una stufa elettrica e la tiene accesa tutto il giorno, indossa maglioni pesanti anche a fine maggio, è molto cagionevole di salute.

C’è un punto importante che divide gli artisti romani dai non romani nel raccontare Roma. Per i non romani Roma è una città briosa, truculenta, comica, vitale, immensamente provinciale. Per i romani è una città tragica. Nel raccontare Roma, i non romani hanno mediamente più successo dei romani per un motivo preciso: perché  il mondo è composto in maggioranza da non romani.

Una volta ho sentito questo: se a Roma gli automobilisti in circolazione decidessero di fermarsi tutti invariabilmente nello stesso momento, non ci sarebbero abbastanza parcheggi e una buona percentuale di macchine dovrebbe essere, giocoforza, abbandonata in mezzo alla strada, o in doppie file fantasiose. Il fatto che in ogni momento del giorno e della notte ci sia un numero più o meno grande di macchine che saettano per le strade o che languiscono in file penose ascoltando tristi programmi radiofonici e contendendosi un metro quadrato Read More

Qualche anno fa il Rione Monti a Roma era la meta preferita delle mie passeggiate. C’è una saggezza nell’ocra dorato che ti fissa fra le vie di questo quartiere – uno degli ultimi, forse l’ultimo di questa città che resiste alle sevizie della contemporaneità – che quando ci cammini in mezzo ti senti piccolo e nudo come un bambino che svela le proprie astuzie a qualcuno più grande e più sapiente. Allora mi mancava tutto, e quel poco che possedevo aveva il sapore acre della sconfitta. Camminavo tra via Urbana e via degli Zingari osservando dal basso i soffitti a cassettoni delle case che si intravedevano dalle finestre aperte, poi mi fermavo al Finnegan in via Leonina a bere una birra con la compagnia muta degli irlandesi. Qualche volta entravo in un negozio di abiti usati, frugavo con una mano nelle ceste ripiene di t-shirt, pantaloni, giacche, maglioni, di tutte le misure, di tutti i colori. Poi mi perdevo ancora in quei piccoli vicoli senza nome dove mi sentivo divorato dalla città, dove nessuna parola riusciva ad afferrare la mia sagoma muta. Solo a Monti mi sentivo in pace, in nessun altro quartiere di questa città consumata dagli orrendi souvenir e dalla merda dei colombi. Sabato sera sono tornato a Monti. Ho cenato in un bel ristorante e ho passeggiato per un po’ dentro le vie della Suburra. Ho guardato nei piatti degli americani, nelle vetrine delle botteghe, negli occhi di due prostitute vecchia maniera che ancora fanno il mestiere nei vicoli, come nei romanzi di Jorge Amado. Passavano i ragazzi, in gruppo, schiamazzando, ed io pensavo che c’è sempre qualcosa che ti fa ritornare nei posti che ami, che siamo come gli animali quando raggiungono le sponde del fiume e lasciano i ricordi nel bosco.

All’alba giro in macchina per le strade di Roma. C’è un filo di nebbia, una bruma sottile. Il circuito elettrico della città non si è ancora riattivato, perché ci sia corrente occorre che gli esseri umani guariscano dalle distruzioni della notte. I vetri delle macchine sono bagnati. Ma è un’acqua sporca, non è pioggia, non le somiglia, sembra piuttosto l’innaffiatura scolata da un balcone, mi macchia i cristalli con lunghe e sghembe striature marroni. Le poche macchine che vedo in giro sono piccole stanze chiuse a chiave alle cui porte echeggiano i battiti di uomini senza nome. La città è tutta una cucitura tra un quartiere e un altro, tutta un’enorme pancia suturata, le montagne opache che intravedo all’orizzonte sono giganti esiliati. Penso che questo è un universo privo d’aria, il modo che ci siamo scelti per vivere, che nessuno ci ha imposto, un inferno che abbiamo abbracciato coscientemente, deliberatamente, senza che nessuno ci abbia puntato la canna di una pistola alla testa. “Prevedo per me una morte più che lenta a furia di guardare tutto” c’è scritto in una poesia di Élise Turcotte. Prima di uscire di casa ho copiato la frase sul cellulare. Non c’è niente di dolce nel copiare le frasi su un cellulare, non ha niente a che vedere con l’imperitura abitudine di riempire moleskine. Tutto sommato c’è un gran silenzio in questo tempo che viviamo, nel rombante frastuono della modernità, In questo flusso incessante di informazioni. Ci sono tante cose da guardare e tanti modi lenti per morire. E questa è solo Roma. Una delle tante.

Sull’argine del fiume c’è una rimessa di biciclette. Il proprietario ha i capelli bianchi, ogni volta che passo dalle sue parti lo vedo adoperarsi sul telaio di una bici sempre più vecchia e malconcia. Lui siede sull’orlo di uno sgabello a tre gambe, ha le unghie delle dita impastate di grasso nero, una canottiera lurida, un paio di calzoncini marroni e due sandali di cuoio secco, aziona i pedali con una mano mentre con l’altra lascia cadere sulla catena un filo d’olio scuro. La rimessa si affaccia sulla pista ciclabile, così l’uomo coi capelli bianchi e le dita impastate di grasso nero ha trasformato la sua antica passione per il ciclismo in una professione che gli garantisce una discreta rendita: lui affitta biciclette a tariffa oraria. Ma la sua clientela non è più quella di un tempo. Così ogni volta che passo di là mi domando chi ha il coraggio di avventurarsi ancora da quelle parti, laggiù dove l’odore delle acque del Tevere in certi pomeriggi diventa stomachevole e c’è sempre il rischio di imbattersi in qualche schifosa e grossa nutria di fiume. Poi capita che veda da lontano questa coppia di sconosciuti che esce dalla rimessa, lei che monta in sella tenendo ben strette le gambe affinché la gonna non si sollevi oltre i limiti della decenza, lui che la spinge da dietro con i suoi grotteschi baffi di un’altra epoca e la camicia aperta sul davanti che lascia brillare al sole il petto abbronzato e lucido di sudore. Sento le loro risate che riecheggiano nel piccolo viale ombroso e osservo la bicicletta che oscilla da una parte all’altra, come se a guidarla fosse un ubriaco. Lei, nonostante i suoi vent’anni, non è mai salita su una bicicletta, lui le suggerisce come trovare l’equilibrio, adoperando le parole chiassose di qualche lingua balcanica. Il risultato è una serpentina audace e spericolata che finisce per abbattersi ineluttabilmente sulle mie ginocchia. In un secondo capisco che il non saper andare in bicicletta è la misura del loro amore. Restiamo così a ridere insieme, e il piccolo incidente che non mi rovinerà la salute è presto chiuso.

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