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Alle dieci del mattino le cose evidenti e ordinarie di una città sono tutte lì. È un giorno piovoso, il traffico è impazzito, con il ronzio di migliaia di motori sembra che il mondo stia per scoppiare da un momento all’altro. Ma io sono nel posto più silenzioso dell’universo. Accedo a un grande atrio deserto, chiamo un ascensore, mi sposto da un piano all’altro, alla fine mi fermo all’inizio di un lungo corridoio, davanti a una porta socchiusa, e mi metto in attesa del mio turno. Oggi mi aspettavo di entrare in un luogo surreale, gremito di persone violentate dalla burocrazia statale, e invece mi ritrovo come in un ventre di chiesa, a sfogliare i minuti al suono della pioggia battente alle finestre. Non tutti saranno d’accordo con questa mia descrizione, forse per me è solo un giorno fortunato, fatto sta che il luogo in questione è l’Anagrafe di Roma. Sbrigo allora la mia faccenda e mi aggiro ancora un po’ tra i corridoi; ufficio matrimoni, ufficio nascite, ufficio divorzi. Qui l’amore di ciascuno viene catalogato, registrato, classificato, schedato, cinque righe in cui comprendere un delicato riassunto delle relazioni umane. L’impiegata che si occupa della mia pratica mi mostra il verbale che ha scritto, la sintassi è impeccabile ma il tono generale è fatalmente gelido. In un’Anagrafe generale, un posto in cui si protocollano fascicoli sull’amore e sulle sue conseguenze, dovrebbero assumere un poeta per ogni ufficio. Sono loro gli specialisti della materia. E invece gli uomini preferiscono che nella schedatura delle loro faccende sentimentali siano adoperate misure asettiche, e che a occuparsene siano individui freddi, con sguardi impietosi, abituati a considerare senza ardore ogni variazione possibile, ogni stortura, ogni deviazione delle passioni umane. Questi luoghi generalmente scialbi e squallidi hanno una loro bellezza, aggirarsi fra questi corridoi è come cercare dei piccoli fiori in un muro di cemento. Con un po’ di attenzione sulle targhe degli uffici si può scoprire i significati innumerevoli e terminali della voce amore. Ma qui forse nessuno ne ha mai fatto cenno, neppure con una parola.

Girare tra le vie del centro di una grande città è un modo come un altro per passare in rassegna le ultime miserie di una civiltà morente. È un sabato, è una mattina che forse esisterebbe solo in sogno, perché è da tanto che non faccio più una passeggiata in solitaria tra queste vie, e brancolo ad occhi chiusi per godermi il fresco e il sole che filtra appena tra i palazzi. A piazza Navona i camerieri dei bar e i venditori ambulanti sembrano calciatori che si riscaldano in attesa di scendere in campo e fare la loro parte, la presenza dei turisti non è ancora quell’orda famelica che passerà fra qualche ora a seppellire ogni cosa, ma i negozi sono già allestiti, fuori dalle vetrine è tutto un fiorire di paccottiglia. Mi domando perché quando gli esseri umani sono in vacanza si deteriorano al punto tale da cercare il modo più svelto per liquidare i propri soldi in cambio di idiozie materiali. Forse rispondono a una necessità sostanziale della loro natura, o forse in una civiltà decadente la soddisfazione della propria cretineria è diventato un bisogno primario. Fatto sta che le città del mondo hanno cambiato le loro fisionomie modellandole su questa esigenza dell’”uomo in vacanza”; certe volte la sincerità del mondo è spiazzante. Roma non si è sottratta a questa legge. Sul cuore ormai inaccessibile di questo paesaggio dominano cianfrusaglie made in china, cappelli scandalosi, magneti per frigoriferi, riproduzioni in plastica di monumenti famosi, oscenità tradotte in tutte le lingue del mondo. Non esiste più uno spazio destinato a un uso diverso da questo, tutto è teso a favorire questa catatonia collettiva, questa barbarie di ritorno, questa navigazione verso l’inferno della nullità. Mentre si alza il sole sono qui a camminare nel cuore materiale di un declino fra i più spaventosi della storia e ripenso agli ultimi versi di una poesia di Fernando Charry Lara, agli uomini del tramonto, coloro che “vedono sprofondare la terra d’Occidente nella notte”.

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Fernando Charry Lara, TRISTEZZA D’OCCIDENTE

Com’è triste Occidente, coi suoi colori chiari,
assenti, riparati da tutto ciò che è perso:
adesso è terra scura, senza forma e silente.
non si sa se la solchino assonnate correnti.

Nemmeno se ci sono stanchi sentieri, valli.
O nubi nel suo cielo, quelle candide spume.
Non c’è nulla, crescono solo i sogni dell’oblio
sul cuore inaccessibile di questo paesaggio.

Vorrei con le mie braccia stringere l’Occidente,
la sua luce fugace, la dorata mestizia
che risplende purissima, nell’aria vuota ormai,
con fulgore monotono di pianura assetata.

Gli uomini del tramonto che sognano orizzonti
nel guardare l’acceso tremore dei crepuscoli,
come un bosco di enormi disabitate ombre
vedono sprofondare la terra d’Occidente nella notte.

Non ho un buon rapporto con la mia città. Non mi riconosco nel suo carattere, nei suoi modi, nelle sue vene svuotate. Quando cammino per le sue strade ho la stessa sensazione che avrei se camminassi in un’enorme stanza stipata di vecchi mobili impolverati e chiusa a chiave, alla cui porta rimbombano i colpi di decine di mani e pugni. L’ho percorsa in lungo e in largo la mia città, l’ho indossata come un abito che si veste fino a consumarlo. A Roma sembra che io non esista, ecco, è questo. Per occhi che la guardano sprezzanti questo non significa niente, per chi prova per lei una specie di amore filiale e riottoso invece è tutto. Non si mettono radici a Roma, da nessuna parte, perché il suolo di Roma è troppo duro e infertile per radicare, si lasciano ricordi come semi abbandonati che sappiamo in anticipo non porteranno ad alcun bocciolo di fiore. Non mi aspetto nessuna primavera da lei, so che non rispetta le promesse, che tradisce ogni giorno e ogni minuto, che è infida come una puttana e inattendibile come una visione di candele. Sono un insetto fra tanti insetti che ronzano nel suo ventre prominente, e se provo a guardarla con gli occhi di un esiliato lei ancheggia e strizza l’occhio ma non si lascia avvicinare, perché Roma è accessibile solamente ad occhi spenti. Forse ho un’anima già troppo vecchia, forse è passato già troppo tempo da quando scrivo e cerco le storie nei volti degli sconosciuti; così oggi vado a cercarle nella più sconosciuta di tutti.

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Abdullah Sidran, SARAJLIĆ TORNA NELLA SUA CITTÀ

Così, passano i viaggi. Un po’
di esperienze nuove, e un mucchio di vecchie, confermate.
E ora mi avvicino di nuovo alla città. Secoli come
se fossero passati – sto tremando.

Sul binario, certamente troverà la pioggia. Ineluttabile
come il ritorno. E’ così che questa città, da sempre, accoglie
i suoi cari. (Forse se apparisse diversa non la
riconosceremmo?!). Dalle ghiandole lacrimali le larve
ecco, sono già scivolate lungo il naso!

Di chi si rallegra l’anima? Questa città
non l’ho mai blandita. Ma i colpi
con i quali la nutriva, la solitudine tremenda e fruttuosa,
sono forse stati i segni di un senso superiore, mentre cercavo
di costruirci la mia casa?

Sotto la pioggia, ora mi attende la mia città. E in essa la mia casa.
E in casa la donna. Nella donna batte un cuore umile
e tranquillo respira il nostro frutto felice.

Cammino, stanco come un cane,
e colmo di luce.
Di luce.

A volte ho la sensazione di vivere una notte eterna, un tempo in cui si spara a salve sui miraggi di nemici invisibili, in cui si trattiene a stento il battito delle giornate. Ogni giorno mi guardo sul viso, tra le unghie, tra le rughe, in cerca di una piega, un buco, nel nulla di uomo che siamo. Impreco spesso contro il mondo e i farabutti che lo abitano, e sembra che i farabutti siano in linea generale la classe dirigente del mondo. Perciò ho un bel bestemmiare io, che tanto i sacramenti non si alzano più su di un metro da terra, le imprecazioni sono più pesanti dell’aria, si gonfiano e ti ricadono addosso senza far male a nessuno. Stanotte ho sognato che Roma veniva sepolta da un’onda nera come l’inchiostro, e che gli uomini diventavano piccoli pesci marini spostati a branchi dalla corrente. L’anno scorso ho scritto un romanzo in cui ho riscritto Roma e un’epoca apocalittica di rivolte che non c’è mai stata, anche quello è stato un sogno, c’erano milioni di orfani bambini che arrivavano in massa come un mare nero, provenivano da una gigantesca bidonville cresciuta a dismisura sulla costa dalle parti di Ostia, ho immaginato che si chiamasse Mare della Tranquillità. E questi orfani storditi dallo sniffing di colla e di solventi chimici assaltavano la città. È bello inventare catastrofi agghiaccianti, è un gioco infantile che perpetuiamo ogni notte coi nostri sogni terrificanti, che ripetiamo col vizio di raccontare storie. Lo scrittore è l’essere meno serio che ci sia sulla faccia della terra. Pasolini diceva: “La serietà! Dio mio la serietà! Ma la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre”. Io scrivo come un criminale, ho tonnellate di rifiuti editoriali alle spalle, lettere fredde come la morte scritte da esseri freddi che pare non abbiano mai conosciuto uno stato di raptus in vita loro. Così inseguo la mia coda come un gatto pazzo, sono come gli ignavi di Dante, costretto a girare nudo per l’eternità attorno a una vana bandiera, punto da vespe e da mosconi. “Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna”.

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Giorgio Caproni … PERCH’IO CHE NELLA NOTTE ABITO SOLO

… perch’io, che nella notte abito solo
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
che mi bagna la mente…
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo.

Stamattina osservavo quella debole luce acquatica che da due giorni risplende sulle strade di Roma. I marciapiedi erano ricoperti da uno strato fitto di foglie gialle, e nel cielo ormai di dicembre si addensavano le nubi, mentre ogni tanto faceva capolino un sole allegro e meschino, e subito la luce del mattino mutava come una pelle di camaleonte, diventava di uno strano colore arancio-verde. Mi sono trovato a passare in un quartiere di periferia, fatto di torri e di palazzi lunghi come transatlantici, un posto che sembrava spopolato perfino nell’ora di punta. Alla periferia di Roma anche gli autobus assumono un altro colore. Sono dei pachidermi lenti e pieni di occhi scuri, di gente scontenta. Sono entrato in un bar a fare colazione, i due tavolini all’interno erano entrambi occupati, il primo da un uomo, il secondo da una donna. L’uomo e la donna compivano gli stessi gesti: leggevano. Anche il giornale era lo stesso, un free-press. Immagino che il padrone del bar fosse in sospetto di taccagneria, se è vero che non offriva ai clienti neppure l’occasione di scegliersi il giornale del mattino, magari prendendo la precauzione di attaccarlo a quella semplice asta di legno dotata di fermi con cui si bloccano al centro le pagine dei quotidiani. Alle otto passate nessuno dei due aveva fretta, la loro lettura sembrava anzi di una dolcezza indicibile, come se il turno lavorativo per entrambi fosse già alle spalle, e magari lo era per davvero. Che so, lei è un’infermiera della vicina clinica privata, la notte passata di guardia a vegliare un citofono e svuotare orinali, lui un portiere di un condominio per famiglie ricche, o un semplice albergo di poche pretese, e l’insonnia che lo divora ormai dal tempo remoto in cui per mestiere ha scambiato il giorno con la notte. Il caso li ha portati entrambi nello stesso bar, a fare le stesse cose, forse a leggere lo stesso articolo sullo stesso giornale, e inconsapevoli come siamo del tempo e del luogo che ci ospita ci ritroviamo in tre dentro la stessa storia. Ora sono le tre del pomeriggio. E quell’uomo e quella donna (che adesso rispondono agli ordini impartiti dal mio piccolo racconto d’invenzione) secondo logica dovrebbero dormire. O forse basta loro qualche ora al mattino, e il pomeriggio da spendere per le commesse in banca, a fare la spesa nel supermercato, o per andare a trovare una madre in campagna, ad accompagnare uno zio in un parco, a prendere un figlio a scuola. Tu lo sai che se non ti affretti a lasciare tutto sul tavolo, comprese le briciole, se non ti risolvi a smettere di condizionare i destini della gente, finisci per cadere in un altro mondo? Già, eppure avrei una gran voglia di passare di là domattina e chiedere loro di quanto sono andato vicino a scoprirne le miserie, per dare una sistemazione amichevole a tutta questa storia e offrirgli in cambio la mia, altrettanto ignobile e insignificante, mai attraente, neppure con lo sforzo di fantasia di un osservatore di passaggio.

Da qualche giorno a Roma è tornata la pioggia. Di per sé la notizia non è un granché se non fosse che ogni volta che piove qui si ha la sensazione che tutto sia assurdo e che il mondo improvvisamente non assomigli più a se stesso. Così i visi e le voci prese a sferzate dall’acqua hanno espressioni sorprese, gli occhi cercano impauriti un nascondiglio, le mani si muovono confuse fra tasche e nuche parandosi dal tiro del cielo. Roma sotto la pioggia si arriccia come i fogli di un libro esposto a troppa umidità, le sirene si accendono, le luci lampeggiano a intermittenza da una parte all’altra delle strade, gli odori della gente assomigliano a quelli dei cani. Di fronte a tanta frastornante musica a percussione questa città si arrende presto e torna a reclamare il sole. Tanti anni fa, quando ero poco più di un bambino, dopo la pioggia mi fermavo sempre a guardare il vento che inumidiva il cortile, le gocce che ricamavano arabeschi sulla superficie liscia delle pozzanghere, e aspettavo seduto sopra un pallone che i miei amici, come lumachine, uscissero di casa. Allora avevo la sensazione che alla fine dei temporali la terra si muovesse leggermente, e che l’aria oscillasse come per scrollarsi di dosso le ultime goccioline rimaste appese su un’immaginaria ragnatela, e che una partita di pallone dopo i fulmini fosse necessaria per fare pace col mondo. Ma i miei amici il più delle volte non uscivano, imparavano già da piccoli a diffidare delle nuvole. Così camminavo nel cortile, poi scendevo lungo la strada che portava alla ferrovia, e mi fermavo a osservare i grappoli d’uva sulla vite che risplendevano di luccichii argentati, il senso della vita sempre al suo posto, al centro di ogni cosa. Mi sono sempre chiesto perché con la pioggia certi ricordi insignificanti di quando ero bambino si sono sedimentati così intensamente nella mia memoria. Poi oggi sono incappato in questa poesia del poeta siriano Adel Karasholi, e ho forse trovato una risposta.

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Adel Karasholi, LEGGENDA SULLA PIOGGIA IMPERTINENTE

 

I
Ai tempi lontani lontani
Il cielo sopra la Sassonia era splendente chiaro e azzurro
Ma un giorno
Giunsero le nubi scure e coprirono
Questo meraviglioso azzurro

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II
Quando l’indomani
Gli uomini sassoni si risvegliarono
Videro che l’azzurro brillante del cielo
Aveva pernottato negli occhi di una bambina

III
L’azzurro si era innamorato
Negli occhi di questa bambina e decise
Che il resto della sua vita
Lo avrebbe passato lì

IV
Da quel tempo il cielo sopra la Sassonia deve
Sempre piangere e piangere e piangere
Per il suo azzurro perduto
Scappato negli occhi della bambina

V
E il piccolo principe
Venuto dalla terra del Sole
Si è infiltrato nei capelli biondi della bambina
E ha riposato dopo il lungo cammino

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