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A proposito di quanto sia difficile farsi leggere

28 giugno 2017

Ieri, passeggiando in una libreria, pensavo a tutti i libri contenuti nella libreria nella quale passeggiavo. Tantissimi libri, diciamo diecimila libri. Allora pensavo: metti che io sia l’autore di uno di questi diecimila libri. Un lettore entra nella libreria senza avere un’idea di cosa comprare. Vuol comprare un libro. È un desiderio semplice. Ma deve scegliere tra diecimila libri. Perciò il mio libro dovrà misurarsi in una competizione alla quale partecipano altri novemilanovecentonovantanove libri. Una competizione alla quale – questione non poco rilevante – partecipano tutti i principali giganti della storia della letteratura, vivi o morti che siano. Il che è un po’ come se mi iscrivessi a una gara automobilistica e mi ritrovassi a rivaleggiare con Fangio, Prost, Lauda, Villeneuve, Senna e Schumacher, più una frotta di amatori di vario livello. Io che sono l’autore di uno di questi diecimila libri devo insomma convincere il lettore a preferire me ad altri novemilanovecentonovantanove libri. Me – capite? – un lombrico in confronto a questi novemilanovecentonovantanove fagiani dorati.

E mentre mi aggiravo per la libreria pensando ai fagiani dorati, un tizio mi ha chiesto se poteva farmi delle domande. Prima però mi ha detto: “Sono un autore”. Mi ha indicato un banchetto sul quale c’era una pila di copie del suo libro. Mi ha detto che voleva parlarmi del suo libro. Me l’ha detto con voce sussurrata, gli occhi bassi, come se mi invitasse a parlare della sua malattia. Gli ho risposto: “Mi dispiace, ho i minuti contati”. E lui ha detto: “Grazie, infinitamente grazie”, proprio come se lo avessi appena rassicurato circa la sua malattia.

Una volta, a Torino, al Lingotto, eravamo io e Silvia Vecchini, e stavamo seduti come gli anziani per “riposare le gambe” e una ragazza ci ha chiesto se poteva farci delle domande, e ci ha chiesto quanti libri leggiamo in un anno, e ci ha chiesto tutta una serie di cose sui libri e su che genere di lettori fossimo, poi ha concluso chiedendoci: “Sapete chi è Ron Hubbard?”, e ci ha svelato che si trovava lì, al Salone del Libro, per fare un’indagine di mercato, perché una casa editrice era indecisa se pubblicare o meno un libro di Ron Hubbard e perciò era un po’ come se chiedesse un parere ai “lettori di qualità”, e io – non l’ho detto a Silvia, me lo son tenuto per me – io che ho l’autostima di un lombrico, insomma ho pensato: “Embè, lo chiedi a me?”.

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