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C’è una scena basilare in Capitalism: a love story, il film documentario di Michael Moore uscito nel 2009. È la ripresa di un discorso di Ronald Reagan a Wall Street nei primi anni Ottanta durante il quale, a un certo punto, il segretario al tesoro intima al presidente di tagliare corto, di sbrigarsi a chiudere il discorso. L’uomo in questione è l’ex presidente della Merrill Lynch, una delle più grandi banche d’investimento americane, il suo nome, Don Regan, sembra la storpiatura di quello del presidente-attore, o forse è la radice per comprendere chi dei due è la vera controfigura dell’altro. Il modo in cui il potente uomo d’affari si rivolge a Reagan non è solo perentorio, nel suo tono c’è qualcosa di sbrigativo, di drastico, la sua è una richiesta spiccia, come se ordinasse a un cameriere di portargli il conto. E la reazione del presidente è sorprendente, sembra la risposta di un servitore ubbidiente sollecitato a sparecchiare la tavola. Reagan annuisce docilmente e dice “oh”, poi si appresta a chiudere il discorso. La scena ci rivela che l’esercizio del potere nei grandi sistemi capitalistici poggia sulla legittimità carismatica di semplici icone, in questo caso un attore di film western di serie b, il cui ruolo è unicamente quello di fornire al popolo un’immaginetta devozionale da venerare, mentre il potere, quello vero, viene esercitato nell’ombra da uomini per lo più sconosciuti alle grandi masse. Insomma, come diceva Honoré de Balzac, “la promozione del cavallo di Caligola, questa farsa imperiale, ha avuto e avrà sempre un gran numero di rappresentazioni”.

In America a un certo punto gli scrittori scompaiono. Non dico muoiono, o meglio non solo. In America c’è un momento in cui gli scrittori escono dal loro corpo e si danno alla fuga in una penombra che quando si è fortunati diventa mito. L’esercizio della fuga ha molte varianti, la lezione di Jerome David Salinger sull’arte della fuga è forse la più famosa e illuminante. Cosa ha fatto per mezzo secolo questo signore dalla natura schiva e riservata, figlio di un ebreo di origini polacche, inviato con le truppe da sbarco americane a Utah Beach nel D-Day, e assurto agli onori delle cronache letterarie nel 1951 con la storia di un certo Holden Caulfield? Dov’era e cosa faceva J. D. durante la crisi dei missili di Cuba e quando Kennedy veniva assassinato a Dallas? Come occupava le sue giornate nel rifugio di Cornish nel New Hampshire mentre dilagava negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili, e quando si andava a fare la guerra al Vietnam e l’Apollo 11 accompagnava Armstrong, Collins e Aldrin sul suolo lunare? E cosa avrà pensato della fine ignominiosa di un presidente come Nixon e di quel neonazista, John Hinckley Jr., che il 30 marzo dell’81 a Washington D.C. sparò a Reagan perforandogli un polmone con la speranza di attrarre su di sé l’attenzione di Jodie Foster? E quali erano i suoi progetti per il futuro mentre i giovani americani andavano a intossicarsi ai fumi sprigionati dai pozzi petroliferi del Kuwait? E quando cadevano le torri di New York e veniva eletto il primo presidente nero della storia americana? Dov’era J. D. Salinger? Forse mangiava un frutto di fronte al fiume calmo e liscio, o forse tinteggiava uno steccato con sua figlia Margaret, o forse, ridotto a una solitudine senza fine, passeggiava al centro delle sue notti insonni riflettendo sui piccoli eccessi quotidiani del tempo che gli era toccato di vivere. Chissà invece che non abbia scritto per tutto il tempo, occupando con meticolosa coscienza scaffali segreti e riempiendoli di racconti e notizie su colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale. In una frase del Giovane Holden c’era già forse il suo congedo dal mondo: “Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio”.

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