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La notizia della cattura in Uganda di Idelphonse Nizeyimana rende oggi il sole più forte e vivo. Idelphonse Nizeyimana infatti è stato uno dei massimi responsabili del genocidio ruandese del ’94, un orrore che costò la vita a un milione di persone. Ex capitano dell’esercito, a capo delle operazioni militari e di intelligence della scuola sottufficiali di Butare, Nizeyimana era latitante da quindici anni. L’orrore ruandese resta a tutt’oggi una ferita aperta sulla coscienza di tutto il mondo che assistette indifferente all’infernale carneficina pianificata e attuata da uomini con cuori bestiali come Nizeyimana. A quel tempo le immagini del fiume Akagera rosso di sangue che trascinava nel lago Vittoria migliaia di cadaveri mutilati a colpi di machete mi perseguitò per molte notti. Una porta chiusa e i segreti della notte infatti non sono sufficienti perché ci vengano nascoste nel sonno le fattezze più orrende del genere umano. Appartengo a una generazione cresciuta studiando sui libri di scuola genocidi come la shoah, confidando di appartenere comunque a un tempo incapace di ripetere simili mostruosità. I notiziari della sera che riportavano le cronache dal Ruanda ci fecero ricredere. Ricordo ancora le parole di Philippe Douste Blazy, allora ministro della Sanità francese, che al suo ritorno da Kigali raccontò qualcosa del genere: “Chi ha i soldi e paga viene ucciso con un proiettile, gli altri vengono massacrati a colpi di machete”. La freddezza dell’occidente allora fu ripugnante come il silenzio delle larve nel loro disgustoso rimescolio. Ho difficoltà a immaginare un castigo adeguato per Idelphonse Nizeyimana e per quelli come lui, credo che la giustizia umana non potrà mai essere tale da ripagare il male consumato, e neppure quella divina, sempre ammesso che ci sia. Credo però nella forza della memoria, nel ricordo, nella storia, nella dannazione perpetua del nome, fino alla fine dei tempi, e ancora un passo più in là.

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Wole Soyinka

Chi non fa in modo di essere ricordato?
La memoria è Padrona della Morte, la fessura
Nella sua corazza di vanità. Lascerò
Quello che rende la mia partenza il più semplice
Sogno pomeridiano. I viaggiatori non dovrebbero viaggiare.
Leggeri? Lasciate che il viandante prudente
Si disfi del suo peso eccessivo, di tutto
Ciò che possa giovare al vivente

Un tempo immaginavo che il mondo fosse una lunga strada secondaria piena di buche e di voragini che andava avanti come in una missione dalle origini remote. Quelle buche e quelle voragini rappresentavano le nuove e le antiche povertà. Se un viaggiatore si fosse fermato a chiedere agli uomini accampati nei ripari di canne che cosa pensassero di quei solchi, gli uomini avrebbero risposto che le buche ci sono da sempre e che perdurano nel tempo, dalla prima comparsa dell’uomo, e che per quanto qualcuno si adoperasse a ricoprirne una, subito, da un’altra parte lungo la strada, si aprirebbe una nuova voragine, più vasta e profonda della precedente. Coprire le buche diventerebbe perciò uno sforzo vano come la fatica di Sisifo.Su quella strada secondaria cammina un poeta cheyenne tra i più rappresentativi della scena culturale americana, il suo destino è cantare le voragini profonde dell’uomo e della società. Lance Henson è nato a Washington D.C. nel 1944 e cresciuto nell’Oklahoma occidentale con la sua tribù. Laureato in scrittura creativa all’Università di Tulsa, ha pubblicato numerosi libri di poesie e la sua opera è presente nelle principali antologie di letteratura dei nativi americani. Nei versi tragici e meravigliosi che Henson ha dedicato alle vittime dell’eccidio in Ruanda c’è un passo speciale che dà voce a quella strada massacrata dalle tracce lasciate dagli ultimi della terra: “Anni fa, vagando in un temporale a San Francisco / Ho sognato un campo bianco di teschi / In un terreno fangoso in Ruanda / Le uniche macchie scure, le cavità dove prima c’erano i loro occhi”.

Lance Henson, GLI SCOMPARSI

da qualche parte nell’oscurità illuminata dalla luna
appena prima dell’alba
qualcuno accende una candela

lei passa la mano sulla
foto di un figlio una figlia
forse un marito

un volto sparito nelle nebbie di guerra
li chiamano gli scomparsi

questi volti su centinaia di muri
ovunque nel mondo
compaiono in migliaia di manifestazioni

portati per le strade dalle donne
gli uccelli che le sorvolano
riconoscono i solchi scuri
del loro pianto
ed uniscono il proprio canto al loro
ascolta
stanno cantando

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