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Il motivo per cui è stato notificato un daspo di cinque anni a Gennaro De Tommaso, noto come Genny ‘a Carogna, è questo: “violazione delle regole su striscioni o cartelli incitanti la violenza o recanti ingiurie o minacce”. Ergo, De Tommaso è colpevole di aver indossato, la sera della finale di coppa Italia, una maglietta su cui compariva la scritta “Speziale libero”. Tecnicamente la scritta in questione esprimeva un dissenso nei confronti di una sentenza. La sentenza è quella emessa il 14 novembre 2012 della Corte di Cassazione  che confermava una precedente condanna a otto anni di carcere a Antonino Speziale per l’omicidio preterintenzionale dell’ispettore Filippo Raciti. Si può discutere sulla qualità, sull’opportunità, sul buon gusto, di un messaggio come quello contenuto nella scritta sulla maglietta indossata da De Tommaso, così come si può discutere sulla legittimità di un provvedimento di giustizia, il daspo, che viene emesso (val bene ricordarlo) senza che venga svolto un regolare processo. Ma se si accetta la regola secondo cui è reato manifestare pubblicamente la propria contrarietà a una sentenza che ha riconosciuto colpevole di omicidio una persona, allora bisogna considerare fuori legge gli applausi tributati dai delegati del SAP ai quattro agenti di Polizia condannati in via definitiva per l’omicidio di Federico Aldrovandi. E bisogna considerare fuori legge la manifestazione organizzata dal Coisp a Ferrara, sotto gli uffici in cui lavora la madre di Federico, a cui parteciparono una ventina di agenti mostrando striscioni di solidarietà nei confronti dei quattro colleghi arrestati. È evidente che la normativa antiviolenza negli stadi e la sua applicazione è un abisso di insensatezze, un fragile sbarramento di illusioni che nel suo piccolo testimonia una generale perversione dei valori e il conseguente vuoto dello Stato.

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Cinque minuti di applausi a tre dei quattro agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi. Cinque minuti di applausi tributati dai delegati del SAP in nome di un vecchio male italiano che si chiama corporativismo, non a caso la teoria sociale su cui era fondato il fascismo, non a caso la dottrina a cui si rifanno ontologicamente, ossia nelle loro strutture immutabili e inconsce, i poliziotti presenti ieri nella sala del Grand Hotel di Rimini. Cinque minuti che sono un’eternità, un’eternità in cui è condensata la bestia dell’orgoglio di categoria che valica la ragione, nonché la volontà sfacciata di mostrarsi più forti di ogni giudizio, storico e morale. Il segretario generale del sindacato di polizia, Tonelli, ha dichiarato: “L’onorabilità della Polizia di Stato è stata irrimediabilmente vilipesa”, riferendosi, non come ci si aspetterebbe, allo sfregio collettivo perpetrato dall’ignobile standing ovation, ma alla condanna dei poliziotti colpevoli dell’omicidio di Aldrovandi, mettendo in primo piano la parola onore, ossia il principio che governa la reputazione. “I nostri colleghi”, ha proseguito Tonelli, “ingiustamente condannati, hanno patito un danno infinito, quattro vite sono state definitivamente rovinate”. A saltare all’occhio è la spudoratezza delle parole, il disprezzo della legge da parte di chi la legge dovrebbe ossequiarla sopra ogni cosa, se non altro perché è delegato a garantirne l’applicazione. In un mondo migliore di questo è qui che dovrebbe attecchire la radice dell’orgoglio di categoria. Se la parola onore è davvero così importante, ebbene l’onore di un poliziotto non si manifesta tributando cinque minuti di applausi a colleghi che hanno causato la morte di un ragazzo di diciott’anni, l’onore di un poliziotto si misura dalla lealtà ai principi di giustizia e soprattutto da una cosa che è, sì, veramente sacra: il rispetto che è dovuto alle vittime.

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