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Il lettore modello – cioè l’individuo immaginario a cui un autore si rivolge mentre scrive il suo testo e sul quale calibra la propria strategia narrativa – non esiste solo nel rapporto che corre tra autore e testo. Questa creatura fantastica che uno scrittore immagina perennemente appollaiata sulla sua spalla, come una specie di civetta dotata di acume e finissimo senso critico, che interviene in ogni riga, che dice la sua anche quando non è interpellata, che sussurra, stronca, demolisce senza pietà, vive e incombe anche sulle spalle di un altro genere di individuo: il lettore.

Non solo quando si scrive, infatti, si pensa a un lettore modello, ma anche quando si legge; si pensa, per esempio, all’idea che si farebbe una determinata persona – che sia un amico, un parente, o anche qualcuno che non conosciamo in forma diretta ma che magari stimiamo, e di cui crediamo di aver capito almeno i gusti letterari – del libro che si sta leggendo in quel momento. Ieri pomeriggio, per esempio, ero alle prese con Herzog di Saul Bellow. A pagina 14 mi sono imbattuto in una frase che dice:

“Madeleine rifiutava recisamente di essere sua moglie, e i desideri della gente vanno rispettati. La schiavitù è morta”.

Conosco una persona che apprezzerebbe molto questo genere di ironia. Però non so se questa persona abbia mai letto Herzog. Forse sì; ma io che ne posso sapere? In fondo sto parlando di qualcuno che non conosco abbastanza da ricordare per filo e per segno quanti e quali romanzi abbia letto in tutta la sua vita, ammesso poi che si possa mai conoscere qualcuno tanto a fondo da ricavare un dato del genere – a meno che, logico, costui non abbia letto in tutta la sua vita un numero infinitamente piccolo di libri; diciamo qualcosa come meno di dieci.

A ogni modo, da quel momento in poi ho seguitato la lettura di Herzog chiedendo a me stesso, per ogni frase, cosa avrebbe avuto da dire in proposito quella tale persona. A un certo punto, per farla breve, questo mio conoscente è diventato in tutto e per tutto il corrispettivo del lettore modello, una civetta appollaiata sulla mia spalla che muoveva gli occhi sulle stesse frasi su cui mi stavo concentrando io. Tutta la lettura è diventata così una pazzesca passeggiata a due. Mentre leggevo Herzog, si è piazzato accanto a me questo essere immateriale, questa olografia che giudicava e chiosava insieme a me il testo di Bellow.

Al di là di una mia probabile schizofrenia, una cosa ho capito: anche quando siamo impegnati in un’attività come la lettura, che è solitaria per definizione, facciamo in modo di non restare mai soli.

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Complessivamente Persecuzione di Alessandro Piperno mi era piaciuto. Non mi è piaciuto invece Inseparabili, che di Persecuzione è il proseguimento, o per dirla correttamente, la seconda parte di un’opera unica dal titolo Il fuoco amico dei ricordi. So bene che è come dire di un romanzo che ti sono piaciute solo le prime duecento pagine. Ma qui va fatta una riflessione sulla scelta editoriale (assai discutibile) di proporre l’opera in due puntate, pubblicizzando i due libri come se fossero due storie in sé compiute. Non sono due storie leggibili separatamente (sono, appunto, inseparabili) e, in quanto opera unica, ha dei difetti che la lunga distanza contribuisce a svelare impietosamente. Insomma, una parte è poca, due son troppe. Sarebbe stato più saggio, forse, operare dei tagli e dare alle stampe un solo volume. Ma qui si entra nell’ambito dell’editing e delle scelte commerciali. In Inseparabili ritroviamo i figli di Leo Pontecorvo, l’oncologo infantile che in Persecuzione viene travolto da uno scandalo sessuale e finisce per marcire in un seminterrato nell’indifferenza dei suo familiari. I due ragazzi ora sono due uomini, il più grande, Filippo, è diventata una star grazie a un film denuncia sulle violenze ai danni dei bambini. Il secondo, Samuel, è invece alla prese con un fallimento lavorativo ed esistenziale più grande di lui. La prosa di Piperno mostra qui la corda, è fredda anche quando si avventura nelle sinuosità della passione. I dialoghi hanno un che di artificioso, gli snodi narrativi sembrano sempre accadere per una forzatura dell’autore e non per un’evoluzione naturale della storia. Piperno non è Bellow, né tantomeno Roth, come vorrebbe certa critica. È pur sempre al di sopra della media nazionale, va detto. Ma sappiamo bene quanto sia bassa questa media. Con buona pace di tutti.

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