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Mi ha sempre affascinato l’idea che nell’uomo esistano due forme di memoria: la memoria diretta, il ricordo dei fatti che persiste in chi quei fatti li ha vissuti, e la memoria collettiva, che si sviluppa a partire dalla trasmissione di un ricordo e che alla lunga diventa parte della memoria di tutti. Per esempio, la morte recente di Mario Limentani, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah, è uno di quei momenti che definirei sacri della Storia in cui la prima memoria viene consegnata alla seconda, in cui la morte fisica diventa una sorta di pietra filosofale che conferisce immortalità al passato e trasmuta in oro la materia inerte. Ne Il male oscuro, Giuseppe Berto ha scritto: “Io punto alla gloria che può venirmi anche dopo morto però lo saprò bene anche da vivo se mi verrà la gloria dopo morto”. Per Berto la gloria è la capacità che hanno solo i grandi artisti di restituire ai posteri un modo di pensare e di vivere proprio di una determinata epoca, la gloria cioè è la capacità di ognuno di trasformare un ricordo diretto in un ricordo collettivo. È, in altri termini, ciò che rappresenta la gloria nella tradizione giudaico-cristiana: la manifestazione della presenza di Dio. David Grossman una volta, durante un’intervista, ha detto: “Mi ricordo che quando mi sposai, la zia di mio padre – sopravvissuta ad Auschwitz – si presentò al matrimonio con il numero tatuato sull’avambraccio coperto con una benda. Io sapevo che l’aveva fatto per non stendere un velo di tristezza sulla nostra festa. Eppure questo è proprio il ricordo più nitido che ho a tutt’oggi della cerimonia del mio matrimonio. Lo sforzo terribile di non infettarci con la sua tristezza, con la sua tragedia”. Semmai qualcuno dovesse affidarmi il compito strenuo di trovare una definizione per la parola Dio, il Dio sfuggente e totale che traghetta gli uomini nel corso della Storia, l’unica cosa davvero inspiegabile dalla più moderna filosofia, penso che azzarderei questo: direi che la cosa che immagino più vicina a Dio è la memoria.

Questa è una mia recensione al libro di Nathan Englander “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” (Einaudi) pubblicata ieri su ilfattoquotidiano.it (qui il link all’articolo originale).

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Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, gli basta mettere in scena due personaggi apparentemente banali, farli interagire, e questi si ergono immediatamente a simboli della storia millenaria di un popolo. Faccio un esempio: tra gli otto racconti che formano la raccolta Scene dalla vita di un villaggio (Feltrinelli) di Amos Oz, un libro uscito un paio d’anni fa, ce n’è uno che racconta la storia di un certo Pesach Kedem, un bisbetico ottantaseienne ex deputato laburista che vive con la figlia insegnante e che ogni notte sente un rumore di scavi proveniente dalle fondamenta della casa. L’uomo pensa che sia colpa dello studente arabo che lui e sua figlia ospitano in una casupola poco distante; forse – sospetta il vecchio Pesach – lo studente in quel modo cerca di reclamare il possesso della terra.

Ecco, ho ritrovato la stessa capacità di unire in un legame allegorico lo scorrere regolare della quotidianità con le grandi questioni della storia nella recentissima raccolta di Nathan Englander: Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, pubblicata in Italia da Einaudi. Incensato pubblicamente da colleghi come Jonathan Franzen, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Jennifer Egan, Dave Eggers, vale a dire l’establishment culturale della nuova narrativa americana, i racconti di Englander hanno in effetti una caratteristica che negli ultimi anni è diventata una vera e propria regola per la canonizzazione dei nuovi autori: sono cioè racconti abbastanza classici e al tempo stesso abbastanza cool da riuscire a imporsi tanto all’attenzione del lettore dai gusti più sofisticati quanto alla sterminata massa dei meno esigenti.

Il filo conduttore di tutta la raccolta è l’ebraicità e la sua neshome (“anima” in ebraico-yiddish), un’ebraicità sentita come “un destino inestinguibile” usando una definizione che ne ha dato Aharon Appelfeld. Ci si muove sui più vari registri, dal comico al grottesco al tragico, e questo è uno dei marchi di fabbrica di Englander, una caratteristica già conosciuta dalla precedente raccolta Per alleviare insopportabili impulsi e dal romanzo Il ministero dei casi speciali. Qui è l’ombra sovrastante della Shoah che domina vite apparentemente tranquille.

Com’è nel caso del primo racconto che – parafrasando Carver – dà il titolo alla raccolta (in molti, me compreso, sulle prime hanno pensato: “Che gran furbata dare un titolo del genere”; ma basta leggere questo racconto per capire che forse non c’era un titolo migliore di questo), in cui si narra di una coppia di ebrei ortodossi proveniente da Israele che fa visita in Florida a una coppia di vecchi amici. Il dialogo fra i quattro si snoda attraverso vari temi, dallo stile di vita americano all’educazione dei figli, fino a sfociare in un dilemma morale di portata colossale che prende forma attraverso un gioco, il “gioco di Anne Frank”: “Se ci fosse un secondo Olocausto, e tu non fossi ebreo, mi nasconderesti?”

O come accade in Camp Sundown, dove la tranquilla e un po’ comica routine degli ospiti di un centro estivo per anziani viene interrotta quando i villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno uno spettro del loro passato, un carceriere nazista contro cui tenteranno di applicare le “regole del campo”.

Vastità di implicazioni che non mancano neppure in Peep Show, un spassoso apologo su una delle archetipiche caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il senso di colpa, qui impersonato da un avvocato di successo che cerca la trasgressione in un locale a luci rosse, e finisce per fare i conti con la propria coscienza in un crescendo comico che ricorda da vicino il miglior Woody Allen.

La letteratura ebraica, come ebbe modo di precisare Abraham Yohoshua, “non è quel che in genere si immagina: non è tutta la letteratura scritta da ebrei, ma quella scritta da ebrei e che riguarda temi ebraici”. Englander, in questo senso, è a pieno diritto un autore di letteratura ebraica, sicuramente uno dei più bravi della sua generazione (è nato nel 1970). Non so se sia davvero degno di comparire accanto ai vari Bellow, Roth, Singer eccetera, come qualcuno si è affrettato a scrivere, e non so nemmeno quanto senso abbia immaginare questi club letterari esclusivi con annessi criteri di ammissione. Una cosa è sicura, nella misura breve – e quest’ultima raccolta sta lì a dimostrarlo – Nathan Englander è uno degli autori (di letteratura ebraica e non) più capaci e raffinati in circolazione.


Unione Sarda, 6 ottobre 2011
– Si apre oggi a Cagliari il festival Tuttestorie (fino al 9 ottobre all’Exmà, alla Mediateca del Mediterraneo e all’Ospedale Microcitemico) col titolo: “Non dirlo a nessuno! Racconti, visioni e libri che svelano segreti”. Tra i protagonisti della prima giornata la scrittrice israeliana Lizzie Doron, invitata dal presidente del festival David Grossman, che sarà intervistata (con Lia Levi) da Wlodek Goldkorn. Lizzie Doron è figlia di una coppia di sopravvissuti all’Olocausto. I suoi libri, in Italia pubblicati da Giuntina, hanno una caratteristica singolare: parlano della Shoah senza mai nominarla, senza descrivere l’orrore dei campi di sterminio né le esperienze di chi a quell’inferno è sopravvissuto. L’approccio è, per così dire, indiretto, evocativo. «Ma non si tratta di una forma di ritrosia», ci tiene a precisare, «semplicemente preferisco non scrivere di cose che non conosco».

Autrice che ha riscosso in patria un grande successo (è vincitrice di numerosi premi tra cui il Buchman di Yad Vashem nel 2003 e il Jeanette Schoken nel 2007), prima di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria ha insegnato Linguistica teorica e Scienze cognitive all’università di Tel Aviv. Il suo ultimo libro, Giornate tranquille, è ambientato in un salone di parrucchiere di Tel Aviv in cui alcuni sopravvissuti alla Shoah, dopo anni di silenzio, cominciano timidamente a raccontare le loro storie, il dramma della deportazione nei lager, la persecuzione nazista. Ma se le si fa notare che un salone di parrucchiere è un posto singolare in cui discutere di un argomento impegnativo come la Shoah, lei ribatte in maniera provocatoria: «Un museo sarebbe stato un posto più adatto?».

Quella che è una delle qualità principali della sua scrittura, ossia la capacità di essere ironica, graffiante, emerge anche dal suo modo di essere. «Freud aveva ragione a dire che l’umorismo è il più eminente meccanismo di difesa. Perlomeno lo è in alcuni casi. Tuttavia preferisco credere che l’ironia sia una qualità positiva che alcune persone possiedono come un dono e altre no». Quando le viene chiesto di commentare il risultato di un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto in Israele, secondo cui per l’88 per cento degli israeliani lo Stato ebraico è, nonostante tutto, «un posto dove è bello vivere», Lizzie Doron – che è nata e vive a Tel Aviv – conferma: «Israele è effettivamente un bel posto in cui vivere, anche se non sappiamo fare bene la pizza! Abbiamo dei problemi, come ne hanno la maggior parte dei Paesi, ma Israele è un paese giovane, multietnico e pieno di energie positive. Se riuscissimo a risolvere il conflitto col mondo arabo sarebbe un posto ancora migliore, anche per più dell’88% degli israeliani». Poi si schermisce di fronte al problema della costruzione di un’identità nazionale per lo Stato d’Israele. «L’identità non è qualcosa che si “costruisce”. L’identità cambia ogni giorno. Un paese è il risultato di infinite e mutevoli identità. Per caso lì da voi un milanese e un palermitano hanno la stessa identità?».

Sul ruolo della letteratura contemporanea nel processo di pace, tuttavia, ha le idee molto chiare. «Non è compito di noi scrittori israeliani contribuire a tenere alto quel ramo d’ulivo», dice, riferendosi ad Abu Mazen e al suo recente intervento all’assemblea dell’Onu in cui il presidente dell’Anp, citando Arafat, aveva detto: “Non lasciate che il ramo di ulivo cada dalla mia mano”. «Questo semmai è compito della letteratura palestinese», conclude: «Quella israeliana, forse, può aiutare a raccogliere il ramo d’ulivo se cadesse da quella mano. Ma sottolineo “forse”…».

ANDREA POMELLA

La notizia della cattura in Uganda di Idelphonse Nizeyimana rende oggi il sole più forte e vivo. Idelphonse Nizeyimana infatti è stato uno dei massimi responsabili del genocidio ruandese del ’94, un orrore che costò la vita a un milione di persone. Ex capitano dell’esercito, a capo delle operazioni militari e di intelligence della scuola sottufficiali di Butare, Nizeyimana era latitante da quindici anni. L’orrore ruandese resta a tutt’oggi una ferita aperta sulla coscienza di tutto il mondo che assistette indifferente all’infernale carneficina pianificata e attuata da uomini con cuori bestiali come Nizeyimana. A quel tempo le immagini del fiume Akagera rosso di sangue che trascinava nel lago Vittoria migliaia di cadaveri mutilati a colpi di machete mi perseguitò per molte notti. Una porta chiusa e i segreti della notte infatti non sono sufficienti perché ci vengano nascoste nel sonno le fattezze più orrende del genere umano. Appartengo a una generazione cresciuta studiando sui libri di scuola genocidi come la shoah, confidando di appartenere comunque a un tempo incapace di ripetere simili mostruosità. I notiziari della sera che riportavano le cronache dal Ruanda ci fecero ricredere. Ricordo ancora le parole di Philippe Douste Blazy, allora ministro della Sanità francese, che al suo ritorno da Kigali raccontò qualcosa del genere: “Chi ha i soldi e paga viene ucciso con un proiettile, gli altri vengono massacrati a colpi di machete”. La freddezza dell’occidente allora fu ripugnante come il silenzio delle larve nel loro disgustoso rimescolio. Ho difficoltà a immaginare un castigo adeguato per Idelphonse Nizeyimana e per quelli come lui, credo che la giustizia umana non potrà mai essere tale da ripagare il male consumato, e neppure quella divina, sempre ammesso che ci sia. Credo però nella forza della memoria, nel ricordo, nella storia, nella dannazione perpetua del nome, fino alla fine dei tempi, e ancora un passo più in là.

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Wole Soyinka

Chi non fa in modo di essere ricordato?
La memoria è Padrona della Morte, la fessura
Nella sua corazza di vanità. Lascerò
Quello che rende la mia partenza il più semplice
Sogno pomeridiano. I viaggiatori non dovrebbero viaggiare.
Leggeri? Lasciate che il viandante prudente
Si disfi del suo peso eccessivo, di tutto
Ciò che possa giovare al vivente

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