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In fondo al cuore dell’uomo contemporaneo c’è la musica stonata di un centro commerciale. Così ieri pomeriggio, mentre mi affrettavo a fare il mio consueto giro dei tre negozi in cui ogni volta credo di poter trovare la mia piccola libertà, ho dato uno sguardo a volo d’uccello alla varia umanità che sostava lungo gli immensi corridoi raffreddati ad aria condizionata, sulle scale mobili e nei pressi delle vetrine brillanti dei negozi. Tra improvvisi laghi di silenzio e schiamazzi di bambini sfuggiti al controllo dei loro genitori mi sono accorto che improvvisamente era venuto a mancare qualcosa. La musica di sottofondo era cessata. Dal quadro dei comandi del gran Dio che regola gli stati d’animo in un luogo extraterreno come il centro commerciale dovevano aver dimenticato di programmare la messa in onda. Improvvisamente mi rendevo conto di come quell’insulso melange di canzoni insignificanti, buone solamente per armare l’arco dei tuoi desideri e istigarti all’acquisto di generi di nessuna necessità, fosse un elemento sostanziale in quel caotico microcosmo. Il vuoto che si avvertiva nell’aria era palpabile. Ma più di tutto era interessante osservare gli sguardi spauriti delle persone che ruotavano le orbite da una parte all’altra come se si sentissero perduti, o come se avessero l’atroce sospetto che qualcuno avesse cosparso l’aria di un gas venefico e che in pochi minuti ogni forma di vita nel centro commerciale sarebbe stata cancellata. Così, come in un senso d’altura gelido e violento, tutto è rimasto in sospeso, le cassiere hanno smesso di battere scontrini, gli addetti alle pulizie hanno incrociato le braccia, il conducente del trenino per bambini che fa il giro del centro commerciale ha tirato il freno in prossimità della prima stazione, perfino la signora grassa intenta a provare in camerino un vestito di due taglie più stretto ha per un momento desistito dall’insano proposito di sfidare le leggi di conservazione della massa. Il silenzio improvviso in luogo della musica aveva di fatto congelato il mondo. Mi sono seduto in un angolino dove c’era odore di calce e di cartoni, come un idiota di città che se la ride alla scomparsa del sole, in quella specie di abisso ho per un momento riconosciuto la fine della civiltà dei consumi. Poi la musica è tornata, come un raggio di sole che risplende dopo un temporale, la piccola cittadella dello shopping ha ripreso a respirare, i carrelli hanno ricominciato a scorrere lungo le corsie, il trenino ha sbuffato la sua sirena, la signora grassa nel camerino è andata fino in fondo al suo insano proposito e tutti sono stati ben contenti di rimuovere in cuor loro quel sottile senso di colpa. Tutti hanno avuto una dannata fretta di dimenticare.

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