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Partecipo ai social network per non perdere il contatto col resto del mondo. Partecipo perché è un modo come un altro per reperire informazioni. Partecipo pur essendo consapevole dei limiti tremendi che questi strumenti pongono allo sviluppo del pensiero. I social sono, al tempo stesso, universi troppo piccoli e troppo grandi. Prendere parte alla dinamica di un social significa andare al cuore della propria identità e in un certo senso tradirla. Leggo spesso di persone che, come in un trauma infantile, sviluppano in pubblico valori che in privato trascurano (quando non omettono deliberatamente). L’integralismo delle argomentazioni, la radicalizzazione del pensiero, sono componenti prevalenti nell’universo social. Le identità delle persone qui assomigliano molto spesso a una di quelle brutte fiction confezionate con cura dalla fabbrica di format di successo. Tutti cercano di omologarsi al modello di riferimento, rilanciando tematiche, usando gli idiomi dei gruppi dominanti, nel tentativo di sentirsi parte di una rete di simili. I social sono altresì la repubblica del patetismo, il luogo privilegiato in cui prende forma quella rincorsa al consenso che passa attraverso la condivisione di notizie affettate, tragiche, ipersentimentali, spesso inventate o deformate. Partecipo ai social network perché in fondo li odio, come odio le istituzioni sociali restrittive, i clan, le lobby, gli universi limitativi in cui viene disciplinato il pensiero. Partecipo ai social network perché, nonostante tutto, essi rappresentano una parte nel cammino verso l’emancipazione dell’umanità. E quindi non se ne può fare a meno.

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