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Fra le tante cose interessanti emerse nell’ultima campagna elettorale ce n’è una che mi è parsa più interessante di tutte. A muovere il voto non è più l’interesse personale. Esempio: a Taranto la maggioranza dei lavoratori dell’Ilva ha votato per il Movimento 5 Stelle, che ha in programma la chiusura dell’Ilva. Tra una “minaccia” avvertita (l’immigrato clandestino, le banche, l’industria farmaceutica, i toscani in politica) e una minaccia reale, l’elettore ha più paura della minaccia avvertita. “Realtà” e “percezione” sono i due poli che separano la vecchia dalla nuova politica. La REALTÀ interessava la vecchia politica, quella che si fondava sul dinamismo, sul “fare”. La nuova politica punta tutto sulla PERCEZIONE (i dati del Viminale dicono che per quanto riguarda i flussi migratori, da luglio 2017 gli sbarchi nel nostro Paese sono calati del 67%, mentre Salvini prende valanghe di voti parlando di “invasione senza controllo”). Il leggendario milione di posti di lavoro promesso a suo tempo da Berlusconi oggi non smuoverebbe le masse dei disoccupati. Sul Foglio di oggi c’è un interessante articolo di Mattia Ferraresi in cui si parla del paradosso proposta da Steven Pinker, professore di psicologia ad Harvard, che arriva a chiedersi perché se il mondo – il nostro, quello ricco, occidentale – “veleggia spedito verso i lidi del benessere ineluttabile” – ricchezza diffusa, sicurezza, diritti – “per qualche sortilegio o illusione ottica collettiva la gente si ostina a dire che sta male”? Ecco, pensiamoci un momento, realisticamente, misurandoci su ordini di grandezza ragionevoli. Stiamo davvero così male?

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