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Per quanto il suicidio sia sempre da considerare un momento di estrema solennità, ci sono due tipi di suicidio: il suicidio grandioso e il suicidio insignificante. A giudicare se un suicidio è grandioso o insignificante non è il modo in cui il suicida si suicida, ma il motivo che l’ha indotto al suicidio. Affare spesso complicato, perché non si può mai conoscere con certezza il motivo del suicidio. Qualche anno fa l’inaugurazione della fermata Dostoevskaya della metropolitana di Mosca fu rinviata perché i media sostenevano che l’immagine incombente di Dostoevskij nei murales ispirati a Delitto e Castigo era talmente macabra da risultare un’istigazione al suicidio. Ecco, un suicidio indotto dall’immagine incombente di Dostoevskij è un suicidio insignificante. Il suicidio insignificante ha una portata tragica maggiore del suicidio grandioso. Il suicidio politico ha sempre qualcosa di tragico che forse solo l’arte del romanzo è capace di indagare in tutta la sua complessità. Credo che il romanziere acuto immaginerebbe così l’ultimo suicidio politico di cui oggi tutti parlano: il suicida ha trascorso troppo tempo davanti al murales incombente di se stesso, e un suicidio indotto dalla contemplazione ostinata dell’immagine incombente di se stesso è al contempo grandioso e insignificante, e quindi tragico a metà. Nessuno ne capirà il motivo, e a trovarlo appassionante sarà solo chi si occupa per mestiere dei più inesplorabili abissi umani.

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