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La macchina è incastrata nel traffico preserale, il sole è ancora caldo, riversa i suoi raggi sul vetro. La strada è un tappeto di lamiera. Alla radio c’è uno scrittore che parla di esoterismo e misteri, ha una voce calda e rilassata e sembra credere profondamente a quello che dice. Pronuncio due parole ad alta voce, due qualsiasi, solo per giudicare la mia voce. Voglio capire se riesco a credere anch’io in quello che dico, o quantomeno se riesco a dissimulare la profonda indifferenza che provo nei confronti delle cose che dico. Il risultato è che la mia voce fuoriesce come quella di uno zombie, trabocca dalle profondità dello stomaco, non ha niente di umano. L’unica spiegazione possibile è pensare che io mi trovi inserito in un mondo scisso, che le due ore trascorse nell’inferno del traffico romano mi abbiano reso di un’altra specie vivente. Sono giorni strani questi, giorni in cui sto perdendo il contatto con le cose. Prima di uscire di casa ho visto la testa di un uomo che passava all’altezza del balcone. Poiché abito al terzo piano e l’uomo in questione non apparteneva alla specie degli angeli dotati di ali, ho dedotto che stessero costruendo un’impalcatura sulla facciata del palazzo. Un minuto dopo ho sentito un frastuono tremendo, una vibrazione irruente che sembrava spaccare i muri. La testa dell’uomo non c’era più, al suo posto avevano costruito una passerella che ostruiva il passaggio della luce. Ora in casa mia c’è quasi buio anche nelle ore diurne. È questo uno dei motivi che mi ha spinto a uscire di casa, a scendere le scale del palazzo, recuperare la mia macchina parcheggiata chissà dove, e annullarmi in una delle consolari di questa città criminale che ruba la vita e la brillantezza alle persone che ci vivono. Di recente ho comprato un libro di poesie di Sylvia Plath. Mentre mi annullo come persona ripenso a quel verso che fa: “Morire / è un’arte, come ogni altra cosa. / E io lo faccio magnificamente”.

La settimana scorsa, in Italia, è morto un poeta. Di per sé la cosa, messa così, ha un tono mestamente demodé. Un po’ perché siamo abituati a dare per scontato che in Italia non ci sia più nessuno che muore da poeta (da poeta vero voglio dire, non da qualcos’altro), e un po’ perché la notizia è apparsa nei siti di settore, e su qualche sporadico giornale, avvolta in un’ombra di estraneità, come vedere un individuo in redingote e con le guance imbellettate seduto al tavolo  riunioni di una multinazionale. Il poeta si chiamava Simone Cattaneo, aveva 35 anni, ed era umanamente e stilisticamente lontano dalla marea insipida e largamente insufficiente che annacqua la poesia italiana contemporanea. Aveva pubblicato in vita due raccolte, “Nome e soprannome” nel 2001 e il recente “Made in Italy” per Atelier Edizioni. C’è un altro dettaglio che contribuisce a conferire quel tono demodé alla sua scomparsa, è un dettaglio tragico e assurdo: Simone Cattaneo è morto suicida. Era un altro tempo quando i poeti commettevano suicidio; Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Pavese e molti altri, poeti sublimi, poeti carichi di conflitti, poeti senza pace, sono morti suicidi. Proprio Pavese scriveva nei suoi versi: “Il cuore / ci sussultò di sangue, / e non fu più dolcezza, / non fu più abbandonarsi / al sentiero sul fiume – / non più servi, sapemmo / di essere soli e vivi”. Oggi no, oggi un poeta suicida è un’assurdità. Ho trovato questi versi di Vera Lúcia de Oliveira. Mi sembra, dopo il silenzio, il modo più appropriato per ricordare Simone Cattaneo: “Quando ero piccolo portavo dentro di me / un’anima che non è cresciuta con il corpo / è rimasta bambina le persone non lo potevano / sapere mi dicevano ora che sei diventato grande / ma l’anima aveva paura di tutto e tutto era / pronto a ferirla là dove non avrei mai potuto dire”.

Simone Cattaneo, da NOME E SOPRANNOME

Stanotte di fronte al televisore spento
mi sono messo a ballare con una canna da pesca
un lento tragico e romantico, ho spostato i mobili
del soggiorno e al centro del pavimento ho ammucchiato
quotidiani vecchi, cartoni di latte e qualche
fazzoletto sporco. Poi ho dato fuoco a tutto
e mi sembrava di partecipare a uno di quei veri balli
studenteschi pieni di gioia e di speranza nella vodka
con un chiasso infernale che mi riempiva le orecchie
con il rumore del mare.
Spento il fuoco, qualche ombra fiera e dura
incisa sulle mura, la canna da pesca incrinata
sono rimasto a suonare su una tastiera sgraziata
chissà poi cosa
aspettando di riprendere fiato
e ho pensato di uscire all’aria aperta ma chiudendo
gli occhi il rosso del fuoco divideva ancora
il mio pavimento e non colava a picco,
rimaneva fisso lì a marchiare il territorio
in attesa di tutta la mia miseria.

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