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Sembra la fine della prima repubblica. Con tutta probabilità è la fine della seconda. Anche se mi infastidisce non poco l’idea che un ventennio di potere trascorso in mano a una banda di trafficanti della politica debba essere fregiato dell’altisonante titolo di “seconda repubblica”. Fatto sta che con le dimissioni di Bossi da segretario della Lega il sistema di potere che ha retto l’Italia fino a ieri si è definitivamente sfaldato. Quello che accade oggi è un film già visto nel biennio 1992-1994. Quello che può accadere è che da qui al prossimo anno, quando ci saranno le elezioni, si affacci all’orizzonte il campione del populismo più becero, il sommo demagogo, l’antipolitico, insomma un nuovo leviatano capace di rastrellare le sterminate praterie che si sono aperte a destra. O forse quella valanga di voti abbandonati ai bordi delle strade dopo la dipartita politica dei due padroni lombardi è già sotto lo stretto controllo della destra finanziaria europea che aspetta solo di trovare la faccia giusta (ammesso che non l’abbia già trovata). Al di là delle sorti dei singoli schieramenti ciò che colpisce è che si tratta di una crisi della politica italiana tout court, come se il Big One scatenato dal pool di Mani pulite vent’anni fa non avesse ancora smesso di propagare i suoi effetti al di là del berlusconismo (che a questo punto appare come un lungo miraggio, un’allucinazione politica capace di cristallizzare un sistema già morto all’inizio degli anni Novanta). Lo dimostra, oggi come allora, la debolezza cronica del maggior partito di sinistra, incapace di approfittare della situazione. Una transizione infinita insomma, una barca di Caronte sulla quale siamo tutti seduti in attesa che il mozzo gridi: “Terra!”. Sperando che di là dal mare non ci sia un inferno peggiore di questo.

Secondo l’Atlante Politico realizzato da Demos per Repubblica un’eventuale lista Monti sarebbe al momento il primo partito e otterrebbe il 24 per cento dei consensi. Ilvo Diamanti su Repubblica di oggi, a commento di questo dato, inizia il suo pezzo così: “Sulla scena politica italiana del nostro tempo si confrontano partiti senza leader (autorevoli) e un leader senza partiti”. In realtà a me sembra che sulla scena politica italiana attualmente non si confrontino partiti, e non da oggi, né da quando, quattro mesi fa, Monti è stato chiamato da Napolitano a salvare la nave che affonda. I partiti politici, intesi come libere associazioni tra individui che hanno una comune visione su temi fondamentali della gestione dello Stato e della società, hanno perduto il loro ruolo fondamentale, che consisteva nel rappresentare una “casa possibile” delle idee in cui ogni elettore poteva trovare cittadinanza. Oggi la casa delle idee è rimessa a singoli leader nei quali si cercano, di volta in volta, affinità, analogie, o semplice empatia. Va da sé che si tratta di una regressione culturale che mina le fondamenta della stessa democrazia. Quello che voglio dire è che la politica non muore oggi con un sondaggio che dà come primo partito d’Italia un partito che non esiste ma che solamente si vagheggia intorno alla figura di un uomo che non fa nemmeno il politico di mestiere. La politica muore un ventennio fa, muore con tangentopoli, con l’ascesa di Berlusconi, con la condanna collettiva della partitocrazia (la parolaccia credo più usata della seconda repubblica). Un dato come quello proposto da Demos vuol dire che il berlusconismo non ha insegnato niente a questo paese, che nonostante l’evidente fallimento del modello leaderistico l’elettorato continua a incapricciarsi dei salvatori della patria, il male da cui l’italiano non guarisce e – temo – non guarirà mai.

Gli italiani non sanno cambiare democraticamente il proprio presente e il proprio destino. Non lo hanno mai saputo fare. Le loro rivoluzioni sono sempre state opera di eventi esterni ineluttabili, passaggi drammatici della storia, cataclismi politici. Mai e poi mai il voto democratico ha saputo spezzare la morsa di un potere costituito. È stato così al tempo della caduta del fascismo per la quale c’è voluto un evento catastrofico come la seconda guerra mondiale con i suoi 55 milioni di morti. È stato così per il collasso del sistema democristiano di governo avvenuto a seguito del più grande scandalo della storia repubblicana. Gli italiani lasciano passare anni, lustri, decenni, ere geologiche della politica, cristallizzandosi sulle proprie posizioni, ignorando il buono e il cattivo governo, sordi a ogni genere di indecenza, di oscenità, di corruzione, di clamore, incapaci perfino di distinguere il momento in cui avviene la propria morte morale. In questo modo deprezzano il più grande strumento democratico che è stato concesso loro dalla storia, il diritto di voto, lo sviliscono fino a renderlo superfluo. A differenza delle altre democrazie mature in cui l’alternanza di governo è cosa naturale e garanzia di progresso civile, in Italia si instaurano di volta in volta decennali monarchie, si radicano poteri inespugnabili che si aggrovigliano nel tessuto sociale come intestini marci in un ventre molle. Gli italiani non sono mai stati capaci di una rivoluzione popolare pulita, onesta, di proporre una primavera della democrazia, piuttosto hanno sempre preferito che qualcuno scegliesse per loro. Allora non vedo perché, anche stavolta, anche nella monarchia attuale, gli italiani avrebbero dovuto levare un grido di sconcerto di fronte alle barbarie, facendo sentire la propria voce nelle urne, diventando protagonisti di un rovesciamento politico da realizzare in nome della civiltà. Coloro che credono ancora in questa possibilità sono degli illusi. Anche l’ultima monarchia d’Italia (come quelle che l’hanno preceduta, e come la prossima e quella che verrà dopo ancora) cadrà per mano di eventi magmatici, di tracolli epocali, di smottamenti che lasceranno sul campo intere schiere, più morte che vive, e tutti noi saremo ancora lì a chiederci come abbiamo fatto a non decifrare neppure questo. Per gli italiani l’unica democrazia possibile è la somma delle proprie fughe nel territorio dell’immaginazione.

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Cesare Pavese, da LA TERRA E LA MORTE

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

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