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Una settimana fa ho comprato un contapassi e ne sono diventato rapidamente schiavo. Passo le giornate a controllare sul contapassi quanti passi ho fatto da quando mi sono svegliato. Ogni volta che mi arriva una telefonata è una festa, perché inizio a camminare col telefono incollato all’orecchio ovunque mi trovi. Una telefonata è un modo onesto per arraffare passi preziosi. È diventato divertente anche fare cose normalmente poco divertenti, come andare al Caf. E smanio perché arrivi l’ora di pranzo. Non per la fame, ma per il tragitto che devo fare per andare al supermercato, al supermercato più lontano tra i supermercati di zona. Il supermercato in sé è una miniera di passi. Prima dell’estate ho letto due libri che si intitolano entrambi Camminare: il primo è di Thomas Bernhard (Adelphi, Traduzione di Giovanna Agabio); l’altro è di Erling Kagge (Einaudi Stile Libero, traduzione di Sara Culeddu). Nel libro di Bernhard a un certo punto si legge: “D’altra parte dobbiamo camminare per poter pensare, così come dobbiamo pensare per poter camminare, l’una cosa deriva dall’altra, e l’una dall’altra con crescente maestria. Ma tutto sempre e solo fino alla soglia dello sfinimento”. Il mio contapassi è cinese, quando lo attivo per controllare quanti passi ho fatto, sul display mi dice: “Preme un lungo per entrare”. Non so che voglia dire e non ho la pazienza di pensare. D’altra parte per pensare devo prima camminare. Perciò adesso voglio solo camminare, trovare una scusa per fare ancora qualche passo.

Uscito ieri su doppiozero.

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Ho letto oggi, com’è – credo – dovere di tutti, la lettera d’addio scritta da un uomo di trent’anni morto suicida. L’uomo si chiamava Michele, era friulano, e i giornali, in gran parte, si sono affrettati a qualificarlo come “trentenne precario”, condensando in due parole la totalità del suo essere.

L’anno scorso, in occasione dell’incidente ferroviario tra Andria e Corato, i giornali online pubblicarono articoli con titoli come: Antonino che voleva fare l’esame, il contadino centrato da una scheggia, Jolanda che doveva sposarsi. Un’abitudine giornalistica molto in voga, questa, quando si è esaurita la cronaca e occorre dare un volto alle vittime. Si considera l’esistenza di una persona come la somma di tanti frammenti del reale, si scelgono i più levigati, i più facili alla comprensione, e si lasciano vibrare sotto gli occhi del lettore. La gente muore, e già la morte di per sé non la si può ridurre a due parole allusive. Ma la vita, la vita tutta intera, la massa indifferenziata di cose, di eventi, di fenomeni, di esperienze, di situazioni, di avventure, di momenti, la vita come la si riassume in un titolo di giornale? Al che, di fronte a titoli come quello, mi feci qualche domanda. Che direbbero di me – mi chiesi – nel caso crepassi in una sciagura nazionale? Di tutte le rogne, le allegrie, le monotonie, le fissazioni, le categorie e i gradi, i tripudi (pochi) e le afflizioni (tante) in cui sono impelagato giorno per giorno, quale l’avrebbe vinta?

Ebbene, nel caso di quest’uomo che si chiamava Michele, l’ha vinta la tipologia di contratto con cui, presumo, ha avuto (o non ha avuto) le sue occasioni professionali (nella lettera accenna al fatto che fosse un grafico). E l’ha vinta la sua età anagrafica. Precario, trentenne. Fine.

Larga parte di questa scelta giornalistica deriva dal post scriptum della lettera, in cui Michele chiosa: “Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”, alludendo allo sciagurato giudizio che diede Giuliano Poletti nel commentare la fuga di centomila giovani italiani all’estero in cerca di lavoro. “In alcuni casi è un bene non averli più tra i piedi”, disse Poletti. Insomma, il giornalismo italiano, e di conseguenza i commenti sui social, nei bar (sembra straordinario, ma ci sono bar in cui si discute ancora dell’attualità), si sono allineati su questa chiave di lettura.

Il fatto è che di tutte le possibili chiavi di lettura, ammesso che sia possibile scovare nella lettera d’addio di un suicida una chiave di lettura che abbia un minimo di senso, questa è la più facile: trent’anni, precario, si uccide perché in questo paese non c’è futuro.

Ma io so che quando si tratta di indagare nelle motivazioni di un suicidio è sempre bene non avere certezze. In realtà sarebbe bene non indagare affatto. Trovo già così complicato, assurdo, impossibile, tirar fuori chissà che dalla testa di un uomo che opta per una scelta qualsiasi tra le migliaia di scelte che ci troviamo a dover fronteggiare ogni giorno della nostra vita, figuriamoci far la diagnosi a qualcuno che ha fatto la scelta più radicale di tutte. Ma tant’è. Oltre a essere stufo di fare colloqui di lavoro come grafico (da che, deduco, Michele non era neppure un precario, ma un disoccupato), egli scrive di essere “stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere […], stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità”.

Michele, dunque, oltre che col ministro Poletti, se la prende con la sfortuna dei sentimenti, con una generica indeterminatezza della sua esistenza, con la propria stessa sensibilità. Qualcosa di molto più complesso, quindi, di un generico (ma certo sensazionalistico) j’accuse generazionale sulla mancanza di lavoro in questo paese, sul disastro economico, sociale, culturale di una nazione e di un tempo storico.

Questioni, queste ultime, che sono già enormemente complesse di loro, ma che sono infinitamente meno complesse se paragonate alla configurazione umana di una mente speculativa dotata di percezioni acutissime e capace di scandagliare la realtà oltre i fatti meramente economici. Fatti che determinano (certo) la sopravvivenza di un cittadino al giorno d’oggi, ma che riguardano la sopravvivenza organica, la parte vile del problema, se vogliamo, tra le più importanti, certo, ma pur sempre una parte, e non l’unica parte.

La mia opinione è che abbiamo occhi per il mondo e nessuno sguardo per quel prodotto chimico che è l’intelligenza delle persone. Diamo peso ai fatti e non alle sensazioni. Viviamo in un secolo di spietato realismo in cui se un uomo decide di ammazzarsi è per colpa del sistema sociale, delle politiche del lavoro, delle aspettative, perché sappiamo guardare solo in quella direzione, e siamo convinti che le qualità di un uomo derivino dal posto che egli occupa in questo complicato sistema. Preferiamo stabilire in fretta l’identità di una vittima sulla base della sua posizione nella scala sociale; e non attribuiamo qualità umane, ma qualifiche pseudo-professionali. Ma è un modo, questo, iper-veloce per affrontare la questione, un modo per rimuoverla in fretta, senza averla non dico risolta, ma neppure scalfita. Dare la colpa a un governo, a un sistema socioeconomico, a una generazione che ne ha affossata un’altra, è dare la colpa a tutti, e quindi a nessuno, è infiacchirsi in uno stato, come io penso, di assoluta irresponsabilità, ossia di esenzione da una qualsiasi responsabilità, anche la più remota.

Ma voglio provare a ribaltare il punto di vista per afferrare il problema dalla parte opposta. Perché il problema va in ogni caso afferrato, e non voglio dire che l’essere un disoccupato di lungo corso non abbia il suo peso nello scivolamento verso un dirupo depressivo così spietato. Voglio dire che si è disoccupati di lungo corso anche perché l’universo sociale in cui viviamo non tiene conto delle qualità sensibili delle persone, ma solamente delle loro qualità materiali: il saper fare, più del sapere o del sentire.

Eppure conosco molte persone che svolgono lavori completamente soprannaturali, ossia lavori che non richiedono sforzo intellettuale e neppure fisico, ma solo cieca abnegazione. Lavori che rispondono a logiche senza scopo, o meglio, lavori che nello sfilacciamento dei processi produttivi hanno perduto l’aggancio con quello che è lo scopo ultimo di qualsiasi lavoro: la fornitura di un servizio, sia esso un prodotto o una prestazione. Lavori in cui non conta più nemmeno il saper fare, laddove già non contava il sapere né il sentire. Lavori dunque che smaterializzano l’intelligenza delle persone, che rendono gli uomini schiavi dell’illogicità, lavori spaventosamente inutili.

L’incontro di un’intelligenza speculativa con questi non-lavori crea il medesimo cortocircuito che viene descritto da Michele nella sua lettera d’addio: “Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente”.

Dunque siamo sicuri che le sue siano parole che arrivano, come si legge da più parti, direttamente da chi ha vissuto sulla propria pelle il “dramma della precarietà”, e non riguardino invece qualcosa di molto più ampio, intricato e multiforme? Siamo sicuri di potercela cavare rubricandola come “la lettera d’addio di Michele, trentenne precario che si è tolto la vita”?

Mentre scrivo questa cosa, sto leggendo Un bambino, ultima parte dell’autobiografia di Thomas Bernhard. C’è in una pagina del libro un passaggio in cui Bernhard dice: “Volevo morire. Ma la cosa non era così semplice. Provavo ad assumere un comportamento degno di un vero uomo. Mi condannavo al massimo della pena. Non alla pena di morte ma al massimo della pena, sebbene io stesso non sapessi con precisione in che cosa il massimo della pena potesse consistere, e subito dopo tornava in me la consapevolezza dell’assurdità di questo gioco infernale”. Voler morire e condannarsi al massimo della pena può voler dire due cose opposte. Il massimo della pena per un suicida è vivere – “un comportamento degno di un vero uomo” come sottolinea, non senza un velo di macabra ironia, Bernhard.

Ma… “non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito”, ribatte Michele, in questo dialogo che ora prende forme assurde, sovratemporali, una comunicazione che risuona dentro il campo tutto immateriale della letteratura.

Cosicché oggi il nostro tempo non fa i conti con una protesta estrema, con un drammatico sberleffo, con il suicidio di un dissenziente, un uomo che c’era e che ora non c’è più. Oggi è molto peggio di quanto pensiate: oggi si fanno i conti con ciò che non c’è mai stato; con l’inesistente.

Provate ad affrontare questo.

Tra le cose che sto leggendo c’è un libro di Thomas Bernhard, L’imitatore di voci, l’editore è Adelphi, la traduzione è di Eugenio Bernardi (quando si dice il destino nel nome). Nel libro Bernhard assume le fattezze di un cronista che raccoglie più di cento notizie tra lo strampalato e il farsesco e le riporta con inappuntabile misura. Una di queste si intitola Desiderio inappagato:

Una donna di Atzbach è stata ammazzata dal marito perché nel fuggire dalla casa in fiamme aveva portato in salvo quello che secondo lui era il figlio sbagliato. Non aveva salvato il figlio di otto anni per il quale l’uomo aveva concepito grandi progetti, bensì la figlia alla quale l’uomo non voleva bene. Davanti al tribunale distrettuale di Wels, quando era stato domandato a quell’uomo quali progetti avesse mai in mente per quel figlio rimasto carbonizzato nell’incendio, egli aveva risposto che intendeva farne un anarchico e uno sterminatore che distruggesse la dittatura e quindi lo Stato.

Da ragazzino ho conosciuto un tizio che si diceva sicuro che da grande avrebbe sposato un’impeccabile signora dell’alta società con cui sarebbe andato a vivere in un lussuoso palazzo nel centro di Roma. Era talmente ossessionato da questa idea che a scuola finirono per chiamarlo il Principe. Venticinque anni dopo l’ho ritrovato su facebook, ha pubblicato una foto di sua moglie, nella foto la signora ha una canotta zebrata e un paio di shorts di pelle, si fa riprendere in prospettiva come se sostenesse la torre di Pisa con le alte terga.

 

Ieri ho incontrato una persona che non vedevo da tanto tempo, mentre parlavo con questa persona mi ripiegavo le maniche della camicia, questa persona mi ha detto: “Non ti grattare”, e io: “Ma non mi sto grattando, mi sto ripiegando le maniche della camicia”, e questa persona: “Stai benissimo, non ti preoccupare, non c’è bisogno che ti gratti”, e io: “Non mi sto grattando”. Così ho scoperto che, tra grattarsi e ripiegarsi le maniche della camicia, non c’è la gran differenza che pensavo.

In un’intervista di Asta Sheib a Thomas Bernhard che risale al 1986, Asta Sheib inizia col chiedere: “Chi è Thomas Bernhard?” E Thomas Bernhard risponde: “Non si sa mai chi si è. Non sono gli altri che ti dicono chi sei? Questo ti viene detto milioni di volte e se vivi una vita lunga alla fine non sai più chi sei. Ognuno dice qualcosa di diverso. Anche tu dici a te stesso qualcosa di diverso in ogni momento”. Ci pensavo giusto qualche giorno fa, pensavo che più passa il tempo e più si confondono le acque, più si invecchia e meno si capisce chi si è.

C’è qualcosa di peggio dell’essere un talento incompreso. È l’essere un talento e imbattersi in un genio assoluto. È questo, per sommi capi, Il soccombente (Adelphi) di Thomas Bernhard. Il libro racconta l’amicizia giovanile che lega il narratore ad altri due pianisti, Wertheimer e Glenn Gould, conosciutisi studiando pianoforte al Mozarteum di Salisburgo, sotto la guida del grande Vladimir Horowitz. Di fronte al genio assoluto di Glenn Gould, gli altri due non sanno far altro che abbandonare il pianoforte, nella convinzione che o si è i migliori o non si è nulla. Ma mentre il narratore riesce in qualche modo a sopravvivere a questa rinuncia, per Wertheimer – il soccombente che dà il titolo al libro – la rinuncia all’arte rappresenta l’inizio della fine, una fine che sarà segnata da un assurdo suicidio simbolico. “Un suicidio lungamente premeditato, pensai, non un atto repentino di disperazione” si legge tra le pagine del libro. Romanzo straordinario, scritto tra il 1983 e il 1985, Il soccombente ha la costituzione di un lungo flusso di memoria e il pregio di indagare sui temi dell’ossessione per l’arte, dell’emulazione, del sentirsi addosso un talento doloroso e inesprimibile e tuttavia incapace di rivaleggiare con le vette dell’intelligenza creativa. Non penso di aver mai letto nulla di più esaustivo, completo e profondo sulla sconfitta. Una sconfitta che è congenita nell’uomo quando si pone al cospetto dell’arte assoluta.

Vent’anni fa moriva Tondelli. Thomas Bernhard una volta disse questo: “Non si sa mai chi si è. Non sono gli altri che ti dicono chi sei? Questo ti viene detto milioni di volte e se vivi una vita lunga alla fine non sai più chi sei. Ognuno dice qualcosa di diverso. Anche tu dici a te stesso qualcosa di diverso in ogni momento”. Tondelli non ha vissuto una vita lunga, però abbiamo avuto vent’anni, da quando è morto, per dire chi fosse. Da altre parti ho scritto che Tondelli rappresenta compiutamente la grande occasione perduta dalla narrativa italiana, la possibilità di rimanere al passo coi tempi e con la grandezza della sua tradizione novecentesca. Questo è il mio pensiero. Se Pier Vittorio (ci sono autori, chissà perché, che ti viene spontaneo chiamare per nome, come se fossi stato loro amico, come se ne avessi condiviso percorsi di vita) fosse vissuto oltre la miseria numerica di quei trentasei, intensissimi, anni, forse oggi leggeremmo cose diverse, conosceremmo nomi di autori diversi, avremmo alle spalle vent’anni di qualcosa, anziché vent’anni di niente. Qualcuno penserà che la mia sia un’immagine idealizzata, la mitizzazione di un autore che non ha potuto esprimere in pieno le proprie potenzialità, un discorso sterile quindi, di quelli che non portano da nessuna parte. Ma io appartengo a una schiera di uomini, gli uomini di oggi, che vivono nell’impasse, quelli che chiamano “individui postmoderni”, che dedicano la loro vita a una sopravvivenza piena di inconsistenze e vanità. Allora concedetemi la vanità di immaginare cosa avrebbe scritto Tondelli dopo quel prodigio che fu Camere separate. Datemi la possibilità di perdermi in questa nostalgica ucronia. In fondo non è peccato, e non fa male a nessuno.

Quando ero uno studente non mi sentivo uno studente. Poi sono stato un disoccupato, ma avevo talmente tante cose da fare che non mi sentivo davvero disoccupato. Quando finalmente ho trovato un lavoro, non mi sentivo parte di quel lavoro. Gli altri mi chiamavano “collega”, ma io la trovavo una parola così polverosa, una vecchia parola che sapeva di anni settanta. Io non ero il collega di nessuno. La verità è che noi umani discendiamo direttamente dagli scimpanzé, ma io penso che non mi troverei a mio agio neppure fra gli scimpanzé. Quanto agli scrittori, be’, Thomas Bernhard una volta disse: “Sono sempre stato un solitario. Malgrado questa unica relazione forte [si riferisce alla scrittura], sono sempre stato solo. All’inizio ovviamente pensavo di dover andare da qualche parte e attaccare qualche conversazione. Ma fino a un quarto di secolo fa non ho avuto alcun contatto con un altro scrittore”. Quelle volte che sono andato a intervistare qualcuno, poi, mi sono sentito un impostore. “Lei per chi scrive?”, mi chiedeva l’intervistato di turno. “In questo caso, credo, per te”, mi veniva da rispondere. Ma naturalmente non rispondevo. Tutto questo immagino che rientri in una posizione difensiva che il mio organismo adopera in maniera naturale. Qualcosa che ha a che fare con la selezione della specie. Ho smesso di domandarmi da un pezzo quale sia il disegno che soprassiede a tutto questo. Perché, quasi dimenticavo di dire, sono stato pure un fervente cattolico. Recitavo preghiere tutte le sere prima di andare a dormire. È successo dai tre ai sette anni di età. Poi, come a tutto il resto, ci ho messo una pietra sopra. Così oggi non mi è rimasta che questa sana e onesta desolazione. Questa bella solitudine. Questo modo di occupare il tempo in un dialogo muto con le cose. Ah, voglio dire, ma è così bello immaginare altre vite…

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