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Unione Sarda, 20 gennaio 2011
– Lo scorso agosto la rivista Time gli ha dedicato la copertina. Il titolo era: “Great American Novelist”. Lui vi appariva in camicia grigia, lo sguardo diagonale contornato dai famosi occhiali con la montatura nera, occhiali che qualche mese fa, a Londra, uno sconosciuto ha tentato di rubargli durante una presentazione, chiedendogli poi in riscatto la bellezza di centomila dollari. Tanto per chiarire subito di quale culto pagano sia oggetto il nostro uomo. Stiamo parlando di Jonathan Franzen, 51 anni, di professione scrittore. Va detto che in passato, prima di Franzen, il famoso news magazine americano aveva riservato il privilegio di incorniciare nella sua celebre copertina rossa solamente i ritratti di autori del calibro di Joyce, Nabokov, Updike, Salinger e Toni Morrison. E questo, già di per sé, la dice lunga sulla reputazione di cui gode in patria l’autore de “Le correzioni” (libro vincitore del National Book Award e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2002). E pensare che solo fino a una quindicina d’anni fa, in un saggio apparso su Harper’s , uno sferzante Franzen scriveva: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli». Ma col tempo, si sa, anche le opinioni cambiano. E così ecco il titolo di “Great American Novelist” che Franzen si è guadagnato non solo con un lavoro decennale teso a scandagliare le avidità, i vizi e i grandi drammi morali dell’America, ma soprattutto con l’ultima, imponente, fatica letteraria. Quel “Freedom” (Libertà), uscito negli Stati Uniti nell’estate del 2010 per l’editrice Farrar, Straus and Giroux, che ha prima conquistato il presidente Obama – il quale, dopo aver ricevuto il romanzo in anteprima, l’ha scelto come lettura per le vacanze a Martha’s Vineyard – e poi il plauso, pressoché unanime, della critica che sulle due sponde dell’Atlantico ha salutato l’opera definendola, senza timore di esagerazioni, «il nuovo grande romanzo americano» e il suo autore il «Tolstoj del nuovo millennio». Freedom è un ambizioso ritratto della middle class americana, è ancora la storia di una famiglia di provincia, come i Lambert de “Le correzioni”. La famiglia è quella dei Berglund, Patty e Walter (questi i nomi dei due protagonisti), una coppia di depressi che vive a St. Paul, Minnesota. I Berglund sono avanguardisti della Whole Food Generation, la generazione del cibo sano, hanno una casa vittoriana e due figli, Jessica e Joey, cresciuti secondo principi moderni, liberali ed ecologisti. Questa però è solo la superficie delle cose. Dietro l’apparenza c’è una storia fatta di tradimenti, di comportamenti moralmente discutibili, di rapporti bellicosi coi vicini e vecchi triangoli amorosi, un alveo tellurico insomma che costituisce la materia autentica e torrenziale del romanzo. Sullo sfondo c’è l’America di George W. Bush, la guerra in Afghanistan, la devastazione del Paese perpetrata dagli uomini del presidente, e quella parola, “libertà”, abusata e svuotata del suo significato autentico e reale. «Ho scritto il romanzo quando Bush si era appropriato di questo termine, cercando di spiegare al mondo cosa fosse», ha dichiarato lo stesso Franzen. «Tendo a mia volta a non parlarne troppo, per preservarla da altre possibili interpretazioni fuorvianti». “Freedom” farà la sua comparsa sugli scaffali delle librerie italiane entro il prossimo febbraio. Sarà pubblicato da Einaudi (come le opere precedenti) con la traduzione di Silvia Pareschi. Il titolo italiano inevitabilmente sarà “Libertà”.

ANDREA POMELLA

Ogni tanto si legge di qualche  classifica che mette in fila gli incipit letterari più belli di tutti i tempi. In genere al primo posto compare sempre il leggendario “Chiamatemi Ismaele” che apre il Moby Dick di Melville, poi segue ineluttabile il colonnello Buendìa di García Márquez che davanti al plotone di esecuzione si rammenta della scoperta del ghiaccio, e poi, ancora, Proust e il suo imperituro “Longtemps” che dà avvio alla Recherche. E così via, l’elenco potrebbe essere infinito. Quello degli incipit è un gioco personale e avvincente in cui tutti gli appassionati di letteratura cadono presto o tardi. Per quanto mi riguarda sono tre gli attacchi che, più di tutti, negli ultimi anni hanno folgorato il mio cuore di lettore. Al primo posto metterei senza dubbio l’incipit di Beloved di Toni Morrison: “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini”. Poi l’invito angoscioso e quasi di scherno di Jonathan Littell ne Le Benevole: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. E infine Javier Marías che in Un cuore così bianco mette in scena un formidabile “Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era da poco tornata dal suo viaggio di nozze, entrò nel bagno, si mise davanti allo specchio, si aprì la camicetta, si tolse il reggiseno e si cercò il cuore con la bocca della pistola del padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti”. Ne ho citati appena tre. In realtà ho un intero universo di incipit letterari che mi ronza nella testa, come un’uccelliera piena di piume in sospensione di cui ricordo perfettamente per ciascuna l’uccello del paradiso a cui apparteneva. Si dice che un buon incipit debba racchiudere in poche parole l’intero romanzo, debba essere in breve un distillato della storia, conservarne l’aroma ed avere almeno una parola tra silenzio e colpa che scagioni l’autore dall’accusa di invadenza e convinca il lettore a imbarcarsi nel viaggio che lo attende. Secondo me la domanda che si cela dietro un incipit è sempre: Si può riconoscere, assaggiando un chicco di grano, il sapore del pane che verrà?

Mohammed Bennis, LUOGO

Come macchia viene la scrittura
dall’ala della morte
dal fondo
dello smarrimento
da un vuoto padrone
che estasia luce sulle proprie estensioni
dalle mie antitetiche stirpi
oggi tra noi richiami di tatuaggi
e cieli bassi

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