archivio

Archivi tag: trieste

Venerdì a Cagliari ho conosciuto un ragazzo di 96 anni che si chiama Boris Pahor. L’ho accompagnato per un pranzo fuori orario in un famoso Caffé nel centro della città, qualche ora prima del suo incontro in programma per il Festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie. Una volta a tavola il ragazzo di 96 anni fissa il giovane cameriere che ci viene incontro e gli dice che vorrebbe mangiare qualcosa “al cucchiaio”, ma la richiesta, fatta così, appartiene fatalmente al linguaggio di un’altra età e di un altro mondo. Il cameriere non capisce che in quel modo Pahor gli sta semplicemente chiedendo una minestra in brodo (o perlomeno qualcosa che le assomigli), e facendo finta di niente gli serve un risotto con qualche frutto di mare sgusciato. A guardare quest’uomo – l’autore di Necropoli (Fazi), il romanzo che affronta il tortuoso incubo della colpa del sopravvissuto scampato al campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi – all’apparenza gracile come un uccellino, dai modi gentili ma fermi e con una voce forte e minuta che si accende di passione quando parla della sua tragica e grandiosa esperienza umana, mi viene in mente che quella dev’essere per forza la faccia del Novecento così come me la sono sempre immaginata. Poi, proprio quando mi aspetto che si metta a riferire dell’orrore vissuto in prima persona – o quantomeno che continui nel discorso accalorato che ha incominciato qualche minuto prima in taxi, una dura requisitoria sulla fuga negli Stati Uniti di una delle figure principali nello sviluppo della missilistica, quel Wernher Von Braun che coordinò la produzione dei missili V2 nei sotterranei di una fabbrica del campo di concentramento di Mittelbau-Dora – ecco che, all’improvviso, mi sorprende con il racconto tenerissimo e struggente dell’ultima opera a cui sta lavorando, un atto di amore e di ringraziamento rivolto alla moglie scomparsa di recente. Così, mentre nel Caffé in cui siamo seduti la gente va e viene ignorando lo scrigno di memoria che se ne sta seduto in quell’angolo davanti a un piatto di riso, non posso fare altro che tacere ed ascoltare in silenzio i suoi ricordi. Fin quando non raccolgo un po’ di coraggio e gli faccio la fatidica domanda: “Professore, come ha scoperto di essere uno scrittore?”. Allora ecco che nella sua gola la voce si fa più asciutta e parte il racconto della lotta per la sopravvivenza dell’identità slovena a Trieste durante il ventennio fascista, quando fu messa in atto una vera e propria politica di pulizia etnica con l’obiettivo di espellere dalla città qualsiasi cosa ci fosse di sloveno, dalle persone ai palazzi, dalle scritte sui muri alla lingua parlata. “Vede”, mi fa lui, “quando ti proibiscono di parlare nella tua lingua madre e ti costringono a usare una lingua che ti è sconosciuta allora scatta qualcosa dentro di te, una reazione. La mia reazione è stata quella di mettermi a scrivere in segreto nella mia lingua, lo sloveno. Si può dire che scrivere per me è stata una forma di resistenza culturale”. Nella vasta estensione di significati che racchiude ogni singola parola pronunciata da quest’uomo mi imprimo nella mente le sue parole, e la letteratura, il campo di battaglia che mi sono scelto, inizia a risuonare di un battere di tamburo. “Professore, grazie” è allora l’unica cosa che sono capace di dirgli, mentre fisso i suoi occhi inumiditi dalla vecchiaia che sembrano ridersela di questa epoca, del cameriere distratto, e della mia inconsapevolezza.

Ho girato tanto l’Europa e così poco l’Italia. Sarà che non assomiglio molto al paese in cui sono nato, e sarà soprattutto che viaggiare rappresenta la libertà di conoscere i limiti. Joseph Zoderer affermava che, per quanto strano e assurdo ci possa sembrare, l’uomo vuole essere prima certo di sé e appena dopo accertarsi del mondo che lo circonda. In questo senso, la certezza di me, del mio essere nel mondo, è stata da subito fuori dai confini della mia nazione, il mio percorso di esplorazione perciò è risultato inverso a quello della maggior parte delle persone. Sono tante le città in cui non sono stato. Non sono mai stato a Trieste, per esempio. Umberto Saba diceva che “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore, come un amore, con gelosia”. Trieste. Avevo una nonna che si chiamava così, come la città, forse in omaggio alla prima annessione di Trieste all’Italia nel 1920. Il suo nome mi evocava il vento, i libri di storia e una certa idea della frontiera, che non è un mito esclusivamente americano, e Trieste è in una terra al di là del confine, appartiene per certi versi a un’«altra» Europa, per altri invece è il luogo di un’«altra» Italia. L’ultima volta che ho incontrato questa città nelle mie letture è stato qualche anno fa, all’aeroporto di Francoforte, nell’attesa di un volo per Roma. Il libro era Lo stadio di Wimbledon, di Daniele Del Giudice. Oggi so che in autunno visiterò Trieste, so anche che dopo accadrà qualcosa che mi lascerà dentro un po’ di rimpianto, perderò per sempre la capacità di evocarla attraverso il nome o le parole di chi l’ha raccontata, o attraverso una poesia, come quella di Judi Benson, sotto la luce di un cielo di frontiera che finalmente mi coprirà per la prima volta.

 .

Judi Benson, TRIESTE

 

“oh quanto abbiamo ballato la sera che ci sposammo”

 

No, non la notte del cappello perduto, del bagaglio smarrito,
del treno perso, della registrazione nell’anonimato.
Avrebbe potuto essere una stanza dovunque,
noi un qualsiasi Signore e Signora Smith, sposini.
Avrebbe potuto essere una lunga notte
di un breve matrimonio.

“Ma oh quanto ballammo…”
d’impulso,
le stelle volteggiavano su di noi
mentre la banda suonava in piazza dell’Unità,
in tondo, in tondo andavamo
diventando dervisci della notte,
come se danzando avessimo potuto impedire ai nostri paesi
di uccidere persone che non conosciamo,
con cui non abbiamo litigato,
a cui non auguriamo alcun male,
nessuna difficoltà, niente bombe a colazione.

Ballavamo, fondendoci in uno,
come se tutta la nostra vita dipendesse da questo,
come se avessimo potuto ballare
sul sentiero d’argento creato dalla luna,
con le navi che sciabordavano nel porto,
il mare che chiamava da tutti e quattro gli angoli,
sussurrando, unità, unità, unità.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: