archivio

Archivi tag: umberto bossi

Succede più o meno un anno e mezzo fa che un Bossi allora esponente di spicco del governo Berlusconi quater si lascia andare a una dichiarazione che rappresenta uno dei suoi cavalli di battaglia politici: “La maggior parte dei furti li fanno i rom”. La dichiarazione mi ricapita sotto mano quasi per caso mentre leggo un pezzo di cronaca locale in cui si parla con toni altisonanti di un furto sventato in un supermercato di Roma. “La giovane” – si legge nel pezzo – “si era impossessata di diversi generi alimentari ed eludendo i controlli si era poi allontanata. Ma i suoi movimenti non sono sfuggiti alla responsabile del supermercato che l’ha inseguita e braccata. […]Fortunatamente per lei e malauguratamente per la ladra, è prontamente intervenuta una pattuglia di servizio dei Carabinieri”. Toni da 007 Missione goldfinger. Ora mi chiedo come mai chi viene colto a rubare per fame viene mostrato a dito e giustiziato dall’opinione pubblica e dai mezzi di informazione, mentre chi usa i soldi pubblici per mettere benzina alla Porsche, comprare lauree e ristrutturare ville private ha diritto alle garanzie processuali e soprattutto lessicali per cui ci si guarda bene (soprattutto nei media) dal definirlo “ladro”? Senofonte diceva: “Quanto più uno è ladro tanto più è autorevole”. È allora più ladro un rom sorpreso a scippare o un governante in giacca e cravatta che fa uso privato del denaro pubblico?

Sembra la fine della prima repubblica. Con tutta probabilità è la fine della seconda. Anche se mi infastidisce non poco l’idea che un ventennio di potere trascorso in mano a una banda di trafficanti della politica debba essere fregiato dell’altisonante titolo di “seconda repubblica”. Fatto sta che con le dimissioni di Bossi da segretario della Lega il sistema di potere che ha retto l’Italia fino a ieri si è definitivamente sfaldato. Quello che accade oggi è un film già visto nel biennio 1992-1994. Quello che può accadere è che da qui al prossimo anno, quando ci saranno le elezioni, si affacci all’orizzonte il campione del populismo più becero, il sommo demagogo, l’antipolitico, insomma un nuovo leviatano capace di rastrellare le sterminate praterie che si sono aperte a destra. O forse quella valanga di voti abbandonati ai bordi delle strade dopo la dipartita politica dei due padroni lombardi è già sotto lo stretto controllo della destra finanziaria europea che aspetta solo di trovare la faccia giusta (ammesso che non l’abbia già trovata). Al di là delle sorti dei singoli schieramenti ciò che colpisce è che si tratta di una crisi della politica italiana tout court, come se il Big One scatenato dal pool di Mani pulite vent’anni fa non avesse ancora smesso di propagare i suoi effetti al di là del berlusconismo (che a questo punto appare come un lungo miraggio, un’allucinazione politica capace di cristallizzare un sistema già morto all’inizio degli anni Novanta). Lo dimostra, oggi come allora, la debolezza cronica del maggior partito di sinistra, incapace di approfittare della situazione. Una transizione infinita insomma, una barca di Caronte sulla quale siamo tutti seduti in attesa che il mozzo gridi: “Terra!”. Sperando che di là dal mare non ci sia un inferno peggiore di questo.

L’altra sera ascoltavo un monologo di Luca Telese che raccontava in Tv la storia di Mario Benedetti, il meccanico di Berlinguer che doveva provvedere alla riparazione della A112 del segretario del più grande partito comunista d’Occidente. Un paio di giorni dopo mi imbatto per puro caso in una gallery fotografica sul sito del Corriere della Sera in cui si vedono alcuni scatti di Umberto Bossi dopo un comizio. Corna, autografi e cazzotti è il titolo (più che un titolo una didascalia) del servizio. Tra il meccanico di Berlinguer e le corna di Bossi ci stanno trent’anni di storia d’Italia. Non solo. Tra Berlinguer che resisteva ai tentativi di Mario, il meccanico di corso Francia che non voleva fargli pagare una riparazione della A112, e il Bossi vezzeggiato dai suoi mentre con gli occhi vuoti di uno squalo annaspa nel ruolo del buffone, c’è la voragine di un popolo e della sua capacità di identificazione in un leader carismatico. Qualcuno un giorno, disponendo sul tavolo le istantanee che legano queste gesta comuni di una nazione, dovrà spiegarci com’è stato possibile tutto questo.

Le ultime due notizie che giungono dal pianeta Italia raccontano di un ministro, sempre lui (quello delle “espressioni colorite”), che dà dello “stronzo” al presidente della Camera dei Deputati, ossia alla terza carica della Repubblica, e di un capo di governo che aizza le sue platee botulinate affermando che “i leader della sinistra si lavano poco”. Molti osservatori dicono che i due personaggi in questione siano degli straordinari “animali politici”. Trovo che mai definizione fu più azzeccata di questa. Effettivamente se la contesa politica oggi assomiglia a qualcosa, questa è senz’altro una stalla, un lurido ricovero dove bestie enormi, corpulente e feroci latrano per tutto il tempo scalciando letame. L’antica arte del buongoverno dello Stato è stata soppiantata dal ricorso massiccio all’uso di figure allegoriche rimandanti alle più indecorose spazzature del corpo umano. E poiché notoriamente si ritiene che il linguaggio e le condotte usate per la contesa del potere devono essere il più vicino possibile alla massa elettrice e consumatrice, se ne deduce che la qualità degli umani che attualmente popolano questa fetta di mondo è a dir poco indecente. Penso sempre più spesso che questo paese finirà come il gigantesco uomo grasso di Monty Python che nella sesta parte del film (non a caso intitolata Gli anni del declino) mangia e vomita a profusione senza risparmiare il cameriere, finché, dopo aver divorato tutto il menù, mangia una mentina, una piccola innocua mentina, e finisce per esplodere imbrattando tutto il ristorante.

Immagina una catastrofe umanitaria, una qualsiasi. Immagina che accada in una parte del mondo arretrata e devastata dalle scelleratezze della storia. Immagina migliaia di uomini, donne e bambini a cui è stata recisa ogni connessione col mondo d’origine e la cui unica aspirazione, semplice ma concreta, è continuare a vivere, ovunque, da qualsiasi parte, purché sia vivere. Ora pensa che in tutte le lingue del mondo esiste una parola, una di quelle più  abusate dalla modernità, una parola astratta e imponente che sta a significare uno sforzo attivo e gratuito rivolto a chi ha bisogno di aiuto. Quella parola in italiano è “solidarietà”. Bene. Dopo di che immagina che le democrazie rappresentative eleggano i loro governanti presumendo che essi siano emblematici del popolo, pur mantenendo una specifica libertà morale e un’autonomia di condotta e di opinioni. Valutato tutto questo, adesso apprestati a leggere le prime pagine dei giornali di oggi. La parte del mondo arretrata e devastata dalle scelleratezze della storia è il Nord Africa, la catastrofe umanitaria è rappresentata dal dramma dei profughi a Lampedusa, e tra i governanti emblematici del popolo, il nostro, c’è un signore che, posto di fronte a tutto questo, riesce a pronunciare un’unica frase, un raglio in vernacolo che suona così: “Föra da i ball”. Il signore in questione ricopre il ruolo di Ministro per il Federalismo nel Governo italiano, nel tempo libero coltiva il proprio io come valore, ed è l’incarnazione di un’ultradestra di nuova concezione che si fonda sull’egoismo territoriale, il paganesimo e l’invenzione grossolana di simboli e miti. Non so come dirlo in un modo migliore: io ho orrore e schifo di tutto questo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: