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Ho letto le dichiarazioni dei leghisti al governo dal palco di Pontida, e ho pensato che se si vuole contrastare questo schifo bisogna smetterla col fare opposizione sentimentale. La Storia dice che la destra oscurantista la si batte combattendo una guerra frontale, dura e ostinata, rimpiazzando i sentimenti iniziali dello sconcerto, dello sdegno e della paura con quelli della rabbia migliore, della sollevazione, della disubbidienza se necessario, del rifiuto. Essere insomma forza viva, di sangue pulsante, e non solo voce critica, o peggio guaito, rimpianto. Cominciamo per esempio a smetterla con parole come tolleranza. Si tollera ciò che è considerato riprovevole ma ineludibile, si tollera per mascherare un’insofferenza di fondo contro qualcuno o qualcosa. Il paradosso è che in nome della tolleranza io dovrei tollerare chi esulta per ciascuno dei 972 uomini, donne e bambini che dall’inizio dell’anno sono morti affogati in mare mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Gente – quella che esulta per i morti in mare – che vota, che vive nel mio stesso palazzo, che incontro ogni giorno sul posto di lavoro o nella scuola in cui va mio figlio, che mi siede accanto sull’autobus, al cinema o a tavola la notte di Natale, e verso cui io provo, certo, insofferenza. Io non voglio essere tollerante. Voglio essere accogliente, nei limiti e nel rispetto della legge umana, civile e morale. Umberto Eco diceva che l’educazione alla tolleranza è necessaria per regolare la nostra naturale e biologica reazione al diverso. Preferisco Popper che la chiamava “valorizzazione della reciprocità”, ossia un’idea dell’altro che includa la possibilità della critica e del confronto, ma partendo da una situazione DI PARITÀ e in nome del progresso sociale. Se tollerate, in fondo siete come loro, come quei sadici al governo. Mentre gli esseri umani hanno dei diritti inviolabili molto più complessi. Non hanno semplicemente diritto a essere sopportati; hanno diritto a ESSERE. Ed è quanto basta.

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A giugno, più che in altri mesi dell’anno, sento le persone dire: “Non ce la faccio più, sono arrivato”. Lo dicono lamentandosi della vita pesante, della routine. Ieri mattina l’ho detto anch’io, ho detto che sono arrivato. Ma arrivato, dove?

Umberto Eco ha detto che internet ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere. Giorni fa in un bar di Testaccio c’era uno che chiedeva a un altro: “Ma tu, quando compri qualcosa, non provi un senso di sconfitta?” Al bar tutti hanno fatto come se niente fosse.

Il mese scorso ho letto Il grande silenzio (Laterza), il bel libro-intervista ad Alberto Asor Rosa curato da Simonetta Fiori sulla dissoluzione di quel legame tra intellettuali e politica che ha contraddistinto il dibattito politico e culturale italiano fin dagli albori del Risorgimento. Il “grande silenzio” che dà il titolo al libro non è altro che la caduta del pensiero critico in un vuoto interminabile, in un silenzio, appunto, catastrofico e raggelante, rovinoso quanto il dominio incontrastato esercitato dalla cosiddetta “civiltà montante”, massmediatica e globalizzata, che domina la contemporaneità. L’intervista all’intellettuale Asor Rosa è un’occasione per una lunga passeggiata in un bosco in cui, di volta in volta, si incontrano gli infiniti occhi di personaggi celebri, come Togliatti e Pasolini, Berlinguer e Fortini, Eco e Calvino, e così via, finché – con la stagione del terrorismo – la strada si fa buia, le ombre si allungano e si spegne definitivamente l’illusione delle classi intellettuali di poter operare attivamente sulla realtà. È un libro importante, soprattutto per quelli della mia generazione, perché offre lo spunto per comprendere meglio le ragioni di alcune sostituzioni – la critica letteraria soppiantata dal marketing, l’audience come surrogato della qualità, la ricerca culturale scalzata dalle logiche industriali – che hanno trasformato lo scenario editoriale italiano in uno spaccio aziendale, nel discount di paccottiglia che ci appare oggi. I motivi che hanno condotto, in Italia, alla sconfitta storica del ceto intellettuale sono molteplici e variegati. Io credo (così come, con molta più autorità di me, lo crede Asor Rosa) che nella vicenda che ha portato alla sua dipartita, lo stesso ceto intellettuale non sia stato esente da colpe. Pasolini diceva: “Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. Ecco, io suggerisco di leggere questo libro, se non altro per essere informati, perché di fronte allo scandalo che proveremo di fronte all’inconsistenza delle prossime campagne condotte da qualche scialbo cartello di scrittori contemporanei accompagnati per mano da editor saccenti e compiaciuti, non si rischi di essere, per l’appunto, banali.

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