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Il deserto dei tartari
è forse il romanzo italiano del Novecento che amo di più. Lo amo per svariate ragioni, non ultimo per la metafora che si cela negli arcani del racconto. È cosa nota – perché ce l’ha detto Buzzati stesso – che la storia di Giovanni Drogo e del suo soggiorno nella fortezza Bastiani fu ispirata dalla monotona routine di un lavoro in ufficio in una grande città. Nella premessa all’edizione degli Oscar Mondadori  del 1966 Buzzati scrive: “Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no […]”. Ieri sera ho guardato il film di Valerio Zurlini tratto dal romanzo di Buzzati. I critici cinematografici hanno sempre parlato piuttosto male di questa trasposizione, eppure per certi versi io ne sono rimasto incantato. Buona parte in questo mio incantamento l’ha avuta la visione della città-fortezza, costruita in mattoni di fango e argilla al cospetto di una frontiera morta, scelta a suo tempo (il film è del 1976) per incarnare la fortezza Bastiani. Si tratta dell’antica fortezza di Arg-e Bam nell’Iran sud-orientale, una meraviglia architettonica che è andata quasi completamente distrutta nel terremoto che ha colpito l’Iran nel dicembre del 2003. Quando lessi Il deserto dei tartari ero un pendolare che si alzava la mattina presto per fare 50 chilometri in treno e raggiungere un ufficio al centro di Roma (era una redazione anche quella, benché molto meno prestigiosa di quella che sprigionava i sogni di Buzzati). Divorai la storia di Drogo restando per ore in equilibrio su un piede solo mentre la massa dei pendolari stipava i vagoni fino all’ultimo angolo disponibile. Ancora oggi, mentre scrivo, dopo tanti anni sono ancora qui, in un altro ufficio, in un’altra fortezza, ma sempre in attesa che arrivino i Tartari.

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