archivio

Archivi tag: vietnam

In America a un certo punto gli scrittori scompaiono. Non dico muoiono, o meglio non solo. In America c’è un momento in cui gli scrittori escono dal loro corpo e si danno alla fuga in una penombra che quando si è fortunati diventa mito. L’esercizio della fuga ha molte varianti, la lezione di Jerome David Salinger sull’arte della fuga è forse la più famosa e illuminante. Cosa ha fatto per mezzo secolo questo signore dalla natura schiva e riservata, figlio di un ebreo di origini polacche, inviato con le truppe da sbarco americane a Utah Beach nel D-Day, e assurto agli onori delle cronache letterarie nel 1951 con la storia di un certo Holden Caulfield? Dov’era e cosa faceva J. D. durante la crisi dei missili di Cuba e quando Kennedy veniva assassinato a Dallas? Come occupava le sue giornate nel rifugio di Cornish nel New Hampshire mentre dilagava negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili, e quando si andava a fare la guerra al Vietnam e l’Apollo 11 accompagnava Armstrong, Collins e Aldrin sul suolo lunare? E cosa avrà pensato della fine ignominiosa di un presidente come Nixon e di quel neonazista, John Hinckley Jr., che il 30 marzo dell’81 a Washington D.C. sparò a Reagan perforandogli un polmone con la speranza di attrarre su di sé l’attenzione di Jodie Foster? E quali erano i suoi progetti per il futuro mentre i giovani americani andavano a intossicarsi ai fumi sprigionati dai pozzi petroliferi del Kuwait? E quando cadevano le torri di New York e veniva eletto il primo presidente nero della storia americana? Dov’era J. D. Salinger? Forse mangiava un frutto di fronte al fiume calmo e liscio, o forse tinteggiava uno steccato con sua figlia Margaret, o forse, ridotto a una solitudine senza fine, passeggiava al centro delle sue notti insonni riflettendo sui piccoli eccessi quotidiani del tempo che gli era toccato di vivere. Chissà invece che non abbia scritto per tutto il tempo, occupando con meticolosa coscienza scaffali segreti e riempiendoli di racconti e notizie su colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale. In una frase del Giovane Holden c’era già forse il suo congedo dal mondo: “Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio”.

Annunci

Mi domando se davvero non ci sia un modo per raccontare di questo paese. Lo dico mentre prendo in prestito la poesia di Tahar Ben Jelloun che inizia, appunto, coi versi “Mi racconti di questo paese / nell’esilio delle parole”. Ci sono molti modi per parlare di una nazione, dei suoi vizi e del proprio tempo. Alcune letterature nazionali hanno saputo meglio di altre tracciare schemi, inventare linguaggi e cifre stilistiche. La narrativa israeliana contemporanea, per esempio, porta i segni distintivi di una produzione che pone gli uomini e i personaggi di fronte al rebus di uno stato di conflitto (nazionale e individuale) permanente e irrisolvibile. Il disagio del singolo posto di fronte allo spettro perpetuo della sciagura diventa così, in quella regione letteraria del mondo, il nucleo costituente di una autentica letteratura nazionale contemporanea. Allo stesso modo la cultura americana che ha fatto seguito ai fatti dell’11 settembre è stata fortemente condizionata dall’ossessione per la vulnerabilità e la fragilità di un modello di vita fino a quel momento considerato inespugnabile, per favorire quindi il ritorno a un filone “catastrofista” che già aveva segnato un certo modo di fare cinema ai tempi della grande ferita del Vietnam. In Italia l’ultima volta che si è sentito parlare di qualcosa del genere è stato nel secondo dopoguerra. Calvino in una testimonianza del ’64 disse: “L’esplosione letteraria di quegli anni fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. […] L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle mense del popolo, ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie”. Tempo fa, parlando della crisi culturale dell’Italia contemporanea, Abraham Yehoshua mi disse che secondo lui l’insufficienza della produzione letteraria italiana degli ultimi decenni è figlia di questo periodo di pace ininterrotta che dura da sessant’anni. Non ero del tutto d’accordo con Yehoshua allora, e lo sono ancora meno oggi, poiché ritengo che l’Italia, dal ’45 a oggi, abbia avuto eccome le sue belle guerre da combattere (gli anni di piombo, tanto per dire). Ma ciò nonostante nessuno è stato in grado di fare i conti con certe ferite. In Italia piuttosto – per citare Asor Rosa – si è sempre preferito “dare ampio spazio ai naturali umori provinciali dei letterati italiani”.

.

Tahar Ben Jelloun, MI RACCONTI DI QUESTO PAESE

Mi racconti di questo paese
nell’esilio delle parole
ti sei seduta fuori, nel crepuscolo,
per bere un caffè
e ridere
passa un venticello
pieno di odori e profumi
le spezie viaggiano
come i ricordi e le pietre
cardamomo e rose secche
la sera
gli oggetti danzano
nello stagno dell’oblio.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: