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Intorno alle quattro del mattino ho sentito cantare gli uccelli fuori dalla finestra. I suoni erano a volte ascendenti a volte discendenti. Ho pensato che se mi fossi concentrato sarei potuto arrivare a decifrarne la lingua. Quando non siamo ancora completamente fuori dal sonno i pensieri sono confusi, ma hanno una loro sostanza, si fanno solidi, e ogni stramberia ci appare reale e possibile. In quella sospensione tra sonno e veglia mi sono chiesto se gli uccelli se ne sono accorti, ma era una domanda buona per un sogno. Adesso però che sono sveglio mi sembra che la domanda abbia un suo fondamento anche nella realtà. È un giorno di pioggia e, da quel poco che so del comportamento degli uccelli, quando smette di piovere loro cantano. Nel primo libro delle Georgiche, Virgilio scrive: “Allora i corvi con la gola serrata ripetono tre o quattro volte le limpide voci, e spesso sugli alti giacigli, lieti per un’insolita dolcezza, schiamazzano fra loro tra le foglie: piace a loro, terminata la pioggia, tornare a vedere i piccoli figli e i dolci nidi”. Stiamo diventando uccelli.

Nel tempo in cui vivo è accaduto qualcosa di cui non si vede traccia in nessuna delle cosiddette democrazie occidentali moderne. La crisi del cattolicesimo ha lasciato campo aperto all’incalzare di un potere politico che si è dapprima propagato attraverso un consenso popolare basato sulla soddisfazione degli istinti e poi ha cercato la legittimazione ponendo una questione discriminatoria di fede. Così, credere o meno alla missione salvifica dell’uomo che incarna questo potere è diventato il crinale fra giusti e peccatori. Qualcuno obietterà che non c’è niente di nuovo in tutto questo, dopotutto le grandi religioni politiche sono state alla base dei più feroci sistemi totalitari del Novecento e il culto della personalità che ha caratterizzato i singoli capi, elevati allo status di “divino” e via via appellati come liberatori o salvatori del popolo, è stato di fatto lo strumento più efficace per il controllo delle masse. Il potere che governa da queste parti però è di un genere diverso. È un potere basato sull’ambizione, come il potere religioso promette ricompense a chi si sottomette e mostra a dito come amici del demonio tutti coloro che non lo fanno. E al contrario dei sistemi totalitari non cerca il consenso della Chiesa, né tenta di sottometterla. Semplicemente la supplisce, la svuota di ogni autorità, a tratti la ridicolizza e la schernisce fino ad annientarne ogni forza di persuasione. La sostituzione di Dio avvenuta in questo paese è passata attraverso l’edificazione di una personalità politica  che ha fatto leva su uno dei temi più forti nei casi di culto della persona, ossia il tema dell’immortalità. Il guru è diventato l’incarnazione di un essere immortale. Non a caso, lo sfoggio di una giovinezza eterna è stato fino ad oggi uno dei cardini sui quali questo potere ha basato la sua capacità di creare consenso. Assistiamo proprio in questi giorni all’ultimo passaggio nel percorso di deificazione del potere politico: il martirio. Il cosiddetto “martirio rosso”, come riportato in un’omelia irlandese del settimo secolo, consiste nel “sopportare la croce o la morte a causa di Cristo”. Questo genere di martirio in passato è stato considerato il vero battesimo, purificatore di ogni peccato, subendo il quale la santità era assicurata. Nel nostro caso fortunatamente non stiamo parlando di un caso di morte, ma di una piccola croce piovuta sulle spalle del “martire rosso” (definizione, a dire il vero, non priva di paradossi). Perfino il linguaggio si è immediatamente adeguato al nuovo status, “l’amore vince sempre sull’odio” si è sentito pronunciare in un dispaccio dal capezzale. Omnia vincit amor – “l’amore vince tutto” – (dalle Bucoliche di Virgilio) è proprio un passaggio citato da Papa Benedetto XVI  nella prima lettera enciclica dal titolo Deus caritas est pubblicata nel 2006. Ma questo, forse, è solo un pensar male.

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