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Il rapporto che ci lega alla parola scritta è molto simile alla relazione che, in quanto uomini, abbiamo con il divino. Questa relazione si fonda su un atto di fede, ossia su una professione di lealtà che facciamo nei confronti di una verità che consideriamo inconfutabile. La parola scritta ha per noi una forza e una solennità che viene meno quando ci troviamo al cospetto della parola orale. La parola scritta certifica le nostre esistenze, i nostri atti di esseri viventi sono registrati attraverso documenti, contratti, certificati, accordi, attestati, sulla parola scritta abbiamo tramandato la storia e fondato le nazioni. Nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America c’è un passaggio meraviglioso che dice:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Qui il primato della parola scritta è evidente nell’insistenza con cui i rappresentanti dei 13 stati firmatari sottolineano l’importanza della Felicità tra i diritti inalienabili dell’uomo insieme alla Vita e alla Libertà. Ciò che salta immediatamente all’occhio è però la profonda discrepanza che corre tra la nobiltà degli intenti e la realtà storica e sociale su cui poi è stata effettivamente costruita una nazione come gli Stati Uniti d’America. Come a dire, la parola scritta tende a un principio ideale a cui poi dovrà tentare di uniformarsi quanto più possibile il comportamento degli uomini, ben sapendo che l’uomo, al contrario della parola, è corrotto per natura.

Nonostante ciò, un testo scritto, che sia un’opera letteraria o una carta costituzionale, è pur sempre il prodotto di un pensiero umano, o come ha detto l’antropologo Jack Goody “un addomesticamento del pensiero”. Tutte le maggiori religioni del mondo sono istituite su testi venerati come sacri che, per quanto si possa definirli “parola di Dio”, sono elaborazioni di uomini vissuti in carne e ossa.

Ora, ragionando su queste faccende che attengono alla presunta sacralità della scrittura, mi è capitato di riflettere su questo: certe grandi opere della letteratura universale hanno per la società dei lettori gli stessi attributi dei testi sacri nelle comunità di fedeli. Sono testi idolatrati, ritenuti incontestabili, pietre angolari dell’intelligenza umana e della creazione artistica.

Non che io voglia mettere in discussione l’importanza di Dante o di Kafka. Credo però che l’intangibilità della grande letteratura sia una pericolosa forma di mistificazione che tende a piegare la letteratura ai fini della conservazione del potere.

Mi conforta sapere che come me la pensava un intellettuale fuori dalle orbite disciplinari come Giorgio Manganelli che esprimeva la sua idea di letteratura così:

“La letteratura, ben lungi dall’esprimere la ‘totalità dell’uomo’, non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio”.

Un gesto arbitrario e vizioso, appunto. E quindi, come tutte le cose, opinabile.

A riportare i santi sulla terra ci hanno pensato spesso e volentieri altri santi, in una specie di lotta celeste che ha qualcosa di irresistibilmente comico e salutare. Così Nabokov tentò di demolire Dostoevskij perché lo reputava uno scrittore superficiale, inventore di intrecci perversi e malati. Allo stesso modo Virginia Woolf stroncò Joyce e, venendo a tempi più recenti, Bret Easton Ellis disse di David Foster Wallace: “È uno scrittore sopravvalutato”. Esempi fra i tanti che si possono fare di quell’esercizio che va sotto il nome di “dissacrare i mostri sacri”. Un esercizio di relativismo che non mina le basi culturali di una civiltà, ma anzi – credo – le rinforzi.

“Chi, oltre la Woolf, ha scritto romanzi con gli occhi della morte, con gli occhi di chi sente già conclusa la sua parabola storica, ed è già idealmente uscito dalla vita, e si trova in un suo interregno e può per questo guardare alla vita con l’amore, la soffocata pietà ma anche la distanza, la lucidità tagliente, la disincantata intelligenza di chi alla vita non appartiene più?”. Questa è una domanda che mi è stata posta ieri e che contiene almeno due spunti interessanti. Il primo: davvero riesce a scrivere così, ossia con “soffocata pietà” e “lucidità tagliente”, solamente chi ha estinto l’anima ancor prima del corpo fisico? La seconda: è corretto ridurre la letteratura solamente a questo compito supremo di manifestare la verità profonda del vivere? Ieri sera, prima di cena, rileggevo alcuni passaggi tratti da Angeli di desolazione di Jack Kerouac, un autore che amo visceralmente. C’è una frase, a un certo punto, che pronuncia il Jack Duluoz narrante, l’avvistatore di incendi che in nove settimane di solitudine cerca la verità dell’essere sulla cima della Desolation Peak, e che fa:“Come può qualsiasi cosa finire?”. Ecco, Kerouac non accettò mai che le cose finissero, troppo amore per la vita, troppo struggimento, troppa frenesia. È una vitalità, la sua, tutta americana, che non conosceva e non poteva conoscere, al contrario, un’autrice come la Woolf, perfetto prodotto della civiltà culturale europea. Così come non la poteva conoscere Céline, altro autore che mi viene in mente quando si parla della “disincantata intelligenza di chi alla vita non appartiene più”, uno che scrisse: “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”. Ecco, io penso che la grande letteratura del mondo abbia più volte toccato quel nocciolo fumante che sta lontano dalle distrazioni che servono all’uomo per vivere. E penso anche che ogni autore, per scrivere anche la più banale delle pagine letterarie, debba in qualche modo prendere distanza dalla vita, non appartenerle più, che sia per un’ora, per un pomeriggio, o che sia per sempre.

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