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Da qualche settimana rileggo Lolita di Nabokov. Non sono veloce nella lettura, e quindi il libro, una vecchia edizione rispolverata fra gli scaffali della mia casa precedente, procede con lentezza, direi senza fretta. Lolita è una di quelle letture che io definisco “di servizio”, appartiene cioè a un corpus di testi che ho scelto di leggere in preparazione di qualcosa a cui sto lavorando, anche lì senza fretta, con lentezza. Ciò che mi ha immediatamente colpito è che mi sono accorto di non aver conservato praticamente nulla della mia precedente lettura. Il film di Kubrick (che pure non è a mio giudizio tra le opere migliori di Kubrick) ha fagocitato tutto, si è impresso nella mia memoria, ha per così dire scalzato il sapore del romanzo, la cui sostanza rispetto al film trovo marcatamente differente. Ciò che mi è stato restituito rileggendo oggi Lolita è il Nabokov proustiano. Nella relazione che Humbert Humbert intraprende con l’adolescente Lolita c’è infatti la ripetizione di un primo amore infantile. Lolita è la reincarnazione di una certa Annabel Leigh conosciuta durante una lontana vacanza in Costa Azzurra e precocemente morta di tifo. Il riferimento a Proust è esplicito: a un certo punto Nabokov scrive chiaramente che l’ultima parte del libro potrebbe intitolarsi Dolores disparue, facendo un evidente riferimento all’Albertine scomparsa, sesto volume della Recherche. Ecco allora che tutto il romanzo acquista un sapore impressionista e l’intera disgraziata vicenda di Humbert Humbert diventa una tragica rincorsa ad incastonare il fossile del tempo perduto. Tutti i maggiori romanzi della storia della letteratura, e Lolita è fra questi, affrontano un grande tema comune: l’eternità, ossia il più grandioso concetto metafisico che l’essere umano sia stato capace di concepire (l’invenzione stessa di Dio è una conseguenza della rivelazione dell’eternità). Il viaggio senza meta che il protagonista del romanzo di Nabokov intraprende sulle strade d’America insieme alla sua giovanissima amante è una metafora compiuta degli affanni, dei turbamenti, dei pudori e delle infamie che ogni uomo è costretto a portare dentro di sé nella ricerca affannosa dell’attimo perfetto, di quel bagliore unico e irripetibile che definisce la vita umana e il suo senso profondo.


Unione Sarda, 20 gennaio 2011
– Lo scorso agosto la rivista Time gli ha dedicato la copertina. Il titolo era: “Great American Novelist”. Lui vi appariva in camicia grigia, lo sguardo diagonale contornato dai famosi occhiali con la montatura nera, occhiali che qualche mese fa, a Londra, uno sconosciuto ha tentato di rubargli durante una presentazione, chiedendogli poi in riscatto la bellezza di centomila dollari. Tanto per chiarire subito di quale culto pagano sia oggetto il nostro uomo. Stiamo parlando di Jonathan Franzen, 51 anni, di professione scrittore. Va detto che in passato, prima di Franzen, il famoso news magazine americano aveva riservato il privilegio di incorniciare nella sua celebre copertina rossa solamente i ritratti di autori del calibro di Joyce, Nabokov, Updike, Salinger e Toni Morrison. E questo, già di per sé, la dice lunga sulla reputazione di cui gode in patria l’autore de “Le correzioni” (libro vincitore del National Book Award e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2002). E pensare che solo fino a una quindicina d’anni fa, in un saggio apparso su Harper’s , uno sferzante Franzen scriveva: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli». Ma col tempo, si sa, anche le opinioni cambiano. E così ecco il titolo di “Great American Novelist” che Franzen si è guadagnato non solo con un lavoro decennale teso a scandagliare le avidità, i vizi e i grandi drammi morali dell’America, ma soprattutto con l’ultima, imponente, fatica letteraria. Quel “Freedom” (Libertà), uscito negli Stati Uniti nell’estate del 2010 per l’editrice Farrar, Straus and Giroux, che ha prima conquistato il presidente Obama – il quale, dopo aver ricevuto il romanzo in anteprima, l’ha scelto come lettura per le vacanze a Martha’s Vineyard – e poi il plauso, pressoché unanime, della critica che sulle due sponde dell’Atlantico ha salutato l’opera definendola, senza timore di esagerazioni, «il nuovo grande romanzo americano» e il suo autore il «Tolstoj del nuovo millennio». Freedom è un ambizioso ritratto della middle class americana, è ancora la storia di una famiglia di provincia, come i Lambert de “Le correzioni”. La famiglia è quella dei Berglund, Patty e Walter (questi i nomi dei due protagonisti), una coppia di depressi che vive a St. Paul, Minnesota. I Berglund sono avanguardisti della Whole Food Generation, la generazione del cibo sano, hanno una casa vittoriana e due figli, Jessica e Joey, cresciuti secondo principi moderni, liberali ed ecologisti. Questa però è solo la superficie delle cose. Dietro l’apparenza c’è una storia fatta di tradimenti, di comportamenti moralmente discutibili, di rapporti bellicosi coi vicini e vecchi triangoli amorosi, un alveo tellurico insomma che costituisce la materia autentica e torrenziale del romanzo. Sullo sfondo c’è l’America di George W. Bush, la guerra in Afghanistan, la devastazione del Paese perpetrata dagli uomini del presidente, e quella parola, “libertà”, abusata e svuotata del suo significato autentico e reale. «Ho scritto il romanzo quando Bush si era appropriato di questo termine, cercando di spiegare al mondo cosa fosse», ha dichiarato lo stesso Franzen. «Tendo a mia volta a non parlarne troppo, per preservarla da altre possibili interpretazioni fuorvianti». “Freedom” farà la sua comparsa sugli scaffali delle librerie italiane entro il prossimo febbraio. Sarà pubblicato da Einaudi (come le opere precedenti) con la traduzione di Silvia Pareschi. Il titolo italiano inevitabilmente sarà “Libertà”.

ANDREA POMELLA

E se potessimo, per qualche strano caso miracoloso, passeggiare dentro il luogo di un racconto, per esempio sulla barca del Gabbiere Maqroll che risale il fiume incontro alle misteriose segherie, o sulla baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, o nella macchina di Humbert Humbert vagabondando da un motel all’altro in giro per l’America? E se capitassimo in questi mondi contaminati, come in uno strano e interiorizzato alternarsi di paesaggi, scoprendo tuttavia che da essi sono scomparsi tutti i personaggi, per qualche misteriosa ragione, o per il fatto stesso che non c’è più nessun lettore disposto a dargli vita, a rimetterne in moto tormenti e passioni? E se qualcuno poi ci comandasse di tenere nota di ogni pressoché irrilevante osservazione, chiedendoci di vivere per qualche tempo al posto di questi personaggi, dentro quei territori, in luogo di uomini e donne che abbiamo conosciuto se non altro per nome o per fama, sostituendoci ad essi e prendendo possesso delle loro vite? E se, in virtù di questo sconsiderato gioco, ci tramutassimo in piccoli fantasmi con le ali di polvere che si aggirano come in una scenografia logora e in abbandono, piena di ragnatele, di limature e detriti, di resti della pioggia, della neve e del sole, confrontandoci col silenzio e con le vestigia di altre vite? Sei mai entrato nell’appartamento di uno sconosciuto, vagando tra le sue cose nel silenzio caldo di un pomeriggio, osservando le pieghe che le sue ossa hanno lasciato sulle lenzuola, e l’impronta delle sue dita sulla saponetta, e l’odore del suo corpo nel guardaroba, e i resti sui fornelli delle sue grasse fritture, e gli scarti alimentari nel sacchetto della spazzatura, e i giornali e le riviste e i libri e le fotografie incorniciate e la carta da parati e le tende parasole? Io passo continuamente il mio tempo da quelle parti, con qualcuno che non c’è.

 

Pubblico qui di seguito un mio articolo uscito ieri nelle pagine culturali dell’Unione Sarda sull’ultimo romanzo incompiuto di Vladimir Nabokov.

Nabokov, capolavoro incompiuto – A 32 anni dalla morte Adelphi propone “L’originale di Laura”

Unione Sarda. 13 dicembre 2009, pag. 57 – La storia del romanzo “L’originale di Laura”, l’ultimo lavoro incompiuto di Vladimir Nabokov, pubblicato 32 anni dopo la morte dello scrittore, è soprattutto la storia di una scelta e di un duplice tradimento. La scelta, se salvare o meno dalle fiamme uno scritto autografo che secondo la volontà del suo autore doveva essere ridotto in cenere, e il conseguente tradimento di questa volontà da parte degli eredi.

I fatti ci raccontano che Nabokov nel 1977, ricoverato in una clinica di Losanna e ormai prossimo alla fine, raccomandò alla moglie Véra di spedire all’inceneritore le 138 schede in cartoncini Bristol sulle quali aveva tracciato la sua incompiuta. Véra Nabokov, tuttavia, non ebbe animo di portare a compimento la volontà del marito – che del resto già molti anni prima aveva pensato di dare alle fiamme la prima stesura di “Lolita”, che per ironia della sorte portava il titolo provvisorio di “Juanita Dark” (Giovanna d’Arco). Cosicché alla morte di Véra, avvenuta nel 1991, il peso della decisione ricadde sul figlio Dmitri. Il “dilemma di Véra” divenne così il “dilemma di Dmitri”. Dilemma che si è sciolto solamente quest’anno, dopo decenni di indiscrezioni e curiosità morbose, con l’apertura della scatola di scarpe in cui erano conservate le schede e con la decisione successiva di dare alle stampe “L’originale di Laura” (Adelphi, 170 pagine, 18 euro).

Ed è proprio un ricordo, a tratti commovente, di Dmitri Nabokov che introduce la versione italiana del volume Adelphi, curatissimo, in cui accanto al testo tradotto da Anna Raffetto trovano posto le riproduzioni fotografiche delle schede autografe.

Va subito chiarito che non stiamo parlando di un romanzo con una struttura finita e una trama delineata, ma piuttosto di un’opera in embrione, di un susseguirsi di scatti, talvolta confusi, in cui emergono e scompaiono personaggi tracciati con mano rapida e sapiente, ma che si muovono ancora in un limbo narrativo virtuale. Ma è proprio in questa caligine che a tratti si riescono a rintracciare i bagliori di un lavoro complesso e rivoluzionario, un testo che appare – come leggiamo nella prefazione di Dmitri – «senza precedenti per struttura e stile, scritto in una lingua nuova, “la più morbida delle lingue”, ciò che ormai l’inglese era diventato per Nabokov».

C’è dunque un protagonista, il neurologo Philip Wild, impegnato a fare esperimenti sulle cellule nervose per indurre il corpo umano all’estinzione controllata e reversibile («Ormai sono riuscito a morire fino al mio ombelico una cinquantina di volte in meno di tre anni», ammette Wild in prima persona durante uno dei passaggi più folgoranti del testo). C’è la sua giovane moglie Flora, figura capricciosa e dall’intensa vita sessuale. C’è un certo Hubert H. Hubert, «un inglese avanti negli anni ma ancora vigoroso […] ciò che di solito si definisce uno charmeur», una sicura allusione all’ambiguo Humbert Humbert, l’insegnante quarantenne di letteratura francese sedotto da Lolita. E soprattutto c’è un romanzo nel romanzo, “My Laura”, di cui è autore uno dei pazienti di Wild, un certo Eric, che è tra l’altro uno degli amanti di Flora e che proprio a Flora si è ispirato per la figura immaginaria di Laura (da notare che in inglese Laura si pronuncia Lóra). Ecco dunque spiegato il titolo dell’opera: Flora, in un sofisticato gioco di specchi, non è altri che, appunto, l’originale di Laura.

Per gli amanti di Nabokov e più in generale per coloro che amano la grande letteratura, siamo senz’altro di fronte a un frammento prezioso, un passepartout che consente di accedere ai segreti del metodo e della creazione di uno dei più originali e innovativi autori del Novecento.

 

ANDREA POMELLA

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