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Da un paio di settimane ho smesso di interessarmi alle cose che accadono in Italia. Non è qualcosa di cui vantarsi, assomiglia più a una confessione. Mi sento distrutto, inorridito e infiacchito dalla volgarità e dalla miseria di quello che considero un fallimento epocale. Viviamo un’era in cui, come scrisse William Butler Yeats, “ai migliori manca ogni convinzione e i peggiori traboccano di passioni intense”. Ogni tanto mi arriva qualche eco delle nefandezze in corso, un telegiornale a volume troppo alto nell’appartamento dei vicini, una prima pagina sbirciata per caso in una rassegna stampa in Tv. Ma è come cercare di vestirsi frugando dentro a scatole piene di scampoli di stoffa, scorte di tessuti recuperati alla chiusura dei mercatini. Credo che accada sempre più o meno così; voglio dire, è il modo migliore perché intere nazioni finiscano per essere soggiogate, politicamente e culturalmente, dal tiranno di turno. Quando muore l’interesse, quando sembra che tutto sia vano, quando si arriva a pensare che non può esserci altro se non un brutale abbandono del campo, vuol dire che il tiranno ha vinto. E con esso la sua corte di topi, che avrà nel frattempo guadagnato il diritto a scorrazzare nella tua dispensa per divorarti le provviste e lasciare ovunque le tracce della sua merda secca. Stanotte mi sono alzato, ho guardato per un istante tra i buchi dell’avvolgibile, il soggiorno era invaso dalla luce argentata di una notte di primavera. C’era un silenzio perfetto, che era il contrario della trivialità di questi giorni. La notte non dice mai niente di interessante.

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