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Su Fuori Asse n. 6 è stato pubblicato questo mio articolo che ha per tema il romanzo “L’amante” di Yehoshua e in particolare il personaggio di Dafi. Qui si può scaricare la rivista.

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È una mattina dell’ottobre del 2007, me ne sto rannicchiato con le ginocchia alla gola sul sedile davanti di un vecchio taxi che ci porta dalla spiaggia del Poetto al Castello di Cagliari. Dietro di me c’è Abraham Yehoshua, sua moglie Ika e Alessandra, la mia compagna. Abbiamo appena consumato una granita al limone in un bar sulla spiaggia conversando di letteratura ebraica americana, e in particolare di Henry Roth, l’autore di Chiamalo sonno. Ho una foto di noi quattro seduti a quel tavolo con sullo sfondo un gruppo di uomini vestiti da ciclisti che sembrano divertirsi un mondo. Read More

Apro un libro, un libro qualsiasi, e leggo una frase semplice, breve: “L’uomo era a letto”. La frase ha un punto e a capo, spicca nel quadrato della pagina, non vuol dire niente di più di questo. Ora penso di guardare la copertina del libro, è un libro di Faulkner. Di colpo la frase si gonfia, si dilata oltre lo spazio fisico che occupa sulla pagina, e io – ora che so che l’ha scritta Faulkner – immediatamente vedo intorno all’uomo sdraiato sul letto un universo gravitazionale. Ma chi mi ha detto che l’uomo è sdraiato? Nella frase non c’è mica scritto questo. L’uomo potrebbe essere seduto, con le gambe sotto le coperte e il busto sollevato dal cuscino, eppure io so per certo che è sdraiato, ho letto abbastanza di Faulkner per sapere che se ha scritto “L’uomo era a letto” intendeva esattamente questo, intendeva sdraiato. Subito dopo vedo la stanza da letto, vedo i doppi cuscini (è evidente che l’uomo in questione soffre di mal di cervicale), vedo un comodino spoglio, un fascio radente di luce che entra dalla finestra. È mattina, non si discute, forse è domenica, in ogni caso è un giorno di festa, è innegabile, è inconfutabile. E l’uomo a letto non ha nessuna voglia di alzarsi. Va da sé che è ancora ubriaco dalla sera prima (guardando bene si vede perfino una bottiglia di whisky rovesciata sul pavimento), però ora ha addosso la malinconia, l’umore lugubre dell’America. Un momento, il libro non è di Faulkner, in realtà avevo in mano due libri sovrapposti. La frase “L’uomo era a letto” non l’ha scritta lui, magari sì, l’avrà scritta pure da qualche parte una frase così, ma non qui, non in questo libro che io ho aperto a caso. Allora tutto si contrae, l’uomo, la stanza, la luce, il comodino, la bottiglia di whisky, tutto si avviluppa su se stesso, come un foglio di giornale passato sulla punta di fiamma di un cerino. La frase torna a esprimere un significato elementare, descrive un uomo a letto, un uomo di cui non si sa niente, e basta. E tutto questo semplicemente perché io non so niente dell’autore che l’ha scritta, non ho mai letto niente di lui, non so neppure di che nazionalità sia. Ecco, a ben vedere io non so neppure come ci sia finito questo libro in casa mia, attaccato a un libro di Faulkner per giunta, come un parassita, come una sanguisuga che voleva aspirarne il mistero.

Ogni volta che ascolto The River di Bruce Springsteen sul mio corpo blindato prende forma una specie di tremito e il sangue comincia a correre rivoltoso e non si ferma più. Ogni volta che ascolto The River, e sono più di vent’anni che l’ascolto, precipito dentro una storia struggente d’amore e disinganno che richiede una dose di alienazione molto forte per restare insensibili. Certe canzoni di Bruce Springsteen stanno dentro la storia del romanzo americano, sono esse stesse un romanzo americano. Ogni verso è il capitolo di una saga, ogni immagine si dilata oltre i confini strutturali del genere canzone. Così ecco la storia del manovale della Johnstown Company che sposa Mary per riparare e che passa la vita a rimembrare sui momenti felici della propria giovinezza, momenti che ormai lo “tormentano come una maledizione”, il ricordo di quando l’amore era innocente e scorreva rapido come quel fiume, e ancora l’America della crisi, e quel giudice che “mise tutto in regola”, quelle nozze riparatrici “senza corteo nuziale, senza fiori, senza l’abito da sposa”. Allora la malinconia che nasce stando al lato di quel fiume ormai in secca è il principio vitale che spinge ogni uomo a continuare a vivere. E io mi commuovo, mi commuovo di nuovo come quando mi immergevo da ragazzo nelle pagine di Steinbeck e di Faulkner, mi commuovo perché in più qui c’è un’armonica bruciante che risuona un riff che ti schiaccia l’anima, e lo fa dal 1980, senza aver perduto per questo la sua forza mistica, il suo afflato di speranza, la fiducia nella possibilità che ogni uomo su questa terra possa avere, presto o tardi, la propria resurrezione.

Nella nuova casa in cui abito mi sono creato uno spazio per scrivere. L’ho ritagliato a misura fra l’angolo esterno del divano e le pendici di una grande biblioteca bianca da cui si affacciano centinaia di volumi. Ho un piccolo e leggero tavolino, anch’esso bianco, che sposto a piacimento e sul quale poso il computer portatile con cui scrivo. Ho messo anche dei grandi cuscini arancioni che riducono lo spazio ma che mi accolgono come in un cosmo ospitale e materno. Sui ripiani alti della biblioteca ho montato una fila di tre fari che lasciano cadere la luce come da una fessura di montagna. Non mi serve molto altro, a parte lo starmene in silenzio, a lungo e concentrato, sfogliando di tanto in tanto un libro fra quelli che ho a portata di mano (uno scaffale ben selezionato di autori a me cari, tutto Amos Oz, i racconti di Kafka, Henry Roth, qualcosa di Faulkner, un acquisto recente di Magda Szabo). Non mi serve avere una veduta particolare in cui cercare quella cosa che molti chiamano “ispirazione”, nella posizione che mi sono scelto do le spalle alla finestra, e l’ordine della stanza è ancora così fresco e transitorio da non avere neppure scelto i quadri che orneranno le pareti. Per adesso c’è un grande muro bianco con due fori larghi come arance dai quali fuoriescono due ciuffetti di fili, appena ne sarò capace collegherò quei fili a una coppia di applique e coprirò il bianco dell’intonaco con una tela che non so ancora immaginare. Non ho bisogno di altro per scrivere, neppure di una tazza di caffè. Quando scrivo non cerco un posto in cui perdermi. Calvino diceva: “Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa”.

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