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A volte, per capire gli altri, bisogna fare finta di essere gli altri. Allora io quest’estate mi sono messo a far finta di essere un traduttore. Perché volevo capire il testo letterario visto con gli occhi di un traduttore. Però volevo migliorare anche il mio inglese. Al che ho tirato giù un programma intensivo che prevedeva, appunto, che io facessi anche delle traduzioni dall’inglese. Ho iniziato allora a tradurre le poesie di William Pitt Root, che è un poeta americano che amo moltissimo e di cui non esistono traduzioni in italiano. È stato un bel passatempo, come risolvere un gioco enigmistico. Ovviamente non ho capito nulla del mistero che si nasconde in quel passaggio da una lingua all’altro, ma ho passato dei bei momenti di quiete e di svago. Scrivo questo perché qualche giorno fa sulla bacheca facebook di uno dei migliori traduttori italiani, Daniele Petruccioli, ho letto un estratto da Teoria e storia della traduzione [Traductions et traducteurs], Einaudi, 1965, di Georges Mounin, tradotto da Stefania Morganti, che dice: “[…] per ostinarsi in questa attività, malgrado il silenzio della critica, l’avarizia degli editori, la frequente ingratitudine degli stessi autori, e il condiscendente disprezzo del pubblico (senza contare poi, qualche volta, la pignola aggressività dei colleghi), bisogna amare davvero questo genere appassionante di problemi intellettuali che è la trasposizione dei pensieri da una lingua all’altra, come un vizio la cui esemplare punizione è il compenso miserabile che generalmente gli si concede”. E mi è piaciuta soprattutto la definizione della traduzione come un “genere appassionante di problemi intellettuali”. Una definizione che si addice non solo all’arte della traduzione, ma alla scrittura tout court. Scrivere e tradurre sono appassionanti problemi intellettuali. E penso spesso, per esempio, che per i matematici la migliore risoluzione di un problema o di un’equazione o di un teorema non è quella più veloce, né quella più esatta. Ma la più elegante.

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Uno dei poeti che amo di più al mondo è un tizio di cui conosco appena due poesie. Una si intitola Risvegliarsi con la cometa, l’altra Jennifer nella luna piena. Sono le uniche che siano state tradotte in italiano (si possono leggere qui). Lui si chiama William Pitt Root, è nato a Austen in Minnesota ed è cresciuto in Florida. La pagina che gli dedica wikipedia conta sette righe in tutto. Ho passato gli ultimi anni a rileggere queste due poesie. Non c’è nulla di maniacale in questo. Da anni faccio ogni giorno le stesse cose: esco di casa alle sei e cinquanta del mattino, salgo in ascensore e mi specchio, mi pulisco gli occhiali e mi aggiusto i capelli, attraverso l’androne e saluto la portinaia intenta a lustrare il pavimento, esco dal palazzo e guardo le macchine parcheggiate che rilucono sotto il chiarore dei lampioni eccetera. E rileggo le due poesie di William Pitt Root. Le rileggo sempre. Perché è come se contenessero un segreto di cui vorrei saper spiegare la natura. Nell’attacco di Risvegliarsi con la cometa c’è qualcosa di seminale, qualcosa di eterno e immutabile come un trauma infantile: “Tu eri accanto a me / Tu eri la montagna / che ostruiva per metà / un cielo pieno di stelle. / Io ero piccolo / nella profondità della tua ombra, / mentre osservavo acqua nera / e barche scintillanti”. Dio sa quanto vorrei che un editore lungimirante e benedetto traducesse tutte le poesie di William. Mi renderebbe l’esistenza un po’ più piena e un po’ più felice.

Un tempo, un’estate in cui avevo pochi anni, nella piccola periferia in cui vivevo arrivò il circo. E poiché non credo che, data la pochezza della mia età, prima di allora avessi già avuto modo di conoscere il circo, i miei decisero di accompagnarmi al primo spettacolo della sera. E così uscimmo in pompa magna, nonostante le tempie salate di sudore, il caldo serale, l’odore dei gelati e quello dell’olio contro le zanzare. Mio padre comprò i biglietti da un tizio vestito da pagliaccio e ci infilammo sotto il tendone azzurro prendendo posto sulle tribune di legno. Mio padre mi comprò anche lo zucchero filato che leccai in silenzio e col cuore in subbuglio per l’emozione. C’era una pace sorda che regnava intorno a noi, io sedevo fra i miei genitori con le ginocchia che si toccavano, le gambine storte e la maglietta a righe, mi sentivo in una conca di privilegio, come un’ape nel ventre vellutato di una rosa. Da quello che ricordo fu una delle ultime volte in cui provai qualcosa di simile giacendo fra le ali della mia famiglia così riunita. Immersi com’eravamo nell’odore della segatura, rapiti dallo scintillio dei trapezi e dalla bellezza delle acrobate che si aggiravano in costume durante i preparativi per lo spettacolo, nessuno di noi tre si accorse del tempo che passava. E così, quando ci rendemmo conto che si era fatto tardi e che oltre a noi non c’era nessun altro sulle tribune, mi sentii come un ospite affamato al cospetto di una tavola imbandita a cui manca il proprio posto. Un inserviente ci avvisò che potevamo farci rimborsare i biglietti o utilizzarli per lo spettacolo dell’indomani, ma mio padre preferì farsi ridare i soldi. Uscimmo sotto un universo di stelle torride e risalimmo in macchina. Io vedevo soltanto il sentiero fra l’acquitrino e la distesa di terra sulla quale si innalzava il tendone del circo. Ora so che quella sera, un momento prima della sua dissoluzione, alla mia famiglia non fu data un’ultima occasione di concordia, un raggio conclusivo di felicità.

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William Pitt Root, RISVEGLIARSI CON LA COMETA

Tu eri accanto a me
Tu eri la montagna
che ostruiva per metà
un cielo pieno di stelle.
Io ero piccolo
nella profondità della tua ombra,
mentre osservavo acqua nera
e barche scintillanti.
Ciascuno sedeva
su coperte nell’erba,
e mangiava e beveva
chiacchierava e aspettava.
Io giocavo, poi mi addormentai
finché la tua mano mi scosse.
Mi svegliai in mezzo ad estranei
tutti fissavano in su.
In alto, lassù
fievole, tra i sussurri,
fluttuò una figura
con lunghi capelli lucenti.
Tu la chiamasti per nome.
Ognuno la guardava.
Ed io guardavo te e la mamma,
il modo in cui splendevano le vostre guance.
Una volta nella vita, dicesti,
soave come il respiro
rivolgendoti a nessuno.
Vi amavo entrambi allora.
Vidi mamma, piangente,
il modo in cui la sua mano brillava
attraverso l’oscurità verso
il fantasma della tua mano.
Adesso sono cresciuto.
Tu sei tornato alla terra.
Io ho la mia bambina
e la cometa che vedemmo
sta intraprendendo il viaggio di ritorno
da una distanza molto più profonda
di quanto avrei potuto immaginare
da ragazzo nella rugiada che si posa.

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