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La notizia dell’uomo che si è strappato gli occhi in una chiesa di Viareggio mi ha tolto il sonno. Il valore degli occhi nella civiltà occidentale è tale che il gesto assume un significato che oltrepassa, per senso, il suicidio. Tralasciando le ovvie interpretazione che danno alla follia la responsabilità dell’atto, la verità più profonda e incisiva di questa notizia sta nella rivolta alla legge morale, al corpo, alla società (l’uomo è laureato, conosce cinque lingue e non ha mai lavorato) e alla ricerca universale di Dio. In questo c’entra la follia, certo. Come folle era Mizoguchi, il monaco buddista balbuziente che incendia uno dei santuari più belli di Kyōto ne Il padiglione d’oro di Mishima, poiché l’ossessione per la bellezza si accompagnava in lui agli enormi sforzi per distruggerla. La rivolta è di per sé un atto folle, poiché sommuove e turba. Non è un caso che i giornali si siano affrettati a riportare la dichiarazione del medico del pronto soccorso che ha prestato all’uomo le prime cure: “Occorre una forza sovrumana per fare una cosa del genere”. La società attuale ha bisogno di medici che certifichino l’insurrezione con un referto, che dichiarino una cosa ovvia (anche se il medico non ci dice a quale genere di forza abbia attinto l’uomo, forza fisica, metafisica o simbolica). Tuttavia la scienza non potrà mai spiegare certi attributi umani speciali, come non potrà mai spiegare il ricorso a metodi inauditi per porre fine al dolore (o per procurarsene di nuovo). Camus sosteneva che “l’uomo è l’unica creatura che rifiuti di essere quello che è”. A tal proposito riprendo le parole rilasciate alla stampa dalla madre dell’uomo di Viareggio: “Eravamo già stati nella chiesa della nostra parrocchia, San Paolino, dove abbiamo fatto anche la comunione. Poi siamo tornati a casa. Mio figlio però mi ha chiesto di voler andare a visitare la chiesa di Sant’Andrea perché non ci era mai stato. Ho deciso di accompagnarlo, ci siamo andati insieme, abbiamo preso la messa anche lì. Eravamo seduti con le altre persone. A un certo punto si è tolto gli occhi”. Questo è l’incipit perfetto di un romanzo sulla fine dell’uomo contemporaneo.

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